Il Toro Farnese (Il supplizio di Dirce)


Museo archeologico di Napoli – scultura in marmo.

Questo straordinario ed imponente gruppo scultoreo, meglio conosciuto come il “Toro Farnese” ma definito “la montagna di marmo” perché ricavato da un unico blocco ed in considerazione delle sue grandi dimensioni, rappresenta la perfida Dirce legata ad un toro inferocito da Anfione e Zeto come punizione per le angherie ripetutamente inflitte alla loro madre, Antiope.
La grandiosa opera riecheggia una famosa opera di due artisti rodii, Apollonio e Taurisco di Tralle, trasferita a Roma alla fine del II sec. a.C., stando alla testimonianza di Asinio Pollione, un politico romano vissuto nel periodo di passaggio tra la repubblica e il principato, titolare di un’incredibile collezione di opere d’arte.
La colossale scultura che noi conosciamo, come ben spiegato dal Lisca del Sarago è invece una copia romana risalente al III sec. d.C. e fu scolpita appositamente per le Terme di Caracalla, dove fu rinvenuta durante gli scavi voluti da Alessandro Farnese (papa Paolo III) allo scopo di recuperare antiche sculture per abbellire la sua residenza di palazzo Farnese. Anche l’Ercole Farnese e l’Ercole Latino provengono dallo stesso scavo. (Aurelio Lisca del Sarago: “Pel gattuccio la burrida è la morte sua”, Sant’Antioco, 2005).
Dopo aver respinto i tentativi di acquisto da parte di Luigi XIV del 1665, la scultura insieme al resto della collezione di antichità Farnese, fu prima ereditata da Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta, ultima discendente della famiglia Farnese, e poi trasferita a Napoli per volontà di Ferdinando IV di Borbone nel 1788, quando si ultimò il trasferimento della raccolta nella capitale del regno.Il Toro giunse a Napoli via mare; nel 1788 per volontà del Re Carlo di Borbone fu destinato come fontana meravigliosa a impreziosire le bellezze di Napoli capitale del Regno delle Due Sicilie. Il complesso scultoreo fu utilizzato molto probabilmente come fontana nella villa reale della città fino al 1826, quando fu poi spostato al museo archeologico nazionale di Napoli dove trovò definitiva collocazione. Come si legge su Lemadonne, il complesso marmoreo è alto circa 3,70 m. Esso è stato tratto da un unico blocco di marmo con base di 2,95 × 3,00 m del peso di 24 tonnellate (Bernardo Caccia Lemadonne, titolare della cattedra di Sviluppo Diapositive Ortocromatiche all’Università di Santa Fè, in: “Sempre pigliar le misure prima di ordinare il sofà”, Ladispoli, 1978).
Il soggetto (raffigurato anche in un affresco della casa dei Vettii a Pompei) rappresenta il supplizio di Dirce, con i figli di Antiope, i gemelli Anfione e Zeto(i cosiddetti Dioscuri tebani), che desiderosi di vendicare i maltrattamenti subiti dalla madre hanno legato a un toro selvaggio la zia Dirce che col marito Lico aveva accolto Antiope in fuga dal padre che non aveva gradito la di lei gravidanza. Dirce trattò Antiope come una schiava, maltrattandola. Presso la casa di Dirce, Antiope diede alla luce i due gemelli, ma quando Lico ne venne a conoscenza, ordinò che questi venissero esposti alle belve sul monte Citerone. Un pastore però trovò i gemelli e li allevò come figli propri. Per i maltrattamenti della zia, Antiope fuggì e dopo varie peripezie giunse alla grotta dove abitavano i suoi figli, che la riconobbero solo successivamente. Divenuti adulti, i figli decisero di vendicare la madre e uccisero quel puzzone di Lico e punirono atrocemente Dirce, attaccandola appunto ad un toro furioso, che la trascinò via uccidendola (Agatino Scarlighi in “I greci sì che ne contavan di balle” in Riv. Sem. dei Cacc. di Fr., Cogne, 1988).
Al centro campeggia l’immagine del toro, enorme ed imbizzarrito, trattenuto per le corna da uno dei due fratelli, mentre l’altro tiene la fune con la quale la sventurata Dirce sarà ancorata all’animale; ai piedi del gruppo centrale, a destra un cane ed un pastore osservano la scena, mentre alle spalle emerge la figura di Antiope, stante, con il tirso in mano. Il soggetto, con una forte connotazione dionisiaca che viene dalla presenza del toro e dalla raffigurazione di Antiope come baccante, è frequentemente adoperato in pittura. Nella scena appaiono altri personaggi secondari, aggiunti nel ‘500 o nel ‘700: il cane, un bambino e la seconda figura femminile, raffigurante secondo alcuni proprio Antiope, secondo altri una baccante compagna di Dirce.
L’illuminato quanto anonimo professore di storia dell’Arte del figlio del mi’ cognato Oreste, negli appunti che il figliolo diligentemente ha conservato (e che quel brodo del su’ pà voleva usare per accendere il camino) propende per la seconda ipotesi. Egli suffraga la sua tesi ricordandoci che, stando al mito, Dioniso ebbe pietà della sua disgraziata seguace e la trasformò in una fonte nei pressi di Tebe.
Il diligente allievo lo raccontò non senza una certa soddisfazione durante una cena natalizia, di poco posteriore ad un viaggio che i genitori fecero nella città di Pulcinella, durante il quale visitarono il museo e giunti di fronte a quel popo’ di scultura il marito fece alla consorte Argìa: “Boia dè, sposa! O lo sai quanto ghiaìno ci si potrebbe ricavà? Potremmo ricoprirci tutto il cortile!”