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23 Ottobre 2020

Nessuno escluso


Sarà sicuramente per l’antico, solido attaccamento alla più nobile delle organizzazioni giovanili mai costituita ed al suo indiscusso e venerato ideatore, sarà per l’irrefranabile orgoglio di appartenenza, per il legame con i felici ricordi racchiusi in un’importante e remota esperienza del passato, che questa vicenda sta diventando, passo dopo passo, notizia dopo notizia, sempre più ripugnante.
E’ ammissibile che la recente, smisurata ed isterica ondata mondiale di antirazzismo, abbia coinvolto, abbattendoli, simulacri di personaggi che, nonostante tutto, hanno fatto la storia del loro tempo, accanendosi, nello specifico, anche contro il monumento di un Generale britannico, il fondatore, nel 1907, del “Movimento Scoutistico” mondiale, perchè stupidamente ritenuto razzista e reo di altri crimini correlati?
I fatti prendono il via a Poole Quay, una ridente cittadina balneare inglese, dove la statua di Lord Robert Baden-Powell è stata temporaneamente ingabbiata, in attesa di venir rimossa dalla piazza principale, per essere custodita in un deposito sicuro. L’amministrazione comunale ha ritenuto necessario il provvedimento, per evitare una sua possibile distruzione, nel corso delle reiterate manifestazioni anti-razziste (come in tutto il Paese) da parte del gruppo locale di attivisti liberaldemocratici, il “Bournemouth, Christchurch Poole” (BCP), coordinati dalla loro leader Vikki Slade. C’erano già stati seri timori per la figura dell’illustre connazionale, dopo che manifestanti di “Black Lives Matter”, avevano abbattuto, giorni fa, il busto del mercante di schiavi Edward Colston, a Bristol.
La decisione della rimozione ha indignato ed infiammato i sentimenti della cittadinanza di Poole che, sostenuta una petizione di 36.000 firme per mantenerla al proprio posto, ha da giorni presidiato la sua sicurezza. Tobias Ellwood, deputato del collegio elettorale di Bournemouth East, ha dichiarato alla BBC: “Sono orgoglioso di dire che sono uno Scout. Ne ho beneficiato, come milioni di persone in tutto il mondo. Bene hanno fatto quegli scouts che ieri si sono fatti avanti per contrastare qualsiasi forma di vandalismo e l’assurda corsa per rimuovere questa statua, senza in realtà, alcun dibattito”. La Slade dal canto suo, ha ribadito che, sebbene “famoso per la creazione degli scout”, va riconosciuto che “ci sono aspetti della sua vita che devono essere considerati meno degni di lustro e commemorazione”, accusandolo di razzismo e sostegno ad Hitler.
Osserviamo, nel dettaglio, questa assurda storia. Nel 2010, secondo alcuni organi di stampa britannici, fascicoli declassificati del Servizio di Sicurezza Mi5 hanno rivelato di “colloqui privati intercorsi, tra Baden-Powell ed il Capo del Movimento della Gioventù Hitleriana (Hitler Jugend), che gli propose, addirittura, di recarsi in visita al Führer”.
In effetti, alcune pagine della biografia del Generale inglese parlano di un suo incontro, avvenuto nel 1936 durante un ricevimento presso la sede diplomatica tedesca a Londra, con l’Ambasciatore di Germania, Joachim Von Ribbentropp ed il Capo della “Hitler Jugend”, Baldur von Schirach, i quali probabilmente lo invitarono a Berlino. Dalle stesse, risulta, altresì, che la sua risposta fu molto evasiva e, di certo, non andò mai nella capitale tedesca. E’ falso, quindi, asserire con determinazione che abbia avuto stretti rapporti con i vertici del nazismo.
La “Gioventù Hitleriana” non fu mai invitata a manifestazioni scoutistiche, né vi furono collaborazioni. Il suo biografo più insigne, Tim Jeal, ha recentemente sottolineato che l’ammirazione per il leader nazista si limitava a dei concetti avveniristici, che quest’ultimo aveva sull’educazione dei giovani e che un passaggio del diario, in cui Baden-Powell descriveva il manifesto autobiografico di Hitler “Mein Kampf”, come un “libro valido”, era stato mal interpretato. Tutto aveva a che fare, sempre e solo, con l’aspetto basilare della formazione del carattere dei ragazzi. In quel diario aveva anche annotato: “I dittatori, in Germania ed in Italia, hanno fatto meraviglie nel risuscitare i loro popoli e farne nazioni. Hanno riconosciuto che la mera educazione scolastica non è sufficiente per costruire una generazione di uomini, che sia ad un tempo competente, sana e patriottica, cioè una nazione forte. La Germania ha amalgamato le sue varie associazioni giovanili in un programma generale di formazione […]”.
Baden-Powell fu a lungo incerto nel giudizio da dare su Hitler e sul nazismo (così come su Mussolini e sul fascismo). Va peraltro sottolineato che l’imbianchino austriaco era salito al potere dopo regolari elezioni e che la brutalità e la ferocia del suo regime non era molto conosciuta fuori dai confini nazionali. Baden-Powell alternò, quindi, a commenti elogiativi, valutazioni fortemente critiche. Non sopportava l’odio innaturale del Capo del Terzo Reich per gli ebrei, condannandolo per la sua megalomania e per aver “organizzato” quelli che definiva “i grandi discorsi per ipnotizzare il popolo”. Odiava fortemente il suo totalitarismo. Razzista? Non si direbbe, poiché da giovane fu fidanzato anche con ragazze ebree, così come ebrea era sua moglie, un medico molto stimato.
Lo storico Andrew Norman rivelò, anni orsono, che “i nazisti, nel loro piano di invasione dell’Inghilterra, avevano giurato di giustiziare Baden-Powell. Avrebbe voluto introdurre lo scuotismo in Germania, ma solo per favorire l’amicizia tra i due paesi”. Va ricordato che il nazismo sciolse le associazioni scoutistiche tedesche già nel 1933. Di certo, Baden-Powell fu inserito in una “lista nera” della Gestapo, perché sospettato di utilizzare i giovani esploratori come spie.
Come se non bastasse, si è rovistato anche nelle pieghe della sua professione di ufficiale dell’esercito di Sua Maestà britannica, dove ricoprì diversi delicati e gravosi incarichi. E’ emerso che, nel 1896, durante la “Seconda Guerra Matabele”, fu accusato dal Ministero delle Colonie di aver fatto giustiziare un “povero” Capo africano, di nome Uwini. A seguito della strage di numerosi coloni bianchi, avvenuta in una zona remota del Matabeleland, nella Rhodesia Meridionale (odierno Zimbabwe), Baden-Powell ricevette l’ordine di acciuffarlo, perché ritenuto responsabile, e di reprimere la sua ribellione. Poiché Uwini venne ferito durante la cattura, temendo che non sarebbe sopravvissuto al lungo viaggio verso Colonia del Capo, sede dell’unico Tribunale Civile, lo deferì alla Corte Marziale del suo Distaccamento. Il verdetto fu di morte. A Baden-Powell la colpa di aver oltrepassato gli ordini ricevuti. Si aggiunga che le testate giornalistiche locali diffusero la notizia che a Uwini era stata promessa salva la vita, se si fosse arreso. Il Generale Comandante in Capo delle truppe inglesi in Africa, Sir Frederick Carrington, che in quel frangente si trovava presso il proprio Quartier Generale a Colonia del Capo, confermò che il suo ufficiale non avrebbe potuto, in mancanza di collegamenti ed ordini diretti, comportarsi diversamente. Pertanto, scagionò apertamente, agli occhi dell’opinione pubblica, la figura professionale e morale del suo Colonnello.
Il quotidiano “Times” uscì con un titolo a caratteri cubitali: “Baden-Powel va considerato un eroe, non un cattivo uomo”. Robin Clay, nipote del futuro ideatore dello scoutismo mondiale ebbe a dire: “Tutti commettiamo errori. In tempo di guerra si suscitano emozioni e si fa quello che si pensa in quel momento”.
Ed ancora. Colonnello di Cavalleria, in Sudafrica, era impiegato nella “Guerra dei Boeri” (1899-1900), come difensore di Mafeking, una cittadina di coloni inglesi, nel remoto confine nordorientale tra la Colonia del Capo e la Repubblica Boera del Transvaal. Molto si parlò allora di un’operazione che, atta a rintracciare dei ribelli zulu, finì con tre morti tra questi.
Il biografo Tim Jeal sostiene che “ha perso il contatto diretto con i suoi uomini, i quali potrebbero aver commesso un omicidio. Anche se avesse dato l’ordine di risparmiare la vita dei ribelli, è del tutto improbabile che, con guerriglieri di quella fatta, le cose potevano essere gestite nel pieno rigore della legalità”. Jeal continua: “Da ciò sono scaturiti molti problemi che, peraltro, all’epoca dei fatti, furono esaminati con attenzione ed archiviati, perché assolutamente ben gestiti”.
Era comunque un’insidiosa situazione di guerra, da inquadrarsi in un territorio ostile ed arretrato di fine ‘800.
L’8 ottobre del 1899, Baden-Powell inviò a sua madre l’ultimo biglietto, che cominciava così: “Un esercito di Boeri, su tre colonne, della forza complessiva di sei/settemila uomini, sta marciando su di noi…”. Cominciò il lungo assedio, destinato a trasformare un ottimo, ma sconosciuto, ufficiale in un eroe nazionale. Non si perse d’animo, sfruttò al meglio le scarse risorse a disposizione ed inventò ogni sorta di stratagemmi, per evitare uno scontro aperto che si sarebbe rivelato fatale per i suoi. Radunò, nel “Corpo dei Cadetti”, ragazzi dai 10 ai 16 anni. Diede loro un’uniforme, una bicicletta e li addestrò come informatori e porta-ordini. Nacque, così, l’embrione di quello che sarebbe diventato lo “scoutismo”, sviluppatosi, il 29 luglio 1907, in un “Primo Campo”, su un’isola di soli 226 ettari, Brownsea, lungo il canale della Manica, nella baia di Poole (dove si trova la sua sfortunata statua!). Partirono in 20 e, nel tempo, diventammo milioni, a costituire uno dei più importanti movimenti educativi giovanili mondiali, dal carattere interrazziale, interculturale, interreligioso.
Baden-Powell, dismessi i panni militari, si trasferì definitivamente in Kenya, dove morì nel 1941.
E’ molto probabile che, prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, i Servizi Segreti britannici temessero che la Germania di Hitler stesse tentando di far entrare gli ideali nazisti fra i movimenti giovanili scoutistici, diventati sempre più numerosi e guardati, vista lo loro rapida diffusione, con sospetto. Ma quelli erano altri tempi ed altri climi.
Ai nostri giorni, però, far circolare e cavalcare notizie che, pur muovendosi su uno sfondo di fatti reali e a caccia di scoop, si sono ben presto rivelate false, innesca, in menti malsane, sostenute dalla suggestione collettiva, atteggiamenti di avversione, immotivatamente ingiusta, che calpestano la dignità e la memoria di personaggi che hanno, comunque, tracciato il cammino della storia e non possono essere così superficialmente cancellati.

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