Le portaerei mai nate


Storia di un progetto amato da Churchill, e mai andato in porto, e di un sogno di Mussolini, anch’esso purtroppo mai ultimato.


Habakkuk: la portaerei di ghiaccio:
Si racconta che quando Winston Churchill apprese il segreto che – secondo i suoi piani – gli avrebbe fatto vincere la guerra, stava facendo un bagno nella vasca di casa. Era un giorno sul finire del 1942 quando Lord Mountbatten, ammiraglio comandante delle operazioni speciali combinate britanniche e fidato consigliere del Primo Ministro in fatto di tattiche belliche non convenzionali, fece irruzione in bagno e lasciò cadere un cubo di ghiaccio nell’acqua della vasca.
Non era però ghiaccio normale, ma ‘Pykrete’, una miscela di ghiaccio contenente circa il 15% di segatura di legno che impediva al miscuglio di sciogliersi, rendendolo resistente come cemento. Churchill rimase stupito a osservare per alcuni minuti il ghiaccio che, pur nell’acqua calda, non fondeva..
In quei mesi la difesa dei convogli che attraversavano l’oceano Atlantico aveva una fascia scoperta. La situazione per la Gran Bretagna era seria: gli U-Boot nazisti avevano preso di mira le navi di approvvigionamento alleate che in convogli protetti da navi da guerra erano quasi quotidianamente dirette dal Canada al Regno Unito, e per quanto la RAF fosse impegnata nella protezione aerea delle navi, rimaneva una striscia di mare indifendibile nel medio atlantico, il cosiddetto Mid-Atlantic Gap, cioè il Varco Atlantico.
La fetta di oceano ampia 480 km era fuori portata per gli aerei con base a terra: l’unica soluzione sarebbe stata riempirla di portaerei, isole galleggianti a fare da hangar, stazioni di rifornimento…
Tuttavia l’acciaio in tempi di guerra scarseggiava e un progetto del genere non era realizzabile. A meno che… “Il ghiaccio galleggia, lo si può riparare facilmente – basta aggiungere acqua – ed è senz’altro meno raro dell’acciaio” fu il pensiero del Premier Britannico. Realizzare un iceberg non era certo un impresa da nulla, anche se l’’idea non era del tutto nuova, ma l’inventore britannico Geoffrey Pyke, al quale erano state commissionate le ricerche, si accorse che facendo raffreddare un miscuglio di acqua e segatura si otteneva un materiale estremamente resistente, inaffondabile e difficile da ribaltare – come spesso invece accade agli iceberg.
Venne quindi frettolosamente varata l’operazione Habakkuk (così denominata in onore di un versetto di un profeta biblico, che esorta allo stupore) prevedeva la costruzione di una portaerei di 2 milioni di tonnellate, lunga 600 metri e larga 100, mossa da 26 motori, dotata di torrette di sorveglianza e decine di piste di atterraggio.


L’ambizioso progetto trovò l’appoggio degli Alleati e nell’estate del 1943 i cantieri per la costruzione di un prototipo aprirono ad Alberta, in Canada. L’acqua del lago Louise fu raffreddata fino a formare enormi blocchi di ghiaccio, e gli alberi locali fornirono la polpa di legno. Alla fine, se ne ricavò una piattaforma lunga 18 metri e pesante quanto cinque balene (dunque non esattamente come nei piani iniziali…).
Ma sorsero ben presto altri problemi: il ghiaccio comunque un poco si scioglieva e deformava, la manodopera per un’impresa così faraonica aveva costi che nessuno poteva sostenere, e in più anche il legno cominciava a scarseggiare, mettendo in crisi anche l’industria della carta.
Si arrivò naturalmente a un’altra soluzione. Verso la fine del 1943 gli Alleati costruirono nuove portaerei e l’autonomia dei caccia inglesi fu migliorata con l’adozione di serbatoi più grandi. Il Varco Atlantico si era chiuso e nessuno ebbe più voglia di investire nel Pykrete, che resta comunque un ingegnosa invenzione in attesa di impieghi più proficui e pacifici.

La portaerei Aquila:
L’Aquila fu una portaerei progettata per la Regia Marina durante la seconda guerra mondiale, ottenuta riutilizzando e modificando lo scafo del transatlantico Roma. Fu la prima portaerei italiana dotata di ponte di volo continuo ad essere stata costruita, ma non entrò mai in servizio attivo.
Nonostante i vertici militari italiani avessero sempre osteggiato la costruzione di portaerei, in seguito all’attacco della base di Taranto nella notte dell’11-12 novembre 1940 (in cui la Marina italiana in un solo colpo ebbe tre navi da battaglia gravemente danneggiate) – che rese particolarmente evidente l’efficacia della aviazione imbarcata – venne deciso urgentemente di dotare la Regia Marina di una portaerei.
Dopo aver preso in considerazione ipotesi di trasformazione di altre navi, il progetto di trasformazione venne sviluppato dal colonnello del Genio Navale Luigi Gagnotto e prevedeva un’unità con due ponti sovrapposti, con il ponte inferiore da utilizzarsi per il decollo degli aeromobili e quello superiore da utilizzarsi per gli atterraggi, come avveniva per le portaerei giapponesi e per l’inglese Furious. Il ponte inferiore prevedeva l’installazione di due catapulte per facilitare il decollo degli aerei. Il progetto prevedeva la sostituzione dell’apparato motore e la modifica della carena, allo scopo di permettere all’unità di raggiungere la velocità di 26 nodi, sufficiente per permetterle di operare senza problemi con il resto della flotta. La nave sarebbe stata in grado di imbarcare un totale di 56 aerei, tutti ad ali ripiegabili, di cui 18 da bombardamento, 30 da caccia più 8 smontati, che sarebbero stati ricoverati nell’unica aviorimessa prevista sotto il ponte di volo; erano previsti due elevatori di grandi dimensioni per gli aerei più quattro di dimensioni inferiori per le bombe. L’armamento previsto era di due cannoni binati da 120/50 e altrettanti da 100/47 oltre ad altre armi di calibro inferiore. Allo scopo di privilegiare la velocità della nave la protezione passiva sarebbe stata del tutto inesistente e priva di corazzatura.


La trasformazione del transatlantico “Roma” in portaerei venne ordinata nel luglio del 1941. La realizzazione finale ha visto la protezione passiva realizzata mediante 18 paratie stagne (di cui 11 doppie), controcarene esterne e doppifondi riempiti di calcestruzzo armato sino alla linea di galleggiamento. L’applicazione di controcarene avrebbe permesso alla nave sia di raggiungere velocità elevate sia di migliorare la protezione subacquea nei confronti dei siluri. Le contromisure passive consistettero anche in una corazzatura ai depositi di carburante e di munizioni, mentre il riempimento delle controcarene con uno spessore di cemento armato, che aveva dato ottime prestazioni alle prove di scoppio in vasca, richiedeva meno acciaio per la sua realizzazione rispetto ad una corazzatura classica.
La motorizzazione fu realizzata partendo da due apparati originariamente destinati a incrociatori leggeri della classe Capitani Romani. La potenza di ciascuno dei gruppi caldaie/turbina venne limitata da 50 000 a 37500 CV, per un totale di circa 150000 CV, consentendo alla nave di raggiungere una velocità massima di circa 30 nodi.
E’ interessante notare che i quattro propulsori FIAT originariamente presenti sulla ”Roma” sopravvissero al conflitto e vennero riutilizzati in coppie di due per i transatlantici gemelli Giulio Cesare e Augustus, costruiti nel dopoguerra.
L’Aquila era equipaggiata con due catapulte Demag ad aria compressa di produzione tedesca con due elevatori. L’aviorimessa era divisibile in quattro sezioni da paratie tagliafuoco. Avrebbe potuto imbarcare 51 aerei da caccia tipo Reggiane Re.2001 di cui 10 sul ponte di volo, 26 nell’aviorimessa e i rimanenti sospesi al cielo della stessa con un espediente ingegnoso inventato per poter aumentare la capacità di carico della nave. Era stata prevista anche la costruzione di una versione del Re.2001 ad ali ripiegabili che avrebbe potuto portare a 66 caccia la capacità di imbarco. L’armamento, destinato principalmente alla difesa contraerea, era costituito da otto cannoni singoli da 135/45 e dodici da 65/64 mm installati a prua, poppa e su mensole ai lati dei ponti di volo e da 132 mitragliere da 20 mm installate ai lati del ponte di volo e davanti e dietro l’isola.
Pur essendo stata danneggiata nel novembre 1942, mentre era ancora in allestimento a Genova, l’8 settembre 1943 la nave era già completata al 90%, praticamente pronta per i collaudi e le prove in mare, ed aveva già effettuato le prime prove statiche dell’apparato motore, ma non fece in tempo ad entrare in servizio attivo. Il 9 settembre la nave fu sabotata prima di essere abbandonata dall’equipaggio; cadde quindi nelle mani dei tedeschi che se ne impadronirono affidandola alle autorità della Repubblica Sociale Italiana, le quali ne tentarono il completamento per immetterla in servizio nella Marina Nazionale Repubblicana, ma a causa dei continui bombardamenti alleati come quello nel porto di Genova del 16 giugno 1944 la nave subì gravi danni. I tedeschi cominciarono allora un parziale smantellamento per riciclarne il ferro ed infine il 19 aprile 1945 la nave venne attaccata da mezzi d’assalto subacquei “chariot” di Mariassalto facenti parte delle forze cobelligeranti italiane del Regno del Sud, per impedire che i tedeschi ne utilizzassero il grosso scafo per affondarla e bloccare l’imboccatura del porto di Genova.
Alla fine della guerra, il 24 aprile 1945, venne ritrovata ancora a galla, semisommersa e posta a metà del porto in un estremo tentativo di bloccare il passaggio fra il bacino della Lanterna e gli scali occidentali.
Rimorchiata dagli inglesi alla Calata Bettolo, vi rimase qualche anno finché nel 1949, con la denominazione Pontone P227 fu rimorchiata all’arsenale di La Spezia, in attesa di decidere circa un suo eventuale riutilizzo civile, ma riscontrata la difficoltà e l’alto costo necessario per ritrasformare la nave in piroscafo, ne venne decisa la demolizione, avvenuta nel 1952.
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Fonti:
focus.it
wikipedia.it