Colossi economici globali, Stati e sindacati


Lo Stato italiano detiene un patrimonio di beni che ammonta a bilancio a circa 2000 miliardi di euro, mentre una realtà finanziaria privata e apolide come Blackrock ne gestisce quasi 10000. Ogni settore economico mondializzato mostra alcune aziende globali (in alcuni casi 3 o 4) che si dividono la leadership: le possibilità per altri soggetti nei medesimi settori è praticamente nulla, o quanto meno non programmabile strategicamente.
Quale ruolo hanno gli Stati in una situazione globale come questa?
Le aziende fanno i fatti loro e vanno d’accordo coi governi solo se i governi fanno ciò che interessa a loro. Francesi o italiane è solo un esempio di vecchio e superato punto di vista. Gli Stati infatti devono cambiare e diventare i nuovi sindacati di classe. Mentre i vecchi sindacati devono diventare corporativi. Vedi per un migliore approfondimento il mio precedente articolo qui. Ci sono motivi differenti in ogni caso economico. Certo che alcuni Stati fanno un lavoro di sostegno alle aziende più efficiente. gradito e, perché no, verso aziende “di casa”, ma oramai non viene esclusa nessuna azienda di nessuna provenienza. Questo non significa che gli Stati devono fare ciò che vogliono le aziende. Il miglior operare di un’azienda in Italia o in Finlandia dipende comunque sempre da moltissimi fattori, che sono, principalmente, per le aziende industriali: logistica, tasse e gestione/presenza di generali e specifici fattori della produzione.
A differenza delle aziende, le persone che vi lavorano hanno altre ottiche. È ormai piuttosto chiaro che nessun mercato locale può considerarsi autonomo dall’intero mercato mondiale. È quindi abbastanza ovvio che i fattori della produzione devono convergere verso il sostegno alle iniziative economiche, che il buon senso e la storia ha qualificato come opportunamente gestite in modo privatistico e non statale. Nella situazione attuale, dunque, le forze della produzione del valore devono necessariamente essere coese intorno al risultato d’impresa, e così la forza lavoro, i dipendenti. I sindacati devono avere vigore ed essere ben organizzati, perché il loro destino, pena la sopravvivenza delle aziende, e quindi la loro propria nonché dei lavoratori di cui rappresentano gli interessi, è di contribuire consapevolmente al successo delle strategie d’impresa. Ciò implica specifica responsabilità economica, rappresentanza e capacità di contributo: ecco il senso del neo-corporativismo cioè condivisione contributoria alle strategie delle imprese in modo da massimizzare le possibilità di competere rispetto ai giganti globali presenti in tutti i settori. I semplici sindacati (solo) “di classe” nella contrattazione aziendale e anche in quella collettiva sono una sciagura oggi, e anche a causa di ciò le aziende possono abbandonare territori e occupati.
Il problema della difesa delle socioeconomie locali passa attraverso una posizione statale di sostegno circostante del lavoro, indiretta, e non di schieramento nelle relazioni industriali. Ciò implica che i partiti devono avere propri sindacati di riferimento, per poter portare avanti nel quadro politico istituzionale le istanze dei settori e delle loro aziende e persone. Il primo tema di tutte le aziende deve essere in rapporto alla globalizzazione, e ciò riguarda i tre livelli di discussione sull’oggetto sindacale, e cioè: 1. Capacità competitiva interna all’organizzazione e relativi programmi; 2. Suddivisione dei profitti; 3. Organizzazione della rete. L’unitarietà di comando della azienda non deve essere lesa in nessun modo, ma il management deve essere anch’esso pienamente responsabile e sensibile ai tre livelli suddetti. Lo sguardo di tutti deve essere indirizzato al movimento verso gli spazi competitivi possibili nella consapevolezza del mercato unico mondiale.
Da una parte, il rapporto tra capitale e lavoro è da considerare un fatto tecnico, a maggior ragione dal momento che i settori sono tutti maturati e presentano leader e principali player di enormi dimensioni socioeconomiche e pericolosissimi per gli altri competitor follower; dall’altra parte, la struttura economica è molto più chiara, e molto chiare sono le condizioni per attraversarla con un’attività aziendale, sia nella difesa che nell’attacco. La dismissione di attività fa parte intrinseca del processo di adattamento, e quindi l’intera struttura e cultura delle aziende deve essere fortemente flessibile nel senso di preservare soprattutto la versatilità dell’organismo alle soluzioni differenti, in termini di cultura, capacità operativa e resistenza, preservando e alimentando principalmente le capacità di identificare e organizzare le prime fasi dei nuovi business, soprattutto di tipo interstiziale e locale, in quanto il main stream anche d’innovazione nei diversi settori è controllato dai colossi globali.
Dunque, gli equilibri psicosociali e socio organizzativi son letteralmente cruciali, e sono vitali per i principi di libertà d’azione e di governo delle esistenze: tali temi appaiono quindi come politici di massimo livello e implicano certamente, l’impegno di strutture di massino livello sociale, come gli Stati. È conseguentemente chiaro come tali obiettivi di resistenza e di contributo devono essere considerati obiettivi fondamentali per la politica, cioè principalmente per il governo degli Stati.
Appare specularmente molto problematico il rapporto degli Stati con le grandi realtà economiche sovraordinate: essendo queste ultime almeno altrettanto potenti dei più importanti Stati sul piano economico, ma essendo sempre queste realtà economiche molto più veloci e potenzialmente aggressive rispetto a tutti i poteri circostanti, tra cui gli Stati appunto. Inoltre, essendo gli Stati, soprattutto se Democrazie, sostenute dal consenso popolare, il rapporto con il potere neo-feudo-olistico è un rapporto che deve essere considerato governabile, e gestito in quanto tale perché lo è, e quindi dialettico, sinergico, ma mai prono. Infatti, appena le aziende globali percepiscono la debolezza di un potere circostante, tentano spontaneamente di dominarlo, mentre se percepiscono un atteggiamento di forza e di resistenza sono portate a considerarne prima di tutto il contributo e solo successivamente l’eventuale dominio.
Il potere (del tutto naturale) degli Stati è proprio nelle risorse stanziali, e costituisce un approccio totalmente diverso da quello glocal, rizomatico di superficie, che le aziende globali instaurano col locale. Moltissime energie economiche sopraggiungono da questa dialettica, che non deve avvenire come contrapposizione (ottica sovranista, localista, anti evolutiva, passeista, oscurantista) ma come orgogliosa resistenza (se c’è da resistere, e dove è opportuno…) e sinergia. Intanto, è in questa chiave che deve vivere la pratica sindacale; poi, in quella ulteriore specificazione e integrazione che è propria del funzionamento politico di tutti gli Stati. Ciò è vero anche per quegli Stati, come ad esempio lo Stato neo-comunista (o, forse meglio, post-comunista) cinese, che vedono confluire nel pubblico molte funzioni che le democrazie considerano esterne, anche se poi, nei fatti, la comunità di cultura cinese è piuttosto integrata nell’ambiente mondiale e occidentale, cioè bassissima differenza antropologica, e le aziende di proprietà cinese operano in regime di libera concorrenza più o meno come le occidentali.
Diverso ovviamente il discorso su sistemi socioeconomici dis-integrati rispetto alla produzione del valore, quali sono quelli dell’Africa, del Sudamerica, che vivono ancor’oggi in uno stato di sostanziale soggezione, fornitori di materie prime soprattutto e poco considerati a livello politico globale, terre di conquista ancor’oggi, oppure altri invece perfettamente integrati come il Canada, o altri ancora invece subdolamente e violentemente resistenti alle regole dell’economia olistica come la Russia putiniana.