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23 Settembre 2021

Chi conosce Šuppiluliuma?


Probabilmente nessuno. Eppure è stato il più grande monarca degli Ittiti (stirpe indoeuropea, originaria della città di Ḫattuša, o Hatti, Asia Minore centrale), vissuto nella seconda metà del XIV Secolo prima di Cristo. Sotto molti aspetti, fu la figura tipica del “Grande Re” (appellativo dovuto ai regnanti) e costituì un modello per i suoi successori, fino alla caduta di quell’impero, nel 1200 a.C.. Nessuno lo superò mai, come politico, condottiero e diplomatico, in quel periodo storico. Prese il suo regno in misere condizioni e lo trasformò in uno smisurato dominio, rivelando un genio assoluto per l’organizzazione statale e consentendo, così, alla complessa cultura di quel popolo, un periodo di splendida fioritura.
Cercare di penetrare il carattere umano di Šuppiluliuma I, attraverso i documenti ufficiali e spesso frammentati dell’antico Vicino Oriente è, fin dalla notte dei tempi, sempre stato rischioso ed in gran parte sterile. Non esiste alcun ritratto che ne possa stimolare l’immaginazione. Per comprendere la personalità interiore dell’uomo, bisogna fare affidamento su scarsi accenni, reperibili qua e là nelle fonti a disposizione. Egli ebbe, indubbiamente, una tempra eccezionale, sia come sovrano che come stratega. La sua vocazione per il comando militare si manifestò fin da giovanissimo, quando volle guidare, a tutti i costi, l’esercito di Tudhaliya III, suo padre. Dal punto di vista tattico, non esitò ad impiegare anche le mosse meno ortodosse, pur di ottenere significativi vantaggi. Quando intraprese una breve e rapida campagna invernale nell’Anatolia settentrionale, sorprese il nemico che lo credeva temporaneamente inattivo. E durante l’assedio di Karkemish, pensò di coprire il fianco della città, esposto verso l’Eufrate, con un largo impiego di barche. Nei rapporti con altre genti, aveva una spiccata inclinazione per l’uso di procedimenti ordinati e formalmente legali. A partire dal suo tempo, i trattati ittiti, con vassalli o pari, presentavano tutti una specie di excursus storico preliminare, in cui veniva delineato lo stato delle relazioni precedenti tra le parti interessate, utilizzandole come una sorta di prologo, per richiamare i favori da lui prestati nel passato al contraente, sì da predisporlo a gratitudine ed obbedienza leale. Costituì una vasta rete di simili patti in tutta l’Anatolia ed in Siria, conservati scrupolosamente dai suoi successori. Di questo suo interesse per i precedenti storici e legali, rimane traccia nell’antico “Accordo di Kurustama”, indispensabile per imbastire fecondi contatti con l’Egitto.
Altri aspetti del suo temperamento sembra fossero la ponderata cautela sulle decisioni da prendere e la volontà di non correre mai rischi eccessivi, doti che, però, lo danneggiarono enormemente, in occasione di una richiesta di aiuto e di protezione, da parte della regina egizia Dakhamunzu. Il ritardo con cui, alla fine, accolse l’appello, fu causa, per una serie di circostanze, della morte del suo amatissimo erede. Non è facile stabilire se i successivi ed attacchi da lui portati in territorio egiziano, riflettessero la sua reazione di dolore alla morte del figlio Zannanza o fossero, invece, l’espressione di una natura spietata e vendicativa. Anche se la clemenza non gli fu del tutto sconosciuta. Alle suppliche dei Kaskei (popolazione seminomade, tribale e non indoeuropea, che parlava una lingua propria), sconfitti dopo una prolungata rivolta, risparmiò la città di Timukhala, considerata il loro “orgoglio nazionale”.
La sua fermezza e la sua coerenza sono state ampiamente dimostrate nei trent’anni di regno, spesi nello sforzo incessante di sconfiggere i nemici dello stato. In fatto di religione, manifestò un normale impegno, nell’assolvere il non lieve dovere, assegnato tradizionalmente ai sovrani ittiti, di presenziare agli imponenti riti sacri. Solo nella maturità, quando le spedizioni belliche contro il regno Mitanni ed in Anatolia settentrionale, finirono per assorbire tutte le sue energie, egli trascurò in molte occasioni quelle consuetudini, come raccontò l’altro figlio Mursilis II, in cerca solo delle cause di quelle che considerava punizioni divine.
L’impulso dato da Šuppiluliuma alla vasta opera di ricostruzione di Ḫattuša, le cui rovine giacciono ad est dell’attuale villaggio turco di Boğazkale, a circa 200 chilometri da Ankara, descrive quanta forte ambizione ebbe nel fare di quella città, la capitale ed il centro rappresentativo del suo vasto impero, conservandone ed ampliandone l’immensa eredità culturale.
Era nato a Šamuha, vecchio capoluogo del regno, intorno al 1375 a.C., secondogenito del re Tudhaliya e della regina Daduhepa. Nulla di sicuro si conosce sulla data o sulle circostanze della sua nascita. Né si sa con esattezza quanti furono i suoi fratelli. Di sicuro il primogenito, “Principe della Corona”, prese il nome paterno. Da tre generazioni, prima della sua nascita, presso la famiglia reale ittita era divenuto molto popolare l’acquisizione di nomi in uso tra gli Hurriti (etnia insediata a nord della Mesopotamia, durante l’età del bronzo). Della sua fanciullezza e della sua educazione a corte, non si hanno notizie precise. Indubbiamente, però, egli dovette seguire il curriculum comune a tutti i membri delle famiglie reali. Molto presto incominciò l’addestramento militare, completato dalla preparazione a qualche campagna militare. Gli venne, sicuramente, affidata una carica, a corte, come capo delle guardie del corpo reale o il governatorato di una provincia. Sposò giovanissimo la sua prima moglie, Dadukhipa, anch’essa dal nome inequivocabilmente hurrita. Fra i suoi coetanei si distinse, ben presto, nell’esercizio delle armi, un’attività, questa, pressantemente richiesta, in una terra così duramente bersagliata da incursioni nemiche. A questo proposito, è estremamente significativo che nei frammenti decifrabili delle “Gesta di Šuppiluliuma”, scritte dal figlio Mursilis II, egli venga presentato al fianco del genitore nel corso di una campagna militare e poi a capo delle azioni belliche condotte ai confini, per cacciare l’esercito nemico dalla città di Hayasa, o sconfiggere i Kaskei, come già accennato, durante una delle loro incessanti attacchi.
Alla morte del padre, assieme agli altri principi, ai signori di palazzo, agli alti ufficiali ed ai capi delle forze armate, aveva giurato fedeltà al fratello, Tudhaliya il Giovane, come legittimo erede al trono. Poi, forse perché il nuovo monarca non si dimostrò all’altezza delle aspettative, come capo e guerriero, nel difendere il regno, di propria iniziativa o forse costretto dai dignitari di corte, mise in stato d’accusa il fratello che, riconosciuto colpevole “dagli Dei custodi dei giuramenti”, fu messo a morte. Non è mai comparso nulla di scritto che possa affermare se Šuppiluliuma non abbia potuto o semplicemente non abbia voluto evitare una tale sentenza. Di sicuro, una volta salito lui al potere, si sforzò, con ossessione, di dimostrarsi privo di ogni colpa, davanti ai sudditi ed alle divinità. Dai lacunosi frammenti delle sue Gesta, si evince chiaramente che continuò risolutamente a perseguire l’urgente politica di difesa dei territori.
Mentre l’Egitto si veniva sempre più ripiegando sui gravosi problemi interni e l’atavico nemico, Tushratta di Mitanni, tesseva una fitta rete di alleanze con il Faraone ed altri regnanti, in meno di dieci anni riuscì a consolidare la propria potenza in Anatolia, rivolgendo lui, ora, l’attenzione ed il desiderio di allargare i propri confini, occupando la Siria, il Mitanni e riconquistando Isuwa e la regione dell’Eufrate. Brillante campagne che coronarono tutte le precedenti manovre diplomatiche e militari. Il Mitanni era stato finalmente soggiogato ed inglobato. E si erano così realizzati gli ideali di un’antica tradizione.
L’eco della sua fama durò, in Anatolia, oltre i limiti cronologici del suo impero. Per quanto il ruolo prestigioso da lui svolto, nell’influenzare i destini dell’antico oriente possa, a prima vista, apparire in una luce drammatica, esso non fu dovuto al capriccio del caso, né costituì una novità immotivata, assurda e senza precedenti. Gli obbiettivi ed i risultati dell’opera di Šuppiluliuma si rifacevano, infatti, alle tradizioni ed alle aspirazioni dei sovrani, che vissero già da molti secoli prima di lui.
Morì nel 1322 a.C., presumibilmente per un’epidemia di peste, malattia contratta in terra di Canaan, una regione che comprendeva, grosso modo, l’attuale territorio del Libano, Israele, Palestina e parti di Siria e Giordania, dopo aver trasformato il regno ereditato, in un impero dalle proporzioni inimmaginabili.

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