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22 Ottobre 2020

Senza pace lo Sciré


Troppo spesso i relitti sono divenuti luoghi di odiosa depredazione da parte di incoscienti subacquei alla ricerca di ricordi. E’ avvenuto recentemente anche sulla Costa Concordia, pochi giorni dopo il naufragio. Ritengo che dovrebbe esistere un limite etico e morale per evitare che i relitti, veri e propri sacrari del mare, siano violati. Questo non vuol dire impedire la ricerca e l’esplorazione di queste memorie del passato ma far si che esse non si trasformino in un oltraggio alla memoria di coloro su quei relitti persero la vita. Oggi vorrei raccontarvi la storia del regio sommergibile italiano Scirè che, come vedremo, subì l’oltraggio di subacquei senza scrupoli che si appropriarono anche di parte dei miseri resti dell’equipaggio.

Tutto iniziò il 10 agosto del 1942 quando il regio sommergibile Scirè, battello di appoggio dei reparti speciali della Regia Marina italiana (i famosi uomini gamma della X Mas), durante una missione di attacco al porto di Haifa, venne scoperto da alcuni ricognitori britannici a poche miglia dall’imboccatura del porto. Quattro cacciatorpediniere inglesi  con l’impiego di bombe di profondità lo obbligarono a riemergere per poi affondarlo con i cannoni di bordo. Le vicine batterie costiere fecero il resto, dandogli il colpo finale e provocandone il rapido affondamento prima ancora che l’equipaggio avesse il tempo di abbandonarlo.
Per completarne la distruzione, una corvetta inglese, l’Islay effettuò un ultimo passaggio con il lancio di altre sei cariche di profondità. Fu una vera ecatombe. Con lo Scirè perirono il comandante Bruno Zelik, altri sei ufficiali, 15 sottufficiali, 19 sottocapi, 8 marinai dell’equipaggio e due ufficiali, 4 sottufficiali, 2 sottocapi e 3 marinai incursori della X MAS.
Dopo la guerra, il suo relitto, adagiato su un fondale di 35 metri, venne fatto oggetto di saccheggio da parte degli uomini dello Shayetet 13 per cui la Marina Militare Italiana fece un accordo con la Marina israeliana per sigillarne il relitto ed i poveri resti dell’equipaggio. Dal 2 al 28 settembre 1984 la nave Anteo della Marina Militare Italiana eseguì le operazioni di recupero dei marinai e la messa in sicurezza dello scafo chiudendone gli ingressi.

Non tutti sono a conoscenza che questa missione fu ordinata per evitare che visite di subacquei dilettanti, in cerca di emozioni e ricordi, trafugassero delle reliquie dai resti dello scafo. Nelle cronache del tempo non si parlò solo di oggetti ma anche dei resti delle ossa di alcuni dei nostri caduti.
Ad illustrare i non facili risultati dell’operazione di recupero dei resti dei corpi, cominciata il 7 settembre e conclusa il primo ottobre, fu l’allora sottosegretario alla Difesa Tommaso Bisagno, che precisò che “i resti ritrovati tra le lamiere del sommergibile sono assolutamente non identificabili.

Gran parte dei resti umani sono stati trovati dai sommozzatori a poppa e nella parte centrale del sottomarino, segno che gli uomini si erano lì rifugiati, dopo le esplosioni delle prime bombe di profondità, per cercare la salvezza fuoriuscendo dallo scafo“. Le cronache dell’epoca riportarono che ventidue piccole cassette, sigillate nel tricolore, furono allineate sul ponte di poppa di nave Anteo, mentre il cappellano del comando Subacquei e Incursori, don Antonio Vigo, celebrava la santa messa davanti all’equipaggio schierato sull’attenti ed a capo scoperto. La cerimonia fu presenziata dal sottosegretario alla Difesa Tommaso Bisagno, dal contrammiraglio Massimo Benedetti in rappresentanza del Capo di Stato Maggiore della Marina, dall’ambasciatore d’Italia in Israele Corrado Taliani, e dal comandante in capo della forza navale israeliana ammiraglio Almog.  “Di fronte a questi morti, nel nome di Gerusalemme, simbolo di pace, nel nome del nostro Dio comune…“, così don Antonio Vigo, rivolse la sua omelia, breve e perfetta, per semplicità, per solennità, per equilibrio. Purtroppo, come vedremo, negli anni successivi la storia travagliata del relitto non ebbe fine. Si ritiene che ancor oggi il sommergibile contenga all’interno dello scafo i resti di alcuni dei membri dell’equipaggio. Questa convinzione è legata al fatto che dalle cronache del tempo si sa che due corpi furono rinvenuti (spiaggiati) nel 1942. In seguito, nel 1984, come abbiamo accennato, altri quarantadue resti dell’equipaggio furono recuperati dai palombari della nave Anteo. Mancano purtroppo ancora sedici corpi all’appello.

Nel 2002, si venne a conoscenza, dalla televisione israeliana, che lo sportello del battello era stato nuovamente aperto, presumibilmente dai sommozzatori della USS Apache. Era noto che la nave, specializzata nel recupero di sommergibili affondati, stava in quel periodo effettuando  una esercitazione congiunta con la Marina israeliana, e le confidenze tra i marinai erano arrivate fino ai media.   A seguito della protesta ufficiale della nostra ambasciata, Israele rispose che la loro Marina aveva solo collaborato a disincagliare le ancore delle unità americane che si erano attorcigliate attorno allo Scirè, e non aveva svolto alcuna azione che potesse considerarsi come violazione di un luogo di sepoltura in mare. Il Comando della Sesta Flotta americana, che gestiva l’esercitazione, riferì che si era trattato di un’esercitazione congiunta con gli israeliani senza alcuna intenzione di sollevare e recuperare parti del sommergibile italiano.
Ma ciò che trovarono i sommozzatori del COMSUBIN fu drammatico. Pochi mesi dopo il “presunto incidente”, una nuova missione per la messa in sicurezza del sommergibile Scirè fu inviata sulla posizione del relitto, nuovamente con il supporto di Nave Anteo.  Lo scopo della missione, vista l’impossibilità di riportare a galla tutto il battello, fu di sigillare nuovamente tutte le aperture del relitto, generatesi dopo quel presunto scellerato tentativo di recupero.
Ciò che scoprirono fu inequivocabile. Riportiamo testualmente le parole al Capitano di Fregata (AN) Palombaro Gianpaolo Trucco che partecipò di persona alla missione:
“Verificammo i danni che avesse subito il nostro sommergibile e confermammo il brutale tentativo di recupero posto in atto il mese prima: una grossa catena era stata passata tra la poppa del sommergibile ed il timone, come a formare due mezzi colli, e gli accessi allo Sciré, occlusi durante la missione del 1984, erano stati aperti. Il dispiacere e l’amarezza furono grandi, non aver rispettato ciò che rappresentasse quel relitto era per noi incomprensibile. Provvedemmo a richiudere lo Scirè ed a porre una targa realizzata nell’officina dell’Anteo per onorare i nostri uomini.
Ci consolò, tuttavia, aver saputo che i nostri stessi sentimenti fossero provati da molti israeliani, tanto che tra i loro organi di stampa ci fu qualcuno che intervenne dicendo: “Come reagiremmo noi israeliani, come reagirebbero le nostre Forze Armate, se la Marina Militare di un paese straniero mandasse una sua unità ad esercitarsi sul relitto di un nostro glorioso sommergibile?».
L’ammiraglio Francesco Chionna partecipò anche lui all’operazione e,  in una breve intervista, rilasciò questa breve poesia:
“ … ma tu glorioso Scirè sei rimasto solo in quelle acque dove incontrasti la morte … intorno c’è solo il ricordo che corre a tempi lontani, di quando anche il nemico temuto, ai marinai d’Italia rendeva gli onori …”.
Ricordiamoci di queste parole quando ci immergeremo sul prossimo relitto. I resti dello Scirè e di alcuni suoi marinai sono ancora sul fondo … lasciamoli riposare in pace.
Il rispetto per coloro che hanno perso la vita in mare e giacciono negli abissi è un dovere di tutti. Fatelo per la memoria di quelle persone che il fato non fece tornare più dai loro cari.


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Fonti
Sergio Nesi: Scirè. Storia di un sommergibile e degli uomini che lo resero famoso
http://www.ocean4future.org

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