Donne in guerra


“Maglietta e mutandine? Meglio se di lana oppure un misto di lana e seta sintetica, che assicura caldo e resistenza all’usura. Ottimi, anche i mutandoni stile pantaloni da golf, con lacci in vita e alle ginocchia. Va bene anche il bustino, in un pezzo solo, ma non in caso di taglie forti, per le quali sono più indicati il reggiseno e un corsetto con le stecche. In ogni caso, meglio dare l’addio ai capi sottilissimi utilizzati in tempo di pace”.
Sono i consigli di biancheria intima, rivolti alle donne in uniforme, contenuti in un articolo comparso sul quotidiano britannico “Daily Telegraph”, il 3 settembre 1939, il giorno in cui la  Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania, dopo la scadenza dell’ultimatum, che ordinava a Berlino il ritiro delle proprie truppe dalla Polonia, invasa il 1° settembre. Era l’inizio del secondo conflitto mondiale.
Come già era avvenuto nella Grande Guerra, anche questa volta numerosissime donne inglesi indossarono l’uniforme e prestarono servizio presso tutte le Unità delle tre delle forze armate. Le ausiliarie dell’aviazione, che presero il nome di WAAF, acronimo di Women’s Auxiliary Air Force, raggiunsero nel 1943, anno di massima espansione, le centottantamila unità. Le ragazze arruolate dalla marina, Womens’ Royal Naval Service, denominate “WREN” nel linguaggio corrente, furono, complessivamente, settantacinquemila. Quelle dell’esercito, che nacquero dalla fusione tra i Servizi di Emergenza, le Infermiere Volontarie di primo soccorso e la Legione Femminile, coprirono un organico di centonovantamila effettive, alla fine del conflitto, e fecero parte del Women’s Auxiliary Defence Service, “WADS”. Ma quel nome fu subito mutato in Auxiliary Territorial Service, “ATS”, poiché la parola “wads”, che in stretto slang significa sperma, avrebbe dato sicuramente sfogo a battutacce volgari e di cattivo gusto da parte, soprattutto, delle componenti maschili. Fu proprio in questo corpo ausiliario che prestò servizio la Principessa Elisabetta, futura Regina d’Inghilterra che, da allora, si è sempre vantata della sua abilità di meccanico d’auto, raggiunta sotto le armi.
Quelle donne-soldato, però, non furono mai impiegate in combattimento, ma solo nei servizi logistici. Furono preziosissime nelle comunicazioni, nell’assistenza al volo, come operatori radar, nelle mansioni di segreteria, alla guida di automezzi, nei servizi sanitari, nella manutenzione dei mezzi ruotati, cingolati e di artiglieria, nella gestione della corrispondenza, nell’assistenza dei riflettori antiaerei e, nel caso delle ragazze della RAF, nel trasferimento, come piloti, di velivoli, dalle fabbriche di costruzione ai centri di addestramento e alle unità operative. La loro paga, era ridotta di un terzo, rispetto a quella degli uomini, peraltro già molto bassa.
Come tutto ciò che ha a che fare con l’attività di guerra, anche il lavoro delle ausiliarie, nonostante la lontananza dal fronte, non fu certo privo di rischi: secondo l’Imperial War Museum, durante quegli anni, le vittime del solo ATS, furono settecentodiciassette.
L’arrivo di tante donne nelle forze armate, rimaste particolarmente conservatrici, non poteva non destare  preoccupazione e perplessità negli alti comandi e nell’opinione pubblica. Questo spiega il tono vagamente imbarazzato dell’articolo del “Daily Telegraph”, che si spinse fino a consigliare “il colore nero  per la biancheria, tranne che per le infermiere e, più in generale, per tutte le donne che fossero costrette a indossare abiti bianchi: in questo caso meglio scegliere (lett.) il bianco o il rosa, il pesca o l’azzurro pastello, tonalità alle quali sono abituate”.
Ma questo disagio non durò a lungo. Come tutti i grandi turbamenti, anche la Seconda Guerra mondiale determinò un profondo cambiamento dei costumi e dei rapporti tra i sessi.
Il famoso storico inglese, Max Hastings, autore, tra l’altro, del libro “Comando Bombardieri”, racconta, in quelle pagine, una storia che la dice lunga su quanto potette essere irruenta e rivoluzionaria la presenza femminile nella realtà militare.
In una base aerea della RAF che, come l’esercito e la marina, era, all’inizio del conflitto, profondamente conformista e classista (i piloti erano, quasi totalmente, ufficiali appartenenti alla “upper class”, i sottufficiali e il personale di terra provenivano dalla “working class”), si presentò, un giorno, un’ausiliaria bellissima e di alto rango. Tutti gli ufficiali si contesero il suo corteggiamento, ma lei, non curante della tradizionale etichetta britannica, scelse, per condividere il futuro della sua vita, senza alcuna titubanza, un sottufficiale.
Una piccola grande vittoria, come tante altre forse, che rappresentò sicuramente un significativo passo in più, nel tortuoso cammino dell’emancipazione femminile.