Mai, di se stesso


“Ciò che di personale si trova nei miei scritti”, disse una volta ad un commensale, che lo fissava come fosse un tenore, “è falso”. E se non dava importanza alla sua persona, al suo io personale, non pensò mai, neppure per un momento, di poter parlare di sé come filosofo, né della filosofia come sua. Nell’intera storia del pensiero, fu l’unico “protagonista renitente” ad essere tale. Anzi, non fu affatto un protagonista, sia per ragioni oggettive, interne al sistema, sia per coerenza. Con lui l’io soggettivo scomparve dalla scena filosofica, dove aveva pur rappresentato, di sé, i più vari e non sempre edificanti spettacoli.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nato a Stoccarda il 27 agosto 1770, il più rappresentativo esponente dell’idealismo tedesco, non amava parlare di sé. Di lui personaggio, non si sa quasi nulla, se non fugaci aneddoti, raccontati da colleghi ed amici. Fiutava continuamente tabacco e fumava con accanimento, cosa peraltro assai disdicevole, a quei tempi. Un certo Johann Karl Rosenkranz (1805-1879), anch’egli filosofo, confidò, nel bel mezzo di una “cena culturale”, quanto il suo maestro fosse “dipendente” da un’inseparabile pipa di terracotta. Così come venne fuori che, fin dalla gioventù, giocava molto volentieri a carte ed a scacchi, un po’ come il famoso Immanuel Kant (1724-1804), del resto. Sembra, inoltre, che durante un suo soggiorno a Francoforte, abbia appuntato, su di un taccuino poi dato alle stampe, alcune osservazioni sul gioco delle carte, sull’intreccio di intelletto e passione che si richiedeva ad un buon giocatore e sull’inquietudine dei “tempi moderni” che vi si manifestava. Noto per la meticolosità e la diligenza nel lavoro, evidenziava sfumature caratteriali molto spesso estrose. I suoi scatti d’ira, quando avvenivano, erano generalmente violenti, temuti e non sempre del tutto giustificati. Una corposa riunione, organizzata per definire la stesura della “Berliner Jahrbücher für wissenschaftliche Kritik” (Annali berlinesi di critica scientifica), la rivista degli anni della sua piena maturità, arrivò a conclusione, solo grazie al tatto ed alla finezza di Karl August Varnhagen, giornalista, biografo, diplomatico e militare tedesco che, suo amico tra l’altro, commentò: “Hegel divenne, quando gli annali erano già in via di realizzazione, sempre più difficile e tirannico. Durante le sedute, si comportava in modo tanto bizzarro, che l’intero gruppo aveva la sensazione che non era possibile andare avanti….[lett.].
Amava conversare, moderatamente, e non disdegnava la buona tavola, mostrando una certa abituale predilezione per il vino. Su ciò, sia lui che gli amici, scherzavano di sovente, con reciproche allusioni, più o meno pungenti. Sembra, che tra lui e Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) vi fosse un intenso scambio di omaggi “enologici”. L’importante poeta gli inviò, ad esempio, per un compleanno, una bottiglia accompagnata da questa dedica: “All’Assoluto/si raccomanda/nel modo migliore/per un’amichevole accoglienza/il fenomeno originario”. Ed Hegel ringraziando: “Il vino è sempre stato un grande alleato della filosofia e della natura, poiché esso ha mostrato chiaramente al mondo che lo spirito esiste anche nella natura. Un così istruttivo bicchiere di vino è un vero calice del mondo….”, alludendo, si seppe in seguito, al titolo di un lavoro del filologo ed archeologo Georg Friedrich Creuzer (1771-1858).
In amore, fu assolutamente privo di romanticismo; nella religione, apparentemente interessato, ma sostanzialmente sempre distaccato; nei viaggi, svogliato; nell’insegnamento, mai uno scontro o un dissapore, con una condotta tranquilla e, soprattutto, dedicata al più stretto servizio della scienza; in politica, privo di qualsivoglia ambizione. Su ciò, il citato Rosenkranz, in un ritratto un po’ di maniera, ma certamente fedele, disse che “la politica lo interessava enormemente, ma il suo pratico immettersi in essa, restò sempre lontano dall’azione [lett.]”. Heinrich Heine (1797-1856), il poeta più significativo, nel periodo di transizione tra il romanticismo e la Giovane Germania, una fonte sicuramente non sospetta, confermava tali tratti, aggiungendo: “Acuto come Kant, forte come Fichte, possiede una tranquillità d’animo innata, un’armonia di pensiero, che non troviamo più né in Kant, né in Fichte, perché in essi domina più lo spirito rivoluzionario”.
Infatti, la grandezza della sua personalità risiedeva proprio nel suo equilibrio, nella sua possibilità di conciliazione con il mondo esterno, nella sua capacità di ambientarsi ovunque. Paradossalmente, non fu mai né un giovane, né un uomo brillante. Al ginnasio ed all’università, i voti e le qualifiche riportate lo indicavano buono, se non addirittura sufficiente. La sua oratoria raccoglirva sempre giudizi poco lusinghieri, probabilmente per quella pronuncia, definita dai docenti, “irrimediabilmente sveva”. Aveva, inoltre, un modo di parlare lentissimo, con lunghe pause, interrotto spesso da colpi di tosse, dal continuo fiutare di tabacco ed accompagnato da ampia gesticolazione. Aggirava i temi, per arrivare subito al punto ed all’argomento centrale, questo sì, mentre lo stile della scrittura era ritenuto, da molti e per molto tempo, oscuro, trasandato e mostruoso. In realtà, era quello del suo linguaggio filosofico, che di certo non poté mai essere messo in discussione. Esercitava un fascino particolarissimo, che Heinrich Gustav Hotho (1802-1873), suo allievo e collega, evidenziò più volte. Il successo, che incontrò nel pieno della maturità, non fu di certo fortuito o gratuito, bensì pragmaticamente calcolato. Lo accolse, però, senza alcun entusiasmo o soddisfazione, come un fatto scontato, ragionevole, una conseguenza coerente del suo lavoro e del suo costume di vita.
La filosofia, per Hegel, si occupava solo di princìpi, princìpi che erano di natura concreta, fondati sulla determinazione e sullo sviluppo, mai di pura astrazione. Pertanto, la rappresentazione del soggetto del filosofare era oziosa e si prestava ad un biasimo di altro genere, “per lo meno alle battute oraziane sul saggio, che è felice, ricco, addirittura un re, tranne quando ha il catarro [lett.]”. Le tappe della sua vita, scandite dal ritmo della cultura, coscientemente pungolato dalle sollecitazioni del proprio tempo, lo dimostrarono pienamente. Soprattutto, in un momento critico della sua esistenza, quando decise di abbandonare l’impiego di precettore, per lanciarsi nella impervia giungla accademica di Jena.
Nell’affannosa ricerca di una generale sistemazione, chiese aiuto al grande amico e collega Friedrich Schelling (1775-1854), con una lettera datata 2 novembre 1800, che diceva: “Nella mia formazione scientifica sono partito dai bisogni più elementari dell’uomo (NDR: accennava ai primissimi studi sulla religione e sul suo rapporto con la politica). Necessariamente fui poi sospinto verso la scienza, e l’ideale dei miei anni giovanili non poté che diventare una forma di riflessione e trasformarsi nello stesso tempo in un sistema (NDR: alludeva alle ricerche ontologico-metafisiche già iniziate). Ora mi chiedo, mentre sto ancora attendendo a questi studi, come io possa da quell’altezza ritornare tra gli uomini ed agire su di essi”. Anche in questo caso, non parlava di sé, né della sua filosofia. Parlava a nome della filosofia, la quale interrogava se stessa, non il Professor Hegel. Le espressioni in prima persona, che peraltro non usò mai nei suoi scritti, erano riservate soltanto allo scambio epistolare.
Il critico Friedrich Förster, che pronunciò il sermone funebre ai suoi funerali di Stato, dopo una morte sopraggiunta improvvisa a Berlino, per colera o forse per un tumore allo stomaco, il 14 novembre 1831, lo paragonò ad un “cedro del Libano” ed alla “stella del sistema solare dello spirito del mondo”. Il filosofo francese Jacques D’Hondt, scomparso nel 2012, professore emerito presso l’Università di Poitiers, dove aveva fondato il “Centre d’Etudes et de Documentation sur Hegel et Marx” (Centro di Studi e di Documentazione su Hegel e Marx), lesse, in quel discorso, un’evidente allusione alla massoneria, ricordando che l’articolo “Freimaurerei” (Massoneria), comparso nel “Manuale della Conoscenza” (Der Große Brockhaus), edizione 1928, lo avena annoverato massone, assieme al “confratello” Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), accanto al quale volle essere sepolto, nel cimitero di Dorotheenstadt.
Forse, solo apparentemente schivo al protagonismo, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, da “vero protagonista”, fu coscientemente consapevole di una storia, che correva sì al passo con i tempi, ma che andava al di là della cronaca degli individui.