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18 Settembre 2020

Quel “Maggiolino” per niente matto!


“Penso sia difficile che questa autovettura possa piacere ad un acquirente medio. E’ troppo brutta e troppo rumorosa. Se intende costruire auto qui, giovanotto, lei è un dannato pazzo”.
Nel 1945, con questa opinione, non certo incoraggiante, di un industriale britannico, Ivan Hirst, un ufficiale inglese di 29 anni, decise di andare avanti.
Secondo lui quella “strana” vettura dalle forme tondeggianti, che ricordavano un po’ un insetto, disegnata da Ferdinand Porsche su esplicita richiesta di Adolf Hitler, poteva rappresentare, per l’esercito del Regno Unito, il veicolo ideale, maneggevole ed economico, da usare nell’area di propria competenza, della Germania appena sconfitta.
Così lui, un Maggiore del Genio, appartenente ai Royal Electric and Mechanical Engineers, riuscì a convincere gli alti papaveri a ordinare un primo lotto di ventimila autovetture che sarebbero state prodotte da una fabbrica di Wolfsburg, in Bassa Sassonia, una volta riparati i danni causati dai bombardamenti che, nell’ultimo periodo della guerra, aveva realizzato componenti per i “Missili V1”, destinati a essere lanciati sulla Gran Bretagna e sul porto di Anversa, oltre a stufe da inviare ai soldati del fronte orientale, utilizzando una manodopera di circa quindicimila lavoratori prigionieri di guerra.
Quando, finalmente, tutti i macchinari si misero in moto, dalle catene di montaggio uscirono i primi “Maggiolini” (anche se ancora non era quello il nome) destinati non più alla Wehrmacht di Hitler, bensì alla rinata popolazione tedesca. Nel 1949 Hirst, che fino a quel momento aveva diretto la fabbrica per conto dell’amministrazione militare britannica, passò il timone dell’azienda ai nuovi industriali del Paese.
In quel momento la Volkswagen era già la fabbrica automobilistica nazionale più importante, contribuendo in maniera determinante alla rinascita economica dello Stato. Il marchio della “tripla V” fu anche un protagonista sempre più prestigioso del mercato europeo, proprio mentre l’industria automobilistica della Gran Bretagna stava entrando in una spirale di declino, da cui non si sarebbe mai più risollevata.
Il Maggiolino, la cui produzione è definitivamente cessata nello scorso mese di luglio, è stato il veicolo più prodotto nell’era del motore a scoppio, con oltre ventitrè milioni di esemplari, di cui poco meno di ventidue milioni erano della versione “classica” (non quella rivisitata nel 1998).
Secondo un articolo comparso su “Quartz Obsession”, nel 1972, con la vettura numero 15.007.034, il “Maggiolino” ha superato il record di produzione della Ford “Modello T”, che aveva dominato il mercato statunitense dal 1908 al 1927.
Il “Maggiolino”, quindi, nacque da un’intuizione di Hitler, che nel 1933 aveva confidato al “New York Times” che la Germania doveva “ancora essere motorizzata”, sottolineando che “il “Modello T” della Ford aveva azzerato le differenze di classe più di ogni altra cosa”.
Nonostante il nazionalsocialismo nutrisse un’ideologia eccessivamente tradizionalista, nostalgica e conservatrice, il suo leader era tutt’altro che un antiprogressista. Aveva una profonda passione per ogni forma di innovativa tecnologia. Armi, mezzi corazzati, aerei (fu il primo ad immaginare una forma di propulsione a reazione), sistemi di comunicazioni, automobili veloci: tutto ciò che era avveniristico lo affascinava. Il suo regime era, senza ombra di dubbio, il più populista di quei tempi. Anche se finanziato dagli industriali ed appoggiato dai latifondisti, sosteneva con forza l’uguaglianza tra le classi ed una loro comune elevazione sociale.
Nel 1934 il Führer chiese a Ferdinand Porsche di progettare un’autovettura che fosse accessibile alle tasche di tutti, una sorta di “auto del popolo” (lett. volkswagen, in tedesco), che non costasse più di 900 Reichsmark e potesse trasportare, ad una velocità accettabile (100 km/h), una famiglia di cinque persone. La prima pietra della fabbrica di Wolfsburg fu posata, con un considerevole contributo del governo, nel 1938 ed Hitler battezzò la macchina “KDF Wagen” (dalle iniziali della Kraft-Durch-Freude, la Forza Attraverso la Gioia, l’organizzazione dopolavoristica e assistenziale del Terzo Reich che organizzava le vacanze per i lavoratori).
Le famiglie tedesche non riuscirono però a vedere subito l’auto pensata per loro. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, a seguito dell’invasione tedesca della Polonia, il 1 settembre 1939, e per tutta la durata del conflitto, la fabbrica produsse solo i modelli della vetturetta militare “Kubelwagen” e della “Schwimmwagen” (versione anfibia), dotate entrambe del motore progettato da Porsche. Al termine del conflitto, con la ripresa, come detto in precedenza, della produzione destinata ad una clientela civile, fu realizzato quel progetto sospeso, con un modello chiamato “Typ-1”. Solo nel 1968, la Volkswagen adottò il nomignolo, ormai universalmente usato dai consumatori, inserendo nelle proprie brochure il termine “Der Käfer”, che in tedesco vuol dire “Il Coleottero”. In inglese era già “The Beetle” (scarabeo), in francese “La Coccinelle” e in italiano “Il Maggiolino”.
Negli anni Sessanta l’automobile divenne, in tutto il mondo, un simbolo della controcultura pacifista e libertaria degli “hippies”, unitamente al pulmino della stessa marca che, soprattutto negli Stati Uniti, fu adottata dai “surfers” della California e come cornice alle canzoni dei Beach Boys e degli altri “Pop-rockers” americani.
Nella versione “cabrio”, con il motore potenziato, denominata “Maggiolone”, “fu una delle auto preferite degli accademici europei, intellettuali fumatori di pipa con un occhio alla moda”, come ironicamente scrissero Carlo Fruttero e Franco Lucentini, i due famosi scrittori satirici.
Per tutti questi anni e, in un certo qual modo, ancora oggi, quando si è detto e si dice “Volkswagen”, si è detto e si dice “Maggiolino”.
“Le altre autovetture di Wolfsburg”, notò acutamente Luca Goldoni, “hanno invece bisogno di un nome specifico”. Così la “Polo”, la “Golf”, la “Passat”, la “T-Roc”.
E pensare che tutto ha avuto origine da un’idea e dalla volontà di uno dei personaggi più ambigui, sanguinari ed odiati della storia. Ma non va dimenticato che se il “Maggiolino” ha continuato a viaggiare per le strade del mondo, il merito è stato di un Maggiore dell’Esercito britannico.
Ivan Hirst è morto il 10 marzo del 2000, all’età di 84 anni ed il 3 gennaio del 2016, due mesi prima del centenario della sua nascita, il sito della Volkswagen gli ha dedicato un commosso messaggio di ringraziamento.

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