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23 Settembre 2021

PsicologicaMente – Nei panni dell’altro


“Non giudicare il tuo vicino finché non avrai camminato per due lune nei suoi mocassini” (Detto dei Nativi Americani).

Cari lettori, compagni di viaggio nel vorticoso luogo della mente, questa volta parliamo di un meraviglioso dono, non a tutti concesso, la capacità immedesimarsi nell’altro, meglio conosciuto come Empatia.
Questa volta mi viene in aiuto semplicemente il dizionario italiano dove, alla voce “immedesimarsi” corrisponde la seguente definizione: “Partecipare emotivamente alle condizioni di una persona; identificarsi con qualcuno, calarsi nei suoi panni”.
Forse vi starete chiedendo perché la mia scelta cade proprio su questo argomento, ebbene, da quasi cinque mesi ormai sono diventato nuovamente papà, le nascite dei miei figli mi hanno sempre lasciato insegnamenti importanti e per ognuno di loro diversi, questa volta il lieto evento ha fatto si che io mi soffermassi su una circostanza sulla quale ho riflettuto per molto tempo e che oggi mi aiuta, in qualche modo, a guardare con un occhio diverso al tema accennato.
Nei primi giorni di vita di mio figlio ho fatto caso a come i neonati sono suggestionati e piangono a loro volta sentendo il pianto un altro bambino. Il fatto che un’emozione esterna possa suscitare in chi la osserva una sensazione simile, ha attirato la mia attenzione e mi sono interrogato sulle diverse cause, effetti e funzioni adattive che questo comporta.
Nel caso dei neonati potremmo parlare di empatia primitiva o contagio emotivo, un meccanismo che opera fin dalla nascita appunto, che non richiede alcun processo cognitivo, e che è frutto di risposte innate a certi stimoli scatenanti (ad esempio appunto il pianto).
L’empatia negli adulti, in quanto più o meno consapevole, va ricondotta alla capacità di immedesimarsi negli stati d’animo e nei pensieri altrui, sul presupposto della comprensione dei loro segnali emotivi, dell’assunzione della loro prospettiva e, quindi, della condivisione dei loro sentimenti.
Parliamo di una operazione non facile se consideriamo che l’agire empatico consiste nel fatto che l’io, in prima persona, realizza l’emozione dell’altro senza, tuttavia, farla del tutto propria.
Si può dire che l’atto dell’immedesimazione è caratterizzato da alcuni aspetti salienti:
– la reazione affettiva che comporta la condivisione di uno stato emotivo;
– la capacità cognitiva di percepire la prospettiva altrui;
• la capacità di mantenere ferma la distinzione sé-altro.
Queste tre componenti formano quell’incredibile abilità di “mettersi nei panni altrui” che, tuttavia, per essere davvero speciale, richiede anche la capacità di evitare di partecipare emotivamente allo stato d’animo di chi l’emozione la prova e mantenere una lucidità di base che consente di utilizzare in maniera costruttiva questo dono.
Questa caratteristica tipicamente umana è davvero di grande valore e ciò è testimoniato dalla sofferenza e dalla solitudine, invece, che appartengono a coloro che non riescono, per problemi vari, a valutare le emozioni altrui.
E’ anche vero che non tutti siamo dotati dello stesso grado di empatia, però tutti possiamo migliorare questa capacità potenzialmente innata negli esseri umani, allenandoci all’immedesimazione.
Certo ci sono taluni fattori che, chiaramente, influiscono sull’abilità empatica dei singoli individui. Ad esempio, avere familiarità con una persona renderà più semplice comprenderne lo stato d’animo.
Altrettanto ovviamente ci sono elementi che intervengono in maniera negativa, come la stanchezza. Si pensi ad una coppia di giovani genitori, certamente l’evento della nascita di un figlio è qualcosa di straordinario ed arricchente ma, al contempo, anche estremamente stancante dal punto di vista fisico e mentale, sicché sono possibili ed anzi frequenti i momenti in cui la stanchezza che interviene sui membri della coppia, per ognuno in modo diverso, rischia di offuscare la capacità di comprendere il punto di vista dell’altro.
Ancora, io dico, si tratta di una capacità “in via d’estinzione”, infatti, nonostante l’importanza che riveste per lo sviluppo dell’essere umano, diversi studi hanno evidenziato come sia in calo tra i giovani rispetto ai coetanei di almeno venti anni fa.
Questa circostanza però cambia anche in base al luogo ed al contesto sociale, si pensi che in Danimarca l’empatia è presa talmente in considerazione da entrare nelle scuole: tra i sei e i sedici anni, i giovani danesi per un’ora a settimana parlano in classe dei loro problemi e dello sforzo necessario per relazionarsi con gli altri.
A riprova dell’attenzione generale verso questa capacità, a Londra hanno addirittura ideato un museo dedicato all’empatia. Inaugurato da poco meno di due anni, nasce per regalare a tutti la possibilità di immedesimarsi negli altri e, nell’ambito di tale progetto, si è addirittura pensato di far utilizzare fisicamente le scarpe di uno sconosciuto mentre si ascolta la sua storia per meglio avvicinarsi a lui.
Ma come si sviluppa l’empatia?
Uno dei modelli che cerca di spiegare come si generi e si sviluppi l’empatia è quello di Hoffman.
In primo luogo l’autore ne amplia la definizione, facendoci rientrare una vasta gamma di reazioni affettive coerenti con il sentimento provato dall’altro e colloca l’osservazione delle prime manifestazioni empatiche già nei primi giorni di vita del bambino.
La capacità di immedesimarsi non viene considerata come qualcosa di “unitario” ma come qualcosa che assume diverse forme in base alla fase di sviluppo che si attraversa.
Alla base di questa capacità c’è un elemento semplice ed alla portata di tutti: la comunicazione. Per riuscire a legare, infatti, bisogna saper comunicare efficacemente, rispettando tutte le componenti necessarie all’atto comunicativo. Solo così si realizzerà il cd “contagio emotivo“.
Personalmente lo chiamerei anche contagio neuronale poiché è stato dimostrato che nel momento in cui si osserva qualcuno compiere una determinata azione si mettono in moto gli stessi neuroni che si attivano se quella azione viene svolta da noi.
Questi neuroni sono chiamati neuroni specchio e ci aiutano a sentire le stesse emozioni degli altri, anche solo immedesimandoci nel loro racconto.
Anche questo ci aiuta a comprendere perché le doti di empatia nei bambini spesso sono minime e si sviluppano crescendo e più o meno intorno ai 6 anni.
La propensione all’empatia aiuta i rapporti interpersonali perché promuove comportamenti prosociali, inibisce l’aggressività e l’egoismo, favorisce la componente motivazionale che ci spinge a desiderare di aiutare l’altro, a cercare un suo maggiore benessere.
Certo, l’empatia è automatica e involontaria, non possiamo forzarla o aumentarla consapevolmente.
Detto questo, è anche vero che ci sono componenti che dipendono proprio da noi: possiamo mostrare maggiore attenzione verso chi parla e partecipare più attivamente alla conversazione.
Quando ci si immedesima nella posizione di qualcuno ci mettiamo in gioco, ci chiediamo inconsciamente se è nostro dovere aiutare l’altra persona. Se la risposta alla nostra azione empatica è positiva, ripeteremo il modello vincente in futuro. In caso contrario, ci troveremo a dover gestire l’imprevisto di una risposta negativa, forse causata da interpretazioni diverse o sbagliate degli avvenimenti.
In queste occasioni molti elementi entrano in gioco, gli sguardi, le espressioni, i vocalizzi, le posture. Riuscire a leggere anche il linguaggio non verbale aiuta sicuramente a interpretare l’altro ed a fornire risposte a ciò che si aspetta.
Per concludere è poi importante dire anche che da un punto di vista terapeutico, l’empatia viene interpretata da molti autori non solo come veicolo di conoscenza, ma anche come un importante strumento di aiuto. Infatti l’esposizione ripetuta a esperienze di comprensione empatica, da parte del terapeuta, può servire a cogliere e riparare i “difetti del Sé” del paziente in maniera più repentina ed incisiva, insomma l’importanza dell’empatia anche per la salute psichica ne risulta confermata.

Notazioni Bibliografiche:
• “Sentire l’altro: conoscere e praticare l’empatia.”, L. Boella, Cortina Editore;
• “Empatia e sviluppo morale”, Hoffman, Il Mulino.

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