Giustizia lumaca – Marco Nonno assolto in appello dopo 14 anni: la brutta giustizia del “bel” paese


Marco Nonno assolto dall’accusa di devastazione per i fatti della rivolta di Pianura che si sollevò contro la decisione del governo Prodi e del commissario Bassolino per trasformare la contrada Pisani, nel popoloso quartiere napoletano si Pianura, in una discarica. Revocata anche l’Interdizione dai pubblici uffici.

Ancora una volta è la malagiustizia che fa notizia. In settimana, infatti, è stato assolto il Consigliere regionale della Campania Marco Nonno (FdI) dall’accusa di devastazione e da una condanna, a ben otto anni e mezzo, comminata in primo grado.

Sembrerebbe una bella notizia se non fosse per il dettaglio che ci sono voluti ben quattordici anni per arrivare alla verità.

Quarta sezione di appello del Tribunale di Napoli, il giudice legge la sentenza di assoluzione per Marco Nonno che, visibilmente emozionato, è presente in aula con la moglie Antonella e gli avvocati Giovanni Bellerè e Massimo Fumo.

Si chiude così un capitolo di malagiustizia che ha visto un politico, un uomo, una intera famiglia, sulla graticola giudiziaria per bene quattordici anni, da quel periodo a cavallo della fine del 2007 e l’inizio del 2008 in cui fu il popolo intero di Pianura a sollevarsi per protestare contro la facile ma assurda soluzione di Bassolino che intendeva trasformare il quartiere in un immondezzaio.

Eppure già all’epoca erano del tutto chiare le relazioni tra rifiuti e alcune gravi patologie come quelle tumorali e quelle di malformazioni fetale, quelle respiratorie per cui una discarica non può essere posta in città. Ma, evidentemente, per Antonio Bassolino e il governo Prodi la salute della gente di Pianura era sacrificabile pur di risolvere un problema della raccolta e dello stoccaggio, sia pure temporaneo, dei rifiuti.

L’esasperazione della gente, inevitabilmente, portò alcuni a compiere atti di devastazione di cui alcuni furono, peraltro, responsabili. Ma non Marco Nonno che era presente in strada tra la gente, del resto da bravo politico militante, ma non certo con l’intenzione di capeggiare una rivolta di popolo per difendere loschi interessi di lottizzazioni edilizia per la camorra o altri imprenditori istigando alla devastazione di cassonetti e autobus.

A maggio 2014 Nonno, condannato a otto anni e mezzo dal tribunale di primo grado che premiò la tesi accusatoria del PM Antonello Ardituro, secondo cui c’era stato un patto tra imprenditori che avevano realizzato costruzioni abusive, politici e ultrà, doveva essere un uomo e un politico finito, schiacciato da una giustizia che, a essere buoni, era solo una mala giustizia sommaria ma che, a pensare male, forse strizzava l’occhio anche ad alcune logiche politiche.

E giá, perché le persone scomode o le allontani promuovendole o le demolisci giudizialmente: come Andreotti insegnava, a pensar male si fa certamente peccato ma spessi ci si azzecca.

Con Nonno e Nugnes, si era forse scelta la seconda opzione.

Eppure, come lo stesso Nonno racconterà, nel corso del processo di prime cure fu lo stesso Sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, che certo non era politico di destra (ma, anzi, apparteneva alla stessa area politica di Bassolino), che prese le sue difese. Ma a nulla valse: Nonno e Nugnes si erano messi di traverso sulla strada di chi voleva i rifiuti a Pianura e tanto bastò per una condanna esemplare. E per fare questo, si dovette addirittura scomodare il reato di devastazione che da tempo non si evocava nelle aule giudiziarie.

Forse qualche avversario politico sperò che Nonno fosse altrettanto debole come il povero Giorgio Nugnes che, coinvolto giudizialmente per le medessime questioni, non resse alla enorme pressione e si suicidò.

Ora quel suicidio pesa moralmente come un macigno sulle coscienze di chi, a suo tempo, volle per forza additarlo con Marco Nonno come persona poco perbene e su chi costruì una intera tesi accusatoria basata evidentemente, a dover dare credito alla sentenza di appello, su prove che non erano tali.

Ma Marco Nonno era (ed è) un uomo dalla fibra forte, un combattente, uno che si è fatto da solo frequentanto da quasi adolescente le formazioni giovanili del MSI, una persona perbene, forse dal piglio sanguigno, ma non certo un devastatore, anzi sicuramente rispettoso delle istituzioni e del lavoro dei servitori dello stato in uniforme al punto che spesso ha donato il tricolore al comando della Polizia municipale di Napoli.

E, con buona pace di chi lo voleva forse definitivamente fuori dai piedi, il processo, la gogna mediatica, hanno finito per dare forza e slancio al personaggio politico di Nonno sancendo il suo ruolo di paladino del popolo di Pianura, di quella gente che lontana dai salotti buoni di via dei Mille e di Piazza Plebiscito, non hanno certo santi in paradiso.

Cosi che, supportato dalla famiglia e da chi lo conosceva davvero apprezzandolo non per piaggeria politica o elettorale, ha resistito alla tempesta giudiziaria abbattutasi contro e anzi, se possibile, l’ha cavalcata.

Ma non senza sofferenza: resta l’assurdità di una vicenda durata ben quattordici anni e un morto suicida che fa della nostra giustizia, quando violentata in questo modo, una giustizia da terzo mondo.

Per i giudici di seconde cure Nonno fu quindi responsabile solo di resistenza a pubblico ufficiale, cosa per la quale è stato condannato a due anni con pena sospesa, di cui uno peraltro già scontato ai domicilari (Nonno trascorse un anno ai domicilari all’inizio di questa odissea giudiziaria). Inoltre Nonno potrà proseguire la sua attività politica non essendoci gli estremi per l’applicazione della legge Severino.

Una volta Nonno ebbe a raccontare che nel corso del ricevimento settimanale che, da Consigliere comunale napoletano assicurava a tutti coloro che avessero un problema di tipo amministrativo nei confronti del Comune, una anziana signora si lamentò che pagava troppo di tassa di spazzatura.
Nonno, col solito piglio un po’ guascone, rispose sarcastico: “Signò, sapeste a me quanto mi costa…”.