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23 Settembre 2021

Chitarra classica – L’intervista a Clara Campese


Continuano le interviste a chitarristi e liutai dei nostri giorni a cura del M° Giovanni Di Sero. Questa volta ha incontrato la bravissima e poliedrica Clara Campese, chitarrista di razza, che ha concesso in esclusiva per i lettori di WeeklyMagazine, una lunga e interessante intervista che ripercorre la sua storia d’artista.

W.M. Ciao Clara, ti ringrazio per il tempo dedicatomi. Ci parli un po’ di te, dei tuoi inizi e dei tuoi maestri?

C. Campese – Facciamo un salto indietro di parecchi anni! È successo tutto per caso o forse, più verosimilmente, per una serie di favorevoli circostanze ed incontri determinanti. C’erano in casa, nella mia stanzetta tra le bambole, due chitarre una Calace ed una Iornini.
Erano di mio padre che da ragazzo si era dilettato a suonarle, dopo aver preso lezioni da Alberto Continisio.
Durante una gita scolastica, ai tempi ero alunna della scuola media Tito Livio, una compagna di classe portò con sé la chitarra. Quel giorno visitammo il Parco Archeologico di Paestum e Velia: scoprivo l’architettura, l’arte, i riti e la cultura della Grecia antica. Lo stupore provato davanti alle testimonianze del mondo classico, al fregio del tempio di Hera, alla Tomba del Tuffatore, ai vasi bronzei dal Heroon, fu per me pari al fascino esercitato dal suono della chitarra di Chiara, che si esibì in spiaggia durante la pausa pranzo e nel viaggio di ritorno.
Entusiasta, le chiesi notizie del suo maestro. Qualche giorno dopo iniziò la mia “carriera” chitarristica…e non solo…dopo la maturità classica, avrei continuato gli studi umanistici, laureandomi in Lettere Classiche con Indirizzo Archeologico all’ Università Federico II di Napoli.
Ho studiato alla scuola del maestro napoletano Stefano Aruta, ultimo allievo di Teresa de Rogatis, conosciuta pochi mesi dopo l’inizio dei miei studi. Era l’ottobre del 1977 quando andai ad “esibirmi” in casa sua. Abitava con la sorella Giuseppina in Via San Filippo a Chiaia, a due passi dal mio palazzo. Ricordo perfettamente quell’anziana signora, che, parlando un po’ francese e un po’ italiano, mi accolse con grande cortesia. Aveva superato gli ottant’anni, ma suonava ancora magnificamente: senza alcuna difficoltà mi fece ascoltare alcune delle sue composizioni per chitarra Soirée Madrilenne e Fuochi Fatui. Chi avrebbe detto che 23 anni dopo avrei registrato quelli ed altri
suoi brani in prima mondiale! Mi invitò a suonare qualcosa. Ero molto giovane ed ebbi l’ardire di farle ascoltare Giochi Proibiti e qualche arpeggio di Mauro Giuliani! Non fu facile per me, ma portai a termine l’impresa! Ero emozionatissima e, pur non comprendendo minimamente l’importanza di quell’ incontro, percepivo qualcosa di magico nell’ aria…! Nel 2000, vent’anni or sono, su invito del maestro Gilardino mi sarei cimentata nel quinto dei miei CD “Teresa de Rogatis – Guitar Works”, realizzando “…una sorta di continuazione di storia di famiglia”. Il pianista Mario Feninger, figlio di Teresa, fu entusiasta di questa operazione: “Carissima Clara, ho voluto ascoltare il tuo CD più volte prima di scriverti. Non sai quanto sono rimasto impressionato dalla tua maniera di suonare la musica di Teresa: ho creduto di sentire il suono di mia madre, rotondo e vellutato. Ti faccio i miei complimenti! Quanto espressivo è il tuo suonare e quanto si adatta alla sua musica. Mi
congratulo per la tua perizia strumentale ed il tuo stile che ti rende l’erede della sua maniera di suonare. Spero di avere il grande piacere di incontrarti per dirti a viva voce quanto mi hai impressionato e commosso. Grazie!! Con tutta la mia ammirazione sarò da ora in poi un tuo entusiastico fan. Mario” Negli anni Ottanta, quelli della formazione, ho vissuto momenti entusiasmanti. Si era creato un bellissimo gruppo di amici.
Ci ascoltavamo ed incoraggiavamo a vicenda…un’atmosfera stimolante. Era uno scambio continuo con i “colleghi” allora giovanissimi, oggi professionisti in carriera…Paolo Lambiase, Piero Viti, Enzo Amato, Livio Aragona, Alessandro Petrosino, Filippo Sica, Paola Troncone, Lucia Vetere, Antonella Puca, Fabio Mastroianni, Edoardo Catemario, Aniello Desiderio…
E poi l’emozione del primo concerto al Circolo della Stampa con il temutissimo critico musicale Gianni Cesarini in sala…e del secondo al Circolo degli Ufficiali con la chitarra di Mimita e Leo Brouwer in prima fila: era stato un problema farlo entrare perché non indossava la cravatta! Che anni…
Dopo il diploma al Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino nel 1987, mi sono perfezionata con celebri esponenti del mondo chitarristico, quali Maria Luisa Anido, Leo Brouwer, Angelo Gilardino, Manuel Barrueco, Costats Cotsiolis e Roberto Aussel. Dal 1992 al 1994 ho seguito il corso triennale ad indirizzo filologico, tenuto da Carlo Barone all’Accademia di Studi Superiori L’Ottocento di Roma. Nel 2006, con il massimo dei voti e la lode, ho conseguito il Diploma di Laurea di Secondo Livello in Discipline Musicali – Chitarra, Indirizzo Solistico sempre al Conservatorio di Avellino nella classe del caro amico Lucio Matarazzo. Tutti i maestri citati mi hanno regalato qualcosa, aiutandomi a cogliere sfaccettature diverse della musica, tutti sostanzialmente concordi in quanto a senso del valore artistico, gusto e disciplina. Stefano Aruta ha svolto un ruolo importante: mi ha conosciuto quando ero poco più che una bambina ed ha poi seguito tutta la mia attività chitarristica…il suo incontro è stato per me determinante! Un legame speciale mi ha poi unito alla chitarrista argentina Maria Luisa Anido, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere.

W.M. Puoi raccontare ai lettori di WeeklyMagazine di un’insegnante in particolare la mitica “Mimita”?

C. Campese – …per tutti “Mimita”, Maria Luisa Anido era innanzi tutto una signora di grande cortesia, straordinaria sensibilità e delicata fermezza. Voltandosi a guardare indietro, torna un velo di nostalgia, qualche vecchio pensiero, qualche antica emozione: non un passato da rimpiangere ma momenti chiusi nella loro completezza e bellezza.
Riaffiora il ricordo delle sue straordinarie lezioni: qualsiasi problema affrontato col sorriso, col sano distacco di chi, nonostante i forti scossoni della vita, è andato oltre ed è riuscito a volare anche col vento contrario! Ricordo l’elemento base, la parola chiave di tutti i suoi insegnamenti…il rispetto: quello proprio del didatta per il metodo di studi, quello del musicista per l’estro e la fantasia e quello per la persona! A Mimita mi sarei profondamente legata nel corso degli anni! Sarebbe stato molto difficile, in seguito, rendere “umana” e dunque mortale una così grande personalità … per me, che avevo avuto la fortuna di conoscerla, era una guida, un punto di riferimento!


Era entrata in contatto con la musica in tenera età. A sette anni, grazie al padre, amante dell’arte, pittore e chitarrista dilettante, aveva iniziato a suonare. Da piccolissima ascoltava, senza farsi vedere, le lezioni che il papà riceveva dal M° Vincenzo Caprino. Un giorno, proprio al termine di una di quelle lezioni, prese la chitarra e suonò quel che aveva sentito, convinta che al padre non piacesse per niente…invece…meraviglia…fu contentissimo e cominciò egli stesso a darle lezioni di teoria musicale. Più tardi conobbe Domingo Prat, che presto la presentò ufficialmente al pubblico in due concerti. Divenne poi allieva di Miguel Llobet e con lui tenne diversi concerti in duo. Studiò in conservatorio solfeggio, armonia, piano ed anche un po’ di composizione, pur non ritenendosi affatto una compositrice, non riuscendo a comporre senza lo strumento alla mano: “…è necessaria per me una comunicazione diretta con lo strumento…compongo quel che la chitarra mi suggerisce…mentre il vero compositore scrive direttamente sulla carta!” diceva. La sua musica è ispirata all’Argentina.
Girando il mondo, aveva avuto modo di conoscere giovani chitarristi di tutti i paesi. Riteneva che la nuova generazione di chitarristi fosse straordinaria, come del resto quella dei didatti. Pensava ce ne fossero tanti, differentemente dalla sua epoca…sempre convinta, però, che l’allievo vada da solo per la sua strada…che il maestro ha soltanto la funzione di correggerlo di tanto in tanto perché non perda l’equilibrio…che un buon insegnante deve semplicemente aiutare un individuo a realizzare la propria personalità: “è il grande allievo a fare grande il maestro e non viceversa…la tecnica può perfezionarsi con lo studio, il dono naturale, la grazia ed il talento no…si hanno o no…non li si può acquisire! La chitarra è uno strumento molto particolare…molto intimo…è la prolungazione sonora dell’anima umana: quello che non si può dire a parole lo si può esprimere con la chitarra!”.
Ebbi spesso il piacere di incontrarla e di ricordi con Mimita ne ho tanti a cominciare dallo strabiliante concerto tenuto a Napoli il 29 maggio del 1982 a Villa Pignatelli, alle lezioni di perfezionamento, alle straordinarie giornate trascorse in compagnia sua e di altri grandi esponenti del mondo chitarristico di passaggio per la nostra città invitati dall’associazione Manuel De Falla, ai pranzi e alle cene tra amici, al soggiorno in Spagna a Tarragona, dove lei stessa mi invitò per tenere dei concerti in Conservatorio, all’ultima volta che la vidi a Benicàssim, dove mi trovavo per partecipare al Concorso Internazionale F. Tarrega. Quel giorno ebbi come il presentimento che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei vista!
Dopo averla abbracciata, mi voltai indietro a salutarla, mentre entravo nel taxi che mi avrebbe condotto all’aeroporto. Gli sguardi si incrociarono in un ultimo corrispettivo scambio di stima, dolcezza e affetto. Venticinque anni or sono che ci ha lasciati, ma a me sembra ieri!
Nel prossimo mese di agosto sarò in giuria al Certamen Internacional de la Guitarra “Maria Luisa Anido”, in compagnia di Roberto Aussel, Irma Di Costanzo, Annette Kruisbrink, Guillem Pérez-Quer…grazie all’invito del M° Javier Alejandro Buján, direttore artistico del Festival che si svolge a Moron, città natale di Mimita.

W.M. La tua produzione musicale è nota a tutti. Successivamente hai avuto anche collaborazioni con colleghe/i. Ce ne parli un po’?

C. Campese – Per molti anni ho suonato da solista. Dopo l’opera per chitarra della de Rogatis, di cui ho curato anche una monografia dal titolo «Teresa de Rogatis – Da enfant prodige a dama della chitarra» per l’Accademia Nazionale di Scienze Lettere ed Arti di Modena (Mucchi Editore), ho pubblicato per l’etichetta dotGuitar la raccolta Classical Guitar Music, comprendente 4 CD dedicati al repertorio solistico per chitarra: Homage to Maria Luisa Anido, 20th Century Guitar Music, 19th Century Guitar Music, Heitor Villa Lobos – Agustin Barrios.
Nel 1989 ho formato un duo con il chitarrista Edoardo Catemario: questa esperienza, per quanto breve, è stata molto piacevole e stimolante. Recentemente ho ritrovato delle vecchie audio-cassette con le registrazioni dei concerti fatti insieme…si possono ascoltare sul mio canale You-Tube. L’ultima esibizione in duo fu proprio durante una serata in onore di Mimita, presente in sala.Nel 1992 poi è nato il trio con i chitarristi Paola Troncone e Fabio Mastroianni (Trio Chitarristico Maria Luisa Anido), cari amici prima che colleghi. Questa formazione ha avuto lunga vita: Mimita era contenta che portasse il suo nome, ci incoraggiò molto, proponendoci addirittura una tournée in Cile. Sicuramente non è semplice confrontarsi costantemente con altri musicisti, sia musicalmente che caratterialmente, ma quella della musica d’ insieme è, secondo me, un’esperienza che tutti dovrebbero affrontare.
Dal 2004 e per un paio d’anni ho suonato con il violinista napoletano Carlo Dumont, primo violino del Quartetto d’archi Gagliano, formazione con cui ho tenuto per l’Associazione Alessandro Scarlatti l’ultimo concerto pubblico nel 2005, eseguendo il Quintetto di Luigi Boccherini n. 4 G448 “Fandango”.

W.M. Poi, l’incontro con il violino ed addirittura la laurea. Cosa è accaduto?

C. Campese – …il violino mi ha sempre affascinato, sin da piccola. Ricordo che andai a sentire il Concerto in mi minore op. 64 di Mendelssohn interpretato dal grande Uto Ughi all’Auditorium della RAI di Viale Marconi…ne conservo ancora il programma di sala autografato…era il 22 febbraio 1980. “Galeotto fu il programma e chi lo interpretò” ah, ah!
Tornando a casa quella sera pensai di dedicarmi allo studio del violino, ma amici e parenti mi fecero notare che ero “troppo anziana” per iniziare…in effetti avevo “già” sedici anni!
Nel 2002 rientrando da docente in quella che era stata la mia scuola media, la Tito Livio, conoscevo il nuovo collega violinista, Carlo Dumont, che, dopo qualche anno di insistenza, avrebbe finalmente assecondato questo mio desiderio, non prima di avermi fatto promettere “solennemente” di continuare a suonare la chitarra…ah, ah! Devo aver messo a dura prova la sua pazienza…ma mi ha condotto alla meta, mettendo in campo tutte le possibili ed anche impossibili “strategie”!
Credo che si possa studiare uno strumento musicale a tutte le età. Se i risultati sembrano poco soddisfacenti non è per ragioni “fisiche” o per limitazioni anagrafiche: l’ostacolo è quasi sempre l’approccio mentale! I bambini iniziano a suonare per gioco, non si pongono obiettivi legati a scadenze temporali né problemi di come giungere rapidamente a un risultato apprezzabile. Scoprono lo strumento giorno per giorno, raramente assillati dall’ansia di inseguire traguardi tecnici da virtuosi. Migliorano nei risultati, affidandosi alla guida e ai tempi dettati dal maestro. L’adulto non ha pazienza e spesso ha poca fiducia in sé stesso: teme di avere troppi limiti e soprattutto poco tempo a disposizione. È importante invece essere consapevoli di ciò che realmente si desidera e porsi degli obbiettivi, senza però legarli ad alcuna scadenza temporale! Nel mio caso è stata dura…da musicista e didatta sono stata intransigente con me stessa, “pretendendo” addirittura di arrivare alla laurea sostenuta nel marzo del 2017 nella classe del M° Pietro Calzolari sempre al Conservatorio D. Cimarosa. Una “meravigliosa follia” insomma, come recita la dedica della mia tesi che non poteva non essere sulla Sonata op. 5 n. 12 “La Follia” di Arcangelo Corelli:
Un ringraziamento speciale a chi, ignorando il labile confine esistente tra sogno e realtà, ha lavorato con me per il puro piacere di farlo, assecondandomi in questa meravigliosa FOLLIA, convinto che il vero vincitore di un “gioco” non sia chi arriva primo, ma chi si è divertito di più!
“L’abilità musicale può sembrare divina, ma l’esercizio è sempre un’attività terrena. Che ci si limino le unghie o si impeci l’archetto, che si eseguano scale o esercizi per lottare contro errori e difetti, il lavoro è sempre fisico, intellettuale e psicologico!” Confesso che questa esperienza mi è servita tantissimo anche in campo didattico: studiando il violino a quarant’anni, ho ripercorso con gran consapevolezza quelle stesse tappe che da bambina avevo attraversato con la chitarra “giocando”. Ora mi pongo diversamente anche nei riguardi dei giovanissimi allievi…spesso basta una parola per superare o cementare barriere fisiche e psicologiche!

W.M. Hai qualche progetto chiuso nel cassetto?

C. Campese – …qualche altra follia? Sto approfondendo le mie conoscenze nel mondo del multimediale. Mi è sempre piaciuto registrare e montare audio e video. Quest’inverno, complice il Covid, ho già seguito vari corsi di video-making. Magari decido di iscrivermi all’Accademia delle Belle Arti. Mi attira il corso di secondo livello in “Cinema” per acquisire competenze avanzate, teoriche e pratiche, relative ai modi e alle forme del prodotto audiovisivo e multimediale. Staremo a vedere…
Naturalmente continuerò l’attività didattica che svolgo ormai da una quarantina d’anni. Non c’è nulla che mi piaccia di più del vedere un giovane imparare quello che cerchi di trasmettergli. Quando poi vedi che va avanti da solo e che trova la sua strada, allora senti veramente di aver fatto qualcosa: hai realizzato il sogno di una persona. Lo scambio con i giovani è importante. Loro apprendono dalla tua esperienza, ma tu impari dalla loro naturalezza, dalla loro mente fresca, ancora libera da condizionamenti. E poi quelli bravi li vedi da subito. Sono attivi, domandano, sollecitano risposte anche su argomenti che esulano dal contesto, ma che fanno comunque parte dell’insieme di quello di cui si sta discutendo. Sono propositivi. Ti danno suggerimenti e consigli. Spesso mi alzo da queste lezioni che mi sembra di aver preso da loro più di quanto abbia dato io.

W.M. Come sai, in questo spazio dedicato alla chitarra ed alla liuteria, è consuetudine fare qualche domanda inerente alle chitarre che utilizzi. Preferisci il cedro o l’abete? Quali sono i tuoi liutai di riferimento?

C. Campese – Di chitarre ho avuto occasione di suonarne tante. Se penso che da ragazzina, a 13/14 anni mi permettevo il lusso di iniziare lo studio degli arpeggi di Mauro Giuliani su una fantastica Ignacio Fleta prestatami dal M°Aruta, non mi posso proprio lamentare!
Iornini, Sanavia, De Bonis, Caiazzo, Wilcox, Tacchi…questi i liutai di cui ho posseduto gli strumenti! La Iornini era di mio padre, la usai nei primi mesi di studio. Dopo un brevissimo passaggio su una chitarra di fabbrica l’Aria, arrivò la Leone Sanavia, appartenuta a Teresa de Rogatis e acquistata dal figlio Mario Feninger. Subito dopo la mia prima “vera” chitarra da concerto, una Vincenzo De Bonis, ordinata in abete ed attesa per più di un anno. Ricordo tutti i viaggi a Bisignano dal mitico maestro Vincenzo, i gustosissimi pranzetti preparati dalle sorelle ed il vinello, offerto ogni volta al nostro arrivo, dal sapore e colore indimenticabili. Dopo è stata la volta della Ottavio Caiazzo in cedro: provata, adorata e acquistata in poche ore. Era il giorno in cui avvenne l’attentato a Paolo Borsellino…non lo dimenticherò mai…come il carissimo Ottavio del resto. Con “lei” ho inciso tutti i CD. La Alan Wilcox, anche in cedro, l’ho comprata…ma mai utilizzata. Ultima, solo in ordine di arrivo, la chitarra di Andrea Tacchi, acquistata da Aniello Desiderio, segna il ritorno all’abete.
Ho avuto poi il piacere e l’onore di suonare in concerto la Simplicio di Maria Luisa Anido, la Friederich di Stefano Aruta e la Guadagnini di Teresa de Rogatis. Ho avuto esperienza anche con chitarre ottocentesche, Guadagnini, Vinaccia, Lacôte, messemi a disposizione dal M° Carlo Barone quando frequentavo l’Accademia.
Preferisco l’abete al cedro…sono due legni diversi, con caratteristiche diverse. Il cedro matura prima, è tendenzialmente già pronto, ha un ottimo attacco e tende ad avere un bel volume fin da subito. Non ha grande margine di miglioramento. L’abete, invece, è un legno più complesso, ha bisogno di essere suonato e matura col tempo: un amico liutaio mi spiegò che il motivo di ciò è da ricercare all’interno delle sue fibre. La resina, contenuta all’interno dei canali, i condotti resiniferi, si presenta in blocchi. Suonando, questi agglomerati di resina si rompono e le vibrazioni aiutano questa polvere a disporsi in maniera più organizzata eomogenea all’interno di tutta la tavola armonica. Naturalmente in tutto questo processo, anche il chitarrista ha la sua importanza.
I miei liutai di riferimento al momento non possono che essere Guarneri e Stradivari…ah, ah! Scherzo! Nel campo chitarristico ce ne sono tantissimi e di altissimo livello. Personalmente prediligo gli strumenti antichi…hanno per me un fascino particolare.

W.M. Un consiglio per un giovane chitarrista, che vuole intraprendere la carriera del concertista?

C. Campese – … rispettare la propria personalità: i giovani devono sì ascoltare i consigli altrui, ma è fondamentale che suonino secondo il proprio sentire! Come mi diceva Mimita, l’artista che si impone nel tempo è quello dalla personalità ben distinta! Bisogna essere sinceri con se stessi per poterlo essere con gli altri. È bene poi non dimenticare che il concertista è anche un “atleta”, deve saper dosare le proprie forze, sviluppare autodisciplina, trovare meccanismi psicologici (e non solo tecnici), che portino risultati in palcoscenico: quello è il momento della verità! La grande arte è sempre sostenuta da una tecnica invisibile! Ma sono convinta che i giovanissimi maestri sono ben consapevoli di tutto questo…ad onor del vero negli ultimi anni il livello tecnico, ma direi anche artistico, si è alzato notevolmente…soprattutto tra le donne. Quando partecipavo ai concorsi ero quasi sempre da sola con tanti concorrenti di sesso maschile. Ora la situazione sembra del tutto cambiata…

W.M. Clara, è stato un piacere averti per la ns. rivista WeeklyMagazine. Grazie ancora per la disponibilità. Buona musica ed a presto.

C. Campese – …piacere mio! Grazie per avermi dato la possibilità di ripercorrere il “cammino” compiuto. I ricordi sono un bene prezioso: nessuno è in grado di cancellarli e quelli più forti sopravvivono al tempo che fugge, facendo da ponte tra questa vita e l’eternità!

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