La battaglia perfetta (parte 2 di 2)


Il 2 dicembre 1805 Napoleone compì il suo capolavoro. Quella mattina il “Sole di Austerlitz” illuminò la più strabiliante battaglia mai combattuta.
La prima parte del pezzo, inerente le fasi preparatorie della battaglia sino al 1 dicembre 1805, la trovate nell’edizione scorsa di WeeklyMagazine (ossia quella di domenica 22 agosto).

La battaglia ebbe inizio attorno alle 08:00, quando la 1ª colonna austro-russa attaccò il villaggio di Telnice che era difeso dal 3º Reggimento di linea dipendente dal maresciallo Soult. Questo settore del campo di battaglia testimoniò subito una pesante azione, con feroci attacchi dei coalizzati che alla fine costrinsero i francesi ad abbandonare la cittadina e, poi, a retrocedere fin sull’altro lato del Goldbach. Impantanati sulle rive del fiume, i francesi furono soccorsi dalle avanguardie del corpo di Davout, appena giunte: queste lanciarono un contrattacco che riconquistò Telnice, ma subirono a loro volta una decisa carica degli ussari e, in ultimo, furono costrette a lasciare l’abitato in mano ai nemici. Riorganizzatisi, gli austro-russi intrapresero una serie di puntate fuori da Telnice, facilmente rintuzzate dall’artiglieria francese. A poco a poco, comunque, le colonne del generale Kutuzov cominciarono a investire tutta la destra francese, anche se la scarsa velocità di manovra aveva permesso ai francesi di contenere con successo i primi attacchi.
Le forze austro-russe, pur in superiorità numerica, non furono in grado di respingere i francesi per aprirsi la strada attraverso il Goldbach, con la conseguenza che l’attacco principale coalizzato si arrestò. Mentre gli austro-russi attaccavano il fianco destro francese, la 4ª colonna di Kutuzov manteneva la sua posizione sul Pratzen, rimanendo immobile. Proprio come Napoleone, il generale russo aveva compreso l’importanza dell’altopiano e aveva deciso di proteggere la posizione. Ma lo zar, di parere opposto, ordinò che la colonna si muovesse; a questo punto Kutuzov abbandonò definitivamente ogni residua velleità di comando generale dell’armata dei coalizzati, decisione che la precipitò nell’incertezza e nella confusione segnandone la sconfitta.


Negli stessi istanti in cui era cominciato l’attacco a Telnice la nebbia si diradò. Le ultime due settimane prima della battaglia erano state caratterizzate da un cielo costantemente coperto, spesso accompagnato da nebbia fitta; la mattina del 2 dicembre il sole sbucò finalmente dalle nubi, spazzando via la foschia che aveva fino a quel momento celato il campo di battaglia e permettendo a Napoleone di osservare un grande numero di truppe nemiche che scendevano dal Pratzen. A questo punto, secondo i resoconti, l’imperatore rivolgendosi ai suoi aiutanti sullo Žuráň li invitò ad ammirare le soleil d’Austerlitz (il famoso “sole di Austerlitz”), quindi arringò le sue truppe: «Soldati, dobbiamo concludere questa campagna con un colpo di tuono che schiacci i nostri nemici. Non concentratevi a tirare un mucchio di colpi di fucile, ma piuttosto a sparare senza sbagliare. Stasera sbaraglieremo queste tribù del nord che hanno il coraggio di competere con noi.»
Alle 08:45 Napoleone discusse personalmente con il maresciallo Soult, che aveva convocato al suo quartier generale, i dettagli tattici dell’assalto al Pratzen da cui si attendeva una svolta decisiva della battaglia; appreso dall’alto ufficiale che le sue truppe avrebbero impiegato circa venti minuti per raggiungere la sommità della collina, l’imperatore decise di attendere ancora un quarto d’ora prima di sferrare l’attacco, in modo da lasciare tempo alle colonne nemiche di continuare la loro incauta manovra verso la sua ala destra, che sguarniva pericolosamente il loro schieramento centrale.
Sarebbe troppo lungo in questa sede descrivere nel dettaglio ogni fase della battaglia, pertanto si rimanda a trattati specifici.
Alle ore 13:00 la vittoria francese sul Pratzen era completa, il maresciallo Soult aveva eseguito la sua missione, le truppe del IV corpo d’armata occupavano saldamente l’altipiano e, posizionate nel mezzo delle linee nemiche, avevano frazionato in due parti lo schieramento austro-russo, disgregando inoltre il comando supremo alleato: lo zar era stato separato dal suo stato maggiore e per il resto della battaglia sarebbe rimasto una figura isolata, mentre Kutuzov fu coinvolto in una serie di singoli combattimenti senza più riuscire ad avere alcuna influenza sulla direzione generale della battaglia. Con il centro sbaragliato, le due ali della coalizione furono tagliate fuori e, poco dopo, incominciarono a ritirarsi fino a fuggire disordinatamente.

Dopo essersi assicurato il controllo del Pratzen e aver compreso che sul fronte settentrionale Bagration si era ormai allontanato troppo verso est per essere rapidamente intercettato e distrutto, Napoleone si rese conto che il suo piano originale, che prevedeva un grande accerchiamento di tutta l’armata alleata, non era più realizzabile: la sua attenzione si rivolse quindi verso l’estremità meridionale del campo di battaglia in cui i francesi e gli alleati erano ancora in lotta per il possesso di Sokolnice e Telnice. Al I Corpo di Bernadotte, che fino a quel momento non aveva contribuito molto attivamente alla battaglia, fu ordinato di tenere l’altopiano del Pratzen, mentre il compito di sferrare un nuovo attacco fu affidato ai reparti di Saint-Hilaire e Vandamme, sostenuti dalla 3ª Divisione di Legrand. L’assalto fu compiuto su due fronti: la divisione di St. Hilaire, con parte del III Corpo di Davout e con il generale Legrand alla loro destra, sfondò le difese nemiche a Sokolnice, fece almeno 4 000 prigionieri e costrinse i comandanti delle prime due colonne alleate, i generali Michael von Kienmayer e Langéron, a fuggire il più velocemente possibile verso sud dopo una iniziale resistenza. Nel frattempo Vandamme con le due brigate rimastegli si spostò verso il bordo meridionale del Pratzen da dove incalzò la linea di Buxhowden, comandante della sinistra alleata e l’uomo che aveva avuto il comando generale. Questi, pare in quel momento completamente ubriaco, fuggì precipitosamente in ritirata.


A questo punto l’esercito alleato fu colto dal panico generale e abbandonò il campo di battaglia fuggendo in tutte le direzioni possibili. A proposito di questa rotta fu documentato un famoso episodio: le forze russe che erano state sconfitte dall’ala destra francese si ritirarono verso sud, in direzione di Vienna, attraverso gli stagni di Monitz e il lago palustre di Satschan, ricoperti da lastre gelate. Poiché l’artiglieria francese, su ordine di Napoleone, martellava gli uomini in fuga, il ghiaccio si ruppe a causa del bombardamento: secondo fonti coeve, numerosi soldati annegarono nelle acque ghiacciate e decine di pezzi di artiglieria affondarono con loro.
I feriti e morenti furono accatastati nelle stalle e nelle chiese. Kutuzov fece affiggere presso gli ingressi un cartello scritto in francese: «Je recommande ces malheureux à la générosité de l’Empereur Napoléon et à l’humanité de ses braves soldats» (“Raccomando questi infelici alla generosità dell’Imperatore Napoleone e all’umanità dei suoi coraggiosi soldati”).
Nel frattempo lo zar era ormai già fuggito verso est, mentre lo stesso Kutuzov, seriamente ferito, fu costretto a ritirarsi mettendosi in salvo presso un’unità austriaca, non prima di aver visto morire davanti ai suoi occhi uno dei suoi generi, Ferdinand von Tiesenhausen.
Dopo il tramonto, a Napoleone non rimase che ritornare verso nord in direzione della strada di Olmütz, attraversando il campo di battaglia. Probabilmente lo fece per misurare la portata della sua clamorosa vittoria, ma le fonti più vicine all’imperatore riferiscono che gli premeva anche, come avrebbe anche fatto nelle campagne seguenti, prendersi cura dei feriti, non solo quelli francesi ma anche quelli del nemico. Fece distribuire del brandy, usò parole di conforto e fece accendere dei fuochi per riscaldarli in attesa dei soccorsi.
Intorno alla mezzanotte giunse presso la Stará pošta, una vecchia stazione di posta che il giorno precedente ospitò il consiglio degli imperatori alleati, passata di mano un paio di volte durante la giornata e riconquistata poche ore prima da Murat e Lannes. Qui riposò su un letto di paglia e ricevette la mattina successiva presto la visita dell’arciduca Giovanni, giunto a presentare la resa dell’esercito austriaco.

Infatti, già il giorno successivo alla battaglia Francesco II chiedeva di trattare le condizioni armistiziali. Intanto Alessandro era costretto a farsi prestare le camicie dal fratello, dato che tutto il suo bagaglio era caduto in mano nemica insieme alle salmerie dell’intero esercito. Per salvarsi dall’inseguimento della cavalleria di Murat il comandante russo Kutuzov aveva infatti deciso di ritirarsi lungo una strada diversa da quella seguita per raggiungere il campo di battaglia e lasciare i carriaggi in balìa del nemico. La richiesta era urgente per l’Austria in quanto Napoleone aveva dato ordine ai suoi generali di incalzare le armate nemiche in rotta che ora rischiavano la distruzione totale. Il 4 dicembre Napoleone accolse Francesco II in un’atmosfera inaspettatamente cordiale per l’imperatore austriaco, scusandosi anche per l’accoglienza spartana all’aperto davanti a due semplici fuochi da campo. Entrambi stigmatizzarono il vile comportamento degli inglesi, considerati dai due imperatori i veri responsabili del conflitto che si erano limitati a finanziare economicamente senza prendere parte ai combattimenti. L’imperatore austriaco li definì «marchands de chair humaine, ils payent les autres pour se battre à leur place» (“mercanti di carne umana, pagano gli altri per combattere al loro posto”). Bonaparte infine concesse la tregua all’imperatore austriaco e si impegnò a far ritirare indenni le truppe russe verso la madrepatria. Secondo alcune fonti e anche secondo quanto riferito da Davout, inviato da Napoleone per controllare l’armata russa e formalizzare la tregua precedentemente offerta tramite Savary, pare che lo zar fosse già disonorevolmente “in fuga” prima dell’assenso ufficiale dell’imperatore francese.
Dopo la sconfitta lo zar chiese al generale nemico Davout, con il quale trattava le condizioni del ritiro russo dall’Austria, spiegazioni sul perché i francesi, inferiori di numero, erano stati superiori in tutti i combattimenti; gli fu risposto che proprio in quello stava l’arte della guerra, che Napoleone aveva affinato in quaranta battaglie. Il capolavoro di Austerlitz non fu nella vittoria, ma nelle sue dimensioni. Quelle che indussero Langeron a scrivere: «Avevo già visto qualche battaglia perduta, ma non potevo immaginare una disfatta simile!». Gli eserciti manovrarono in maniera tale che sembravano entrambi agli ordini della stessa persona, decisa a mettere quello austro-russo alla mercé di quello francese. L’unica ragione per la quale si escluse il tradimento da parte del conte Weyrother, estensore del piano alleato, fu che egli morì in miseria pochi mesi dopo la battaglia: evidentemente non aveva ricevuto denaro francese: gli sarebbe mancato il tempo per spenderlo!


Ad Austerlitz Napoleone non riuscì ad annientare l’armata alleata come avrebbe voluto, ma gli storici riconoscono che il piano originale era ottimamente congegnato per fornire una schiacciante vittoria. Se infatti è vero che quel giorno tutto sembrò andare per il verso giusto per le truppe francesi, è innegabile che il merito andò all’abilità di Napoleone nel creare le condizioni per cui questo si verificasse: molto prima della battaglia, la sua riforma dell’esercito francese aveva creato una forza combattente agguerrita e ben addestrata; egli fu sempre una fonte di continua ispirazione per le sue truppe; scelse e impose al nemico il terreno su cui combattere; riuscì con sottili inganni psicologici e diplomatici ad attirare il nemico in una trappola; infine impiegò le sue truppe con estrema saggezza e, nonostante l’inferiorità numerica, ne sottoutilizzò alcune, come il corpo d’armata di Bernadotte e la divisione di Victor Levasseur. Per questo motivo, Austerlitz è spesso paragonata per importanza e risultati ad altre grandi battaglie tattiche, come Canne, Arbela o Blenheim.

Dopo questa impresa furono molte le grandi opere letterarie che videro comparire Napoleone come non protagonista; fra tutte c’è l’immenso Guerra e Pace di Tolstoj, che proprio facendo riferimento alla battaglia del Pratzen cita il Sole che splendeva su Austerlitz: «Quando il sole fu completamente uscito dalla nebbia, e con accecante splendore sprizzò fra campi e nebbia, si sfilò il guanto dalla bella mano, bianco, con esso fece segno ai marescialli, e diede ordine di iniziare la battaglia». Un po’ dell’Empereur rientra anche in un altro importante romanzo I Miserabili di Victor Hugo: le prime 40 pagine del secondo volume de “I miserabili” contengono quella che forse è la migliore descrizione in assoluto della battaglia di Waterloo.
A seguito di Austerlitz, Francia e Austria conclusero un armistizio immediato cui seguì poco dopo, il 26 dicembre, la pace di Presburgo: il trattato poneva l’Austria fuori sia dalla guerra che dalla terza coalizione, confermando la perdita austriaca dei territori in Italia a favore della Francia e in Germania a favore degli alleati tedeschi di Napoleone. La cruciale vittoria ad Austerlitz permise a Napoleone di creare la Confederazione del Reno; di conseguenza il Sacro Romano Impero cessò di esistere nel 1806 con l’abdicazione di Francesco II dal trono imperiale. Pochi giorni dopo la battaglia, cos’ l’Imperatore dei francesi si rivolgeva alle sue truppe: «Soldati, Sono contento di voi; voi avete, nella giornata di Austerlitz, soddisfatto tutto ciò che mi aspettavo dal vostro coraggio. Voi avete decorato le vostre aquile di una gloria immortale. Un esercito di centomila uomini, comandato dagli imperatori di Russia e Austria, è stato in meno di quattro ore o battuto o disperso; chi è sfuggito al vostro ferro è annegato nei laghi (…).»
Napoleone, inoltre, premiò generosamente lo zelo e il coraggio di chi lo aveva seguito in battaglia: già sul campo egli distribuì ai più arditi le croci della Legion d’onore; a tutti i feriti furono date delle gratificazioni in denaro, con somme fino a 3 napoleoni; i generali ricevettero 3 000 franchi ciascuno mentre gli ufficiali inferiori somme variabili tra i 500 e i 2 000 franchi secondo il grado; ai soldati semplici fu consegnato un napoleone ciascuno. Con un ordine del giorno emanato ad Austerlitz il 16 frimaio, anno XIV (cioè il 7 dicembre 1805), Napoleone decretò che le vedove dei generali, dei colonnelli e dei maggiori caduti nella battaglia avrebbero ricevuto un vitalizio annuale compreso tra i 6 000 e 2 400 franchi rispettivamente, le vedove dei capitani 1 200 franchi, quelle dei tenenti e dei sottotenenti una pensione di 800 franchi, infine quelle dei soldati semplici un vitalizio di 200 franchi. Tutti i figli dei membri della Legione d’onore caduti in guerra furono formalmente adottati dall’imperatore e, con l’obiettivo di garantire il futuro di questi orfani, sarebbero stati cresciuti a spese dello stato francese che avrebbe anche garantito un impiego ai maschi e una dote per il matrimonio alle femmine. Napoleone stesso creò poi le maisons d’éducation (“case di formazione”) per le figlie dei deceduti decorati.
Lo zar Alessandro non volle darsi per vinto ancora per venti mesi, poi accettò la pace e addirittura l’alleanza con i francesi in funzione antibritannica, ma come sappiamo l’accordo con Napoleone non resse alla distanza. Nel 1812 la guerra riprese con la campagna di Russia, che segnò la fine dell’egemonia francese sull’Europa.
Sette anni dopo Austerlitz, lo zar sarebbe entrato a Parigi da conquistatore. A chi gli suggeriva di far saltare il ponte sulla Senna dedicato alla battaglia rispose che gli bastava si sapesse che i soldati russi avevano combattuto con onore.