Il tempio di Abu Simbel, una meraviglia dell’antichità


Il faraone Ramses II (1279 a.C. – 1213 a.C.) fece erigere numerosi colossi raffiguranti sé stesso su tutto il territorio dell’antico regno egizio. Tra questi i più celebri sono certamente quelli posti all’ingresso del tempio maggiore ad Abu Simbel. Oltre a questi, sono degni di menzione quello collocato per molti anni nella piazza della stazione del Cairo e successivamente trasferito al Museo Egizio della capitale egiziana e quello sdraiato che è conservato a Menfi.
Il Tempio maggiore di Abu Simbel è generalmente considerato il più imponente e il più bello dell’antichità egizia. Fu fatto erigere per intimidire i vicini Nubiani e per commemorare la vittoria nella battaglia di Qadeš.
Il sito archeologico fu scoperto il 22 marzo 1813 dallo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, quasi completamente ricoperto di sabbia, e fu violato per la prima volta il 4 agosto 1817 dall’archeologo italiano Giovanni Battista Belzoni. Nel 1979 è stato riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Sulla facciata, alta 33 metri e larga 38, spiccano le quattro statue di Ramses II, ognuna delle quali alta 20 metri, in ognuna il faraone indossa lo “pschent” ovvero le corone unite di Alto e Basso Egitto, il copricapo “nemes” che gli scende sulle spalle e sfoggia il cobra sulla fronte. Ai lati delle statue colossali, di cui una purtroppo in parte crollata, ve ne sono altre più piccole, la madre Tuia e la moglie Nefertari mentre tra le gambe ci sono le statue di alcuni dei suoi numerosissimi figli (riconoscibili dalla treccia infantile al lato della testa): Amonherkhepshef, Ramses jr., Bintanath e Nebettaui. Sopra le statue, sul frontone del tempio ci sono 14 statue di babbuini che, guardando verso est, aspettano ogni giorno la nascita del sole per adorarlo, in origine i babbuini erano 22, tanti quante le province dell’Alto Egitto, sebbene un’altra ipotesi vuole che le statue fossero 24, una per ogni ora del giorno.
Come detto, una delle statue di Ramses è rimasta senza testa, crollata pochi anni dopo la costruzione del tempio a causa di un terremoto, ed è rimasta ai piedi della statua. Nel crollo essa ha distrutto alcune delle statue più piccole che si trovavano nella terrazza del tempio, rappresentazioni dello stesso faraone e del dio Horus (rappresentato come al solito in forma falco). Ai lati delle statue poste presso l’ingresso ci sono delle decorazioni, c’è Hapy, dio del Nilo e simbolo dell’abbondanza, che lega fiori di loto, simbolo dell’Alto Egitto, con i fiori di papiro, simbolo del Basso Egitto, per dimostrare l’unione del Paese. Sotto queste scene, nel lato destro, quindi a nord, sono rappresentati dei prigionieri asiatici legati con corde che terminano con il fior di papiro, simbolo del Nord, mentre nel lato sinistro, quindi a sud, sono rappresentati dei prigionieri africani legati con corde che terminano con fiori di loto, simboli del sud. Queste rappresentazioni sono un omaggio alle campagne belliche del grande faraone che nei decenni del suo regno unificò definitivamente l’Egitto facendone la maggiore potenza del suo tempo.

Come i meno ignoranti sapranno, il tempio di Abu Simbel ha rischiato di venire sommerso negli anni sessanta del secolo scorso., insieme ad altri importanti templi della Nubia. Grazie all’intervento dell’UNESCO, ben 113 paesi si attivarono inviando uomini, denaro e tecnologia per salvare il monumento. Dopo attente valutazioni venne approvata la proposta svedese che prevedeva lo smontaggio dei templi e il loro riassemblaggio più a monte. I lavori durarono dal 1964 al 1968 con l’impiego di oltre duemila uomini, guidati da un gruppo di esperti cavatori di marmo italiani, reclutati dall’azienda italiana Impregilo e provenienti dai siti di Carrara, Mazzano, Chiampo e dalla Garfagnana in provincia di Lucca, con uno sforzo tecnologico senza precedenti nella storia dell’archeologia. L’impresa costò allora in totale circa 40 milioni di dollari. Le reti di imbrago dei blocchi vennero realizzate in Italia dalla Zaccheo Bellieni S.p.A.
La ricostruzione comprese anche l’erezione di una cupola in calcestruzzo armato posta appena sopra il monumento con la duplice funzione di preservare la struttura e di dare forma alla collina artificiale a cui vennero addossati i templi. L’intervento interessò sia il tempio principale dedicato a Ramses II sia quello secondario dedicato al dio Hator e alla regina Nefertari.


Nel ricostruire i templi, circa 210 metri più indietro e 65 metri più in alto, fu mantenuto l’originale orientamento rispetto agli astri e al sole, in modo da consentire al sorgere del sole, due volte l’anno – il 22 febbraio e il 22 ottobre – di illuminare la camera centrale del tempio maggiore dove troneggiano le quattro divinità sedute: Ptah, Amon-Ra, Ramses II deificato e Ra. Occorre però dire che i costruttori egizi furono più bravi: nonostante la nostra tecnologia, dopo il trasloco le date in cui la camera di fondo viene illuminata sfalsano di un giorno!
Anche il tempio minore, dedicato alla moglie prediletta di Ramses, Nefertari, è molto bello e perfettamente conservato. È questo l’unico tempio egizio dove una regina ha la stessa importanza del faraone, lo stesso Ramses lo ha fatto scrivere in una incisione nei rilievi della facciata: “…la casa dei milioni di anni, nessuna costruzione simile è mai stata scavata”. Altri monumenti di minore rilevanza, e di minori dimensioni, anch’essi minacciati dal livello delle acque vennero smontati e donati a vari musei tra cui anche il Museo egizio di Torino. Il 22 settembre 1968 una grande cerimonia annunciava al mondo la rinascita dei magnifici complessi monumentali di Ramses II e di sua moglie Nefertari, che ancora oggi possiamo ammirare. Per chi ne avesse la possibilità, un viaggio ad Abu Simbel si ripaga sicuramente delle spese che si devono affrontare. È possibile arrivarci con aerei delle aviolinee interne con parenza da Luxor o da Assuan. L’arrivo in aeroporto desta curiosità nel turista, in quanto la pista è situata dietro la collina nella quale è stato scavato il tempio. Il tragitto a piedi è breve, anche se sotto un solo che se va bene scalda a oltre 50 gradi all’ombra sembra sempre troppo lungo. Ma la fatica è ripagata dalla sorpresa di trovarsi tutto a un tratto di fronte a quest’opera colossale, tanto da far restare a bocca aperta di fronte all’imponenza del monumento, ancora più stupefacente se pensiamo che la sua costruzione risale a oltre 33 secoli or sono!