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29 Settembre 2020

Alvin “Shipwreck”, il pole sitter


Che potrà mai esserci di tanto entusiasmante, nello stare seduti, in bilico, sulla cima di un’asta di bandiera, per un’enormità di tempo, osservando quanto accade più in basso, tra i comuni mortali? Sicuramente nulla; anzi, è sciocco, immotivato, dissennato, pazzesco, si potrebbe dire.
Eppure, negli Stati Uniti d’America, tra le due Guerre Mondiali, si scatenò una vera e propria ossessione, che portò centinaia e centinaia di spiantati e di cercatori di notorietà a cimentarsi in questa pratica ed a tentare di stabilire primati di permanenza, per guadagnare cospicue somme di denaro.
Storicamente, la “pole sitting” americana (lett. “seduta sul palo”) risale ad un’antica disciplina ascetica, quella dello “stilitismo” (dal greco στῦλος, stylos, colonna o pilastro), voluta da San Simeone “Il Vecchio” di Antiochia (388-459 d.c.), padre spirituale di quei monaci cristiani anacoreti che, a partire dal V Secolo, avevano la particolarità di trascorrere la propria vita di preghiera e penitenza su una piattaforma posta in cima ad una colonna, rimanendovi per molti anni, spesso sino alla morte. Questa pratica voleva essere anche una testimonianza, una pubblica dimostrazione di fede.
Nella nostra era, invece, le origini di questa paradossale stramberia sono da attribuirsi ad un certo Aloysius Anthony Kelly, popolarmente noto come Alvin “Shipwreck” (Naufragio) Kelly, uno stuntman a fine carriera, che sosteneva di essere, come marinaio, sopravvissuto alla tragedia del “Titanic”.
Alvin, newyorchese di Manhattan, era nato l’11 maggio 1885 nel popolare quartiere di Hell’s Kitchen. Suo padre morì due mesi prima che nascesse e sua madre, durante il parto. Rimasto completamente solo, nei primissimi anni di vita, lavorò come campanaro ed operaio. All’età di tredici anni, scappò dalla famiglia che lo aveva adottato ed andò per mare, su di un’imbarcazione mercantile, dove venne dapprima impiegato come mozzo ed in seguito come manovale, operaio siderurgico e palombaro. Passato alle navi da crociera, arrotondava la paga, combattendo come pugile. Sembra sia stato anche uno spericolato pilota di velivoli acrobatici. Durante il primo conflitto mondiale, servì il suo paese come Guardiamarina, sull’Incrociatore “USS Edgar F. Luckenbach”.
Aveva sposato un’operatrice di ascensori, tale Frances Vivian Steele, di Dallas in Texas. L’aveva conosciuta mentre, su di un palo, si stava esibendo in quella città. Da lei ebbe un figlio, Alvin Kieran, che nel 1973, divenuto operaio ed inserviente presso il “Clyde Beatty Circus”, all’età di 45 anni, fu ucciso da un elefante indiano, durante uno spettacolo a Tenafly, nel New Jersey, che lo afferrò, lo gettò a terra e lo calpestò, davanti ad una platea inorridita.
La sua prima esibizione, in cima ad un pennone, fu nel 1924, quando si sedette per tredici ore e tredici minuti. L’idea nacque, si disse, da una scommessa con amici o da una trovata pubblicitaria. Fatto sta che, dopo quella volta, rimanere appollaiati lassù, divenne una dilagante mania nazionale, con centinaia di concorrenti pronti a tutto, pur di stabilire primati di resistenza e guadagnare tanto denaro. Vennero bruciati velocemente “records” di dodici, diciassette e ventuno giorni. Visto il successo della cosa, Alvin “Shipwreck” decise di voler, ad ogni costo, raggiungere lui, per primo, il “guinness” della gloria.
Nell’estate del 1930, si fece issare su di un palo ad Atlantic City, nel “Boardwalk”, il famosissimo e frequentatissimo molo in acciaio, lungo quasi cinque chilometri, davanti ad un pubblico di duecento mila spettatori. Una particolarità: in quella posizione Kelly riusciva a svolgere normalmente molte delle sue normali attività quotidiane. Riceveva i pasti, leggeva, faceva il bagno e schiacciava tranquilli sonnellini. Ovviamente, era costante la possibilità che durante l’incoscienza della siesta potesse perdere l’equilibrio. Ma trovò il rimedio anche per quel tipo di problema.
Come raccontò in seguito, prima di dormire, usava infilare i pollici di entrambi le mani, nei fori laterali del palo, che avevano le dimensioni di quelli di una palla da bowling. Se durante il sonno avesse incominciato ad oscillare, le fitte di dolore avvertite, lo avrebbe fatto drizzare, senza però svegliarlo.
Riuscì a bruciare continuamente primati, rimanendo accovacciato in cima al pennone, per 1177 ore, pari a 49 giorni e fu un record che rimase per sempre il suo, anche perché i tentativi della gente, distratta dalla grave crisi economica, andarono velocemente scemando, fino a cessare definitivamente. Secondo il quotidiano “New York Times”, Kelly trascorse in aria un totale di 20.613 ore che, peraltro, non furono sempre vissute in condizioni favorevoli. Passò complessivamente 47 ore sotto la neve, 1400 tra pioggia e nevischio e 210 a temperature che scesero, tantissime volte, abbondantemente sotto lo zero. Il suo ultimo spettacolo avvenne nel 1939.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, tentò di riproporlo, ma senza successo, poiché, probabilmente, il pubblico era mutato per lo stravolgimento degli eventi trascorsi o per un ovvio cambio generazionale. Quella folla che, non moltissimi anni prima, lo aveva seguito ed osannato, era già andata oltre, proiettata su altre forme di divertimento collettivo.
Al momento della sua morte, avvenuta l’11 ottobre del 1952, perché investito da un’automobile lungo la strada di casa, Kelly era diventato un vecchio triste e scorbutico, ma convinto di non essere stato del tutto dimenticato. Rimasto vedovo sei mesi prima, con il citato sfortunato figlio impegnato nella Guerra di Corea, si sentiva depresso e bisognoso dell’intervento dell’assistenza sociale. Il suo corpo senza vita, che nessuno reclamò, rimase per molti giorni all’obitorio, prima di essere sepolto a spese dello stato.
Tra gli oggetti trovati nella sua stanza, un vecchio borsone che conteneva corde ed attrezzature necessarie alla sua attività di primatista. L’ambiente era pieno di vecchi ritagli di giornale, che ricordavano, con enfasi, le sue imprese legate a quell’importante “ridicolo” trono, situato ad un passo dal cielo.

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