Vai a…

WeeklyMagazine

settimanale di fatti, notizie, cultura

RSS Feed

29 Ottobre 2020

Un’intesa scandalosa


E poi dicono che non esistono i poteri forti.
Chi è stato l’ultimo a dirlo? Ah già, Mario Monti. Ossia un convinto keynesiano diventato senatore grazie al voto popolare, il quale ha sempre propugnato la diminuzione delle tasse per i ceti più deboli e la conseguente maggior tassazione per gli istituti bancari, opponendosi strenuamente all’applicazione del “bail-in” alle banche in crisi.
Quest’uomo, che ha sempre negato di essere nel comitato direttivo del“Gruppo Bilderberg”, è stato international advisor per Goldman Sachs (ma toh!), advisor della Coca Cola Company e al termine del mandato di presidente del Consiglio – dopo aver tentato con scarse fortune la strada della politica con “Sciolta Civica” – ha assunto un basso profilo comparendo qua e là in alcune commissioni parlamentari e organismi internazionali come l’Aspen Institute Italia. Non sapete cos’è? Ufficialmente è la branca italiana dell’Aspen Institute di Washington, organizzazione non profit che ha tra i suoi fini: “incoraggiare le leadership illuminate, le idee e i valori senza tempo e il dialogo sui problemi contemporanei” (sic!).
Su Wikipedia trovate il lunghissimo elenco di membri del comitato esecutivo tra cui, oltre a Monti, citiamo solo Giulio Tremonti, Lucia Annunziata, Francesco Profumo, Sergio Berlinguer, John Elkan, Gianni Letta, Emma Marcegaglia, Paolo Mieli, Romano Prodi (e ti pareva!), Cesare Romiti, Marco Tronchetti Provera, Beatrice Trussardi, e qui mi fermo perché l’elenco non finisce più. Viene da chiedersi: se il comitato esecutivo conta quarantasette nomi, quanti saranno i membri effettivi? E’ anche curioso notare che nel novero si contano ben quattro vicepresidenti e altrettanti presidenti onorari, a dimostrazione che qui non si vuole scontentare proprio nessuno!
Come si vede la maggioranza dei membri tira a sinistra, ma traspare una certa volontà di controbilanciare le forze dandosi una parvenza di pluralismo con l’inserimento di nomi scialbamente destrorsi ma comunque “dei loro”. Ma, a parte ciò, avete notato che il più povero ha una denuncia dei redditi a sette zeri?
Verrebbe da chiedersi di cosa parlano alle loro riunioni e quali leadership illuminate cercano di incoraggiare e soprattutto come!
Certo non avranno difficoltà a fare una telefonata a qualche gruppo industriale o bancario per trovare il modo di sviluppare le economie povere dell’africa creando laggiù quel po’ di ricchezza che sarebbe sufficiente a fermare il fenomeno migratorio.
Né riteniamo abbiano problemi a formulare piani e incentivi per promuovere lo sviluppo delle (già esistenti) energie alternative ed evitare che tra meno di vent’anni il pianeta si trovi a contendersi nel sangue le ultime gocce di petrolio.
Ma chissà perché (siamo maliziosi, è un dato di fatto) ci persuade maggiormente l’idea che discutano più che altro di come preservare il proprio gruzzolo, e dove farlo eventualmente migrare in caso di necessità (se ricordate ‘Money’ dei Pink Floyd…).
Tornando al senatore Mario Monti, spieghiamo ai più improvvidi che le prime quattro righe di questo testo erano scherzosamente satiriche. In particolare, lungi dall’aver sposato le teorie di Keynes, il nostro ha studiato e descritto – nel modello di Klein-Monti – il comportamento di una banca in regime di monopolio.
Il modello è del tutto utopistico, prevedendo nelle ipotesi l’assenza di costi e l’assenza di ricavi da servizi (ma quando mai?), ma fornisce alle banche suggerimenti preziosi in merito ai tassi d’interesse massimi applicabili in presenza di mercati controllati monopolisticamente.
Bene, tutto ciò potrebbe apparire poco interessante, ma analizziamo i fatti avvenuti negli ultimi giorni, anche alla luce di quanto fin qui detto.
Una banca italiana getta il salvagente a due altre banche che stanno affondando.
Questa le la notizia nuda e cruda dataci dai giornali e dalle televisioni. E’ evidente che stiamo parlando di Intesa San Paolo che si è offerta di salvare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca ormai dichiarate fallite. Ma a quali condizioni? Molto semplice. Intesa dice allo Stato: “Guarda, tu mi regali le due banche (formalmente le paga un euro, che a ben vedere è anche un insulto sanguinoso ai risparmiatori e agli azionisti!), però mi prendo solo le parti sane, ossia i crediti esigibili, i risparmi e i depositi, e ovviamente i debiti che poi vedrò se e come restituire, mentre tu, Stato italiano, ti becchi i crediti deteriorati, gli assett invendibili, le sopravvenienze fittizie generate da un management corrotto e criminale, e ci fai quel che vuoi, a me non interessa: vendi ciò che riesci, mettili in una bad bank che poi finirà nel calderone della Cassa Depositi e Prestiti, non me ne fotte nulla”. Però mi dai cinque miliardi e rotti per le spesucce che questo affare colossale mi comporta, tipo quattromila licenziamenti. Che è come dire: oltre alla botte piena voglio anche la moglie ubriaca!
E lo Stato che fa? Ovviamente, direte voi, manda a farsi benedire l’intero C.d.A. di Intesa dicendo: “A queste condizioni piuttosto mi prendo tutto io, così risparmio cinque miliardi e magari faccio rendere la parte sana delle due banche. Poi confisco e incamero a parziale copertura del danno i patrimoni dei delinquenti che hanno mandato in malora i due istituti – da Zonin e Consoli in giù – e magari ci faccio pure bella figura con l’intero mondo economico”.
E invece no! Tutti lì in fila ad applaudire alla bella iniziativa e a stendere il tappeto rosso a Intesa che salva l’Italia!
Non solo, ma l’intero establishment ha manovrato in modo che nessuna chiarezza potesse essere fatta su chi ha mandato a picco le due banche venete. Da Banca d’Italia che ha sempre coperto le magagne mandando ispettori incompetenti o ciechi (perché o erano tali oppure le ispezioni erano “addomesticate”, e non vogliamo crederlo perché siamo troppo ingenui), a Renzi che con verie scuse, dal referendum alla legge elettorale a chissà quale altra storia ha sempre tergiversato su questo argomento, sapendo che comunque si fosse mosso avrebbe pestato letame, al CSM che con motivazioni del tutto pretestuose ha estromesso dall’inchiesta Cecilia Carreri, il magistrato che era riuscito a portare il tribunale il caso BPVI.
Se fosse rimasta al suo posto forse le cose sarebbero andate diversamente e migliaia di risparmiatori avrebbero potuto conservare il proprio denaro. Ma il potentissimo Gianni Zonin sembra riuscì a far insabbiare tutto, affinché non venisse a galla la sua (presunta) malagestione, così la banca franò con tutte le sue azioni ipervalutate senza alcuna garanzia.
Oggi tutto questo è finalmente pubblico: uscirà infatti il 29 giugno il libro di Cecilia Carreri “Non c’è spazio per quel giudice” (Ed. Il Mare Verticale) che svela tutta la vergognosa storia e l’assoluta mancanza di controlli da parte delle istituzioni, della stessa Banca d’Italia e la sfacciata connivenza di personaggi politici e del mondo giudiziario tra cui la Carreri (dimessasi nel 2009) tira in ballo espressamente il procuratore capo di Vicenza Antonio Fojadelli che dal 1997 le mise i bastoni tra le ruote su ogni atto riguardante quest’inchiesta. Alcune frasi del libro colpiscono per essere espresse senza mezzi termini: “I reati erano evidenti”, “Fojadelli mi prese di mira”, “Zonin era dappertutto”.
Scopriamo inoltre che dal 2011 Andrea Monorchio – ex ragioniere generale dello Stato – è vicepresidente di Popolare di Vicenza, quindi è facile immaginare un trait d’union tra la banca e le istituzioni statali. Inoltre ex dipendenti della banca vicentina raccontano di come le frequenti ispezioni di Bankitalia non solo finissero regolarmente a tarallucci e vino, ma che spesso (e lo stesso pare succedesse nella banca trevigiana) alcuni ispettori non tornavano a Roma ma sembra venissero assunti con stipendi faraonici da Zonin e soci.
Già, Zonin: che fine ha fatto? Sarà in carcere, penserete voi, e con lui tutta la marmaglia che ha spadroneggiato coi soldi dei risparmiatori clienti delle due banche.
Invece no: nemmeno un’accusa a suo (loro) carico. Al momento sono tutti liberi e padroni di continuare a gestire ingenti capitali.
Nessuna confisca, nessun sequestro cautelativo. Tutti liberi e nessun indagato sottoposto a misure restrittive. Le cosiddette azioni di responsabilità, che le due banche dovrebbero condurre autonomamente, continuamente posticipate senza motivo. Nessuna azione della magistratura che abbia portato – ad oggi – ad un’ipotesi di reato concreta.
Infine, alcune considerazioni: prima di tutto non si può credere che un comportamento simile (di combutta manifesta tra uno Stato sovrano e la sua più grande banca, sebbene non abbia violato quel codice bancario nazionale in vigore dal 1937) possa giovare alla tanto sospirata unione bancaria europea.
Inoltre vorremmo capire perché quando si parla di aiuti di Stato (perché di questo in realtà stiamo parlando!) si adottino pesi e misure differenti a seconda dell’impresa da salvare. Perché Intesa sì e ILVA no? Non pare che il maggior gruppo siderurgico italiano debba essere messo in secondo piano rispetto a un possibile disincagliamento da un default quasi scontato dopo gli obblighi pesantissimi imposti dallo Stato medesimo.
Invece il salvataggio delle banche venete sembra avere leggi sue, che sconvolgono qualsiasi regola precedentemente statuita. Anzi, sono gli stessi regolatori a dettare nuove norme “ad speciem” calpestando non solo il diritto ma pure il buonsenso.
Non si può credere che qualunque essere raziocinante possa pensare che tutto questo possa essere fatto senza l’aiuto esterno di qualcuno (uomo o sodalizio) talmente potente da dettare legge al Governo o a altre istituzioni. E’ evidente che la massiccia opera di insabbiamento è stata ed è condotta grazie a un’azione combinata tra pezzi dello Stato che definire corrotti è dir poco. E il fatto che nessuno osi mettersi di traverso è segnale evidentissimo che una specie di fatwa è stata lanciata contro chi abbia intenzione di opporsi. C’è da giurare che costoro non rischierebbero solo la vita ma molto di più, sia a livello economico sia familiare.
Ma chi può avere così a cuore le sorti di Zonin e soci? Cosa può rappresentare fuori dalla sua corte dei miracoli un uomo del genere? In fondo anche il suo vino, per alcuni, fa schifo, e quindi?
Quindi proviamo a pensare cosa potrebbe saltar fuori da un inchiesta che coinvolgerebbe inevitabilmente tutto l’establishment bancario italiano e non solo. Nomi, fatti, soprattutto cifre, che forse date in pasto a giornali e giornalisti indipendenti (sì, sì, esistono!) potrebbero far tremare i polsi a molti nomi noti del mondo politico e affaristico; nomi magari compresi tra quelli del comitato esecutivo dell’Aspen Institute Italia!
C’è da giurare che certi nomi a sette zeri o più non sarebbero contenti di un’inchiesta del genere, quindi è logico dedurre che da tempo abbiano studiato una strategia difensiva volta a evitare il peggio.
Si può credere che la proposta di Intesa San Paolo possa far parte di tale strategia: acquisire le due banche grazie a una posizione pressoché monopolistica, definendo a proprio unico vantaggio i tassi di tale operazione, avendo quindi agio di far sparire con tutta calma le prove di ogni passata malversazione, ricostruendo una verginità a tutti coloro che l’avevano persa con tale e tanta disonestà, quindi tornare a vivere come se nulla fosse, in barba a quei poveri coglioni che sono stati costretti (anche con le minacce) ad acquistare azioni non quotate a 60 euro per poi scoprire che non valevano nulla.
Perché si deve ritenere che questa sia una strategia progettata da tempo? Vi diamo un unico ma importantissimo dato: i cinque miliardi per banca Intesa furono stanziati lo scorso dicembre, come hanno ammesso Gentiloni e Padoan alla conferenza stampa dopo l’approvazione del decreto salvabanche. La loro giustificazione è stata: “per non gravare sul bilancio dell’anno in corso”!
A questo punto delle due l’una: o il governo ha la sfera di cristallo, oppure tutto era stato pensato e progettato almeno sei mesi fa, in modo da permettere a Intesa San Paolo di accaparrarsi il boccone del prete.