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17 Aprile 2021

Il “Ghetto-paradiso” (1a parte)


È un nome che non dice nulla, quello di Terezin, una piccola cittadina della Repubblica Ceca, distante una sessantina di chilometri da Praga. Eppure la storia l’ha condannata ad essere, inconsapevolmente, eterna custode di subdole ed inimmaginabili atrocità.
A differenza di Auschwitz, Theresienstadt, come la chiamavano i nazisti, non era rivestita di alcuna segretezza. Era nata alla fine del XVIII Secolo, come una “città-fortezza”, suddivisa in due separate sottostrutture, denominate “grande fortezza” e “piccola fortezza”. A titolo di curiosità, quest’ultima, adibita a prigione fino alla caduta dell’Impero Austroungarico, ospitò tra le sue mura il nazionalista serbo Gavrilo Princip, autore del tragico e determinante attentato che, a Sarajevo, il 28 giugno 1914 uccise l’Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia.
In verità, il Governo del Reich si era perfino dato molto da fare per pubblicizzarla, con articoli e fotografie, trasformandola, per l’occasione, in un anomalo paradiso per ebrei, identificato come “Theresienbad” (Stazione balneare di Terezin). Attratti dalla cosa, quelli più influenti o più ricchi tentarono disperatamente di farvisi mandare. La Gestapo, oltretutto, incassava somme enormi vendendo loro comodi appartamenti, cure mediche garantite a vita, eccellenti servizi alberghieri ed abbondanti assegnazioni di viveri. Molte immagini, pubblicate dai giornali europei, mostravano quei “fortunati”, alcuni dei quali riconoscibili per il nome o per l’aspetto, tutti con la gialla stella di Davide cucita sul petto, a passeggio nei giardini pubblici, comodamente seduti ai tavolini di confortevoli caffetterie, intenti ad assistere a conferenze e a concerti, o lietamente al lavoro nelle fabbriche e nei negozi. Tanto che, fuori dall’Europa nazista, le informazioni su quel luogo erano travisate e scarse, anche se la sua esistenza era larvatamente nota, grazie a rapporti favorevoli stilati, in rarissime ispezioni, della Croce Rossa tedesca.
C’è da dire però, che una così “comoda località di soggiorno”, in un continente sommerso dalla propaganda antisemita e dalle privazioni della guerra, aveva causato del risentimento represso. Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda, in un discordo pubblico, ebbe a dire: “Mentre gli ebrei di Terezin se ne stanno tranquillamente sorseggiando caffè, gustando dolci e ballando, i nostri soldati sono costretti a morire o a sopportare immani sofferenze e privazioni, per difendere la loro patria”.
Nei paesi neutrali o alleati, e forse anche in madrepatria, si incominciava ad avvertire il lontano sospetto che Theresienstadt fosse soltanto una finzione, un cinico spettacolo inscenato dal regime. Ecco perché rappresentanti tedeschi della Croce Rossa vi erano stati “forzatamente” inviati, proprio per poter constatare di persona la realtà delle cose, confermando, peraltro, al loro rientro, l’esaltante verità di quello strano rifugio. I nazisti sostenevano che “i campi per gli ebrei all’est” erano tutti come Theresienstadt, anche se non altrettanto lussuosi. A questo, la Croce Rossa ed il mondo intero, dovevano ciecamente credere sulla parola.
La Germania nazionalsocialista sembrava essere stata un qualcosa di nuovo nelle vicende umane. Le sue radici erano antiche ed altrettanto lo era quella terra, ma si trattava di una naturale mutazione. Nel mondo antico Sparta e l’immaginaria repubblica di Platone non erano state altro che il più vago dei preannunci. Sebbene Adolf Hitler avesse ideologicamente attinto sia da Lenin che da Mussolini, non è mai esistito, in una società che può definirsi moderna, alcun valido paragone. Nessun filosofo, da Aristotele a Marx, per giungere fino a Nietzsche, aveva anche lontanamente potuto immaginare un fenomeno simile e nessuno è mai riuscito a spiegare, così da renderla comprensibile, una simile natura umana. Il Terzo Reich ha fatto irruzione, nella storia, come una sorpresa. È durato appena dodici anni, per poi scomparire. Storici, intellettuali, analisti politici hanno continuato a balbettare ed a brancolare tra le rovine di fatti senza precedenti, quelli che il Reich ha lasciato dietro di sé. E la gente comune, inizialmente, aveva preferito dimenticare, rimuovere quel laido evento, durato più di un decennio, causa del declino europeo, spazzandone le briciole sotto il tappeto. Gli studiosi lo hanno inserito, a forza, in una casella accademica, con specifiche etichette tipo, populismo più terrore, controrivoluzione capitalista, recrudescenza di bonapartismo, dittatura della destra, trionfo di un demagogo. Etichette libresche a non finire, elaborate in lunghi e pesanti volumi.
Ma niente di tutto ciò ha spiegato davvero il Terzo Reich. La sinistra macchia rossa della Germania nazionalsocialista, che si andò allargando più di un’esplosione demografica nel mondo, più delle bombe nucleari, più dell’esaurirsi delle risorse ambientali, è stato il problema radicale delle, allora attuali, vicende umane.
Theresienstadt, quindi, vi gettò una luce perché, a differenza di Auschwitz, Birkenau, Dachau, Buchenwald ed altri ancora, il “Ghetto-paradiso” non era inesplorabile, ricco delle risorse di un grande governo e quindi, apparentemente, funzionante. La maggiore speranza che lì si poteva nutrire risiedeva, strano a dirsi, proprio nella consapevolezza di quella enorme simulazione, faticosamente inscenata dai crucchi. L’intenzione di uccidere tutti i giudei d’Europa, o per meglio dire, di tutto il mondo, man mano che il dominio nazista si fosse ampliato, non fu mai, probabilmente, in dubbio per il Führer e per i suoi pochi fidi. Si cristallizzò in azioni e documenti fin dall’inizio della guerra. Quel che rimane di scritto è esiguo e, a quanto pare, Hitler non firmò mai nulla. Ma che l’ordine di mettere in pratica le minacce già tracciate sul “Mein Kampf”, sia venuto solo ed esclusivamente dal suo malato cervello, è sempre stato inconfutabilmente condiviso. All’interno della stirpe teutonica, la violazione dei sacri principi di pietà e di giustizia, del diritto di ogni essere umano alla vita ed alla propria sicurezza, l’uccisione di donne e bambini, avevano indignato in larghissima parte un’ampia fetta della collettività, ma non tutta. Per i nazionalsocialisti convinti, uccidere era nella natura stessa della guerra. Del resto, le donne ed i bambini tedeschi morivano sotto le bombe e la definizione di “nemico” era una questione di decisione governativa. Il fatto che gli ebrei fossero il più grande nemico del Reich, era un articolo di fede, al centro della politica del regime. E, nonostante la quella nazione, nel 1944, incominciasse a crollare, cruciali risorse belliche continuarono ad essere impiegate nel disumano olocausto. Per una mentalità asetticamente militare ed umanamente critica, tutto ciò non aveva senso. Per i capi, che il Paese seguì appassionatamente fino all’ultimo, era tutto sensato. Nel testamento che scrisse tra le pareti del bunker di Berlino, prima di farsi saltare le cervella, Adolf Hitler si vantò del “proprio umano massacro degli ebrei [lett.]” ed esortò il popolo ormai sconfitto a continuarlo fino in fondo.

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