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17 Aprile 2021

Draghi: ancora ombre sul turismo


Perché. Draghi? I veri termini del problema dello sviluppo economico turistico a Nord e a Sud.

Mentre i ministri dello sviluppo economico Giorgetti e del Turismo Garavaglia mandano segnali poco chiari e mostrano un work-in-progress che è forse un work-in-regress (con l’apertura delle rotte verso l’estero e la blindatura dell’incoming…), il settore turistico italiano grida di dolore.
Voglio ricordare la assoluta necessità per la sopravvivenza di questa Repubblica di sviluppare il settore economico turistico, con l’Economia Turistica Integrata, che ha un potenziale inespresso di 400 miliardi di PIL, vera manna per i conti economici del Paese e per il benessere dei suoi abitanti.
Le attrazioni turistiche sono patrimonio diffuso lungo tutto lo Stivale, ma hanno caratteristiche molto diverse in termini di valorizzazione a Nord e a Sud.
Vi parlo da sociologo e, in particolare, da sociatra, la specialità che porto avanti dal 1978 con centinaia d’interventi di cambiamento svolti sul tessuto socioeconomico italiano ed estero, dalla progettazione economica di area vasta (dal sistema Paese alle dimensioni regionali e semi regionali) alle grandi e meno grandi organizzazioni private e pubbliche, alle infrastrutture fisiche e culturali, alla salute, alla famiglia, all’arte.
Questa esperienza concreta riguarda soprattutto la programmazione economica dell’Italia, di grande complessità malgrado il tessuto socio-geo-economico limitato, considerato davvero sorprendente per non qualità di gestione.
Natura e cultura sono ambiti da godere in una condizione di esperienza che s’intende quieta: così vale per un panorama, per l’acqua del mare, per il sole, per il cibo, per la enorme quantità di segni artistici visivi, uditivi, tattili, gustativi e olfattivi che costituiscono il patrimonio culturale italiano e che si miscelano con la natura ancora tanto benevola. In ciò la fruizione turistica e culturale si differenzia da quella manifatturiera, che agisce sempre attraverso trasformazioni (la produzione e il consumo caratteristico) e non attraverso un atteggiamento puramente ricettivo e principalmente conservativo.
Tale condizione mista è, al Nord, l’elemento principale del fenomeno economico-turistico, tanto da dover compendiare l’aspettativa “Vado in Italia perché ci sono tanti elementi d’interesse artistico e culturale, vado in Italia perché il clima e la natura sono piacevoli e particolari” con la complessità di un territorio fortemente condizionato dalla industria manifatturiera.

I due principali aspetti di programmazione economico-turistica sono:
1. aumentare e rendere disponibile con una consapevole strategia il maggior patrimonio possibile di elementi d’interesse artistico, culturale e naturale;
2. consentire una corretta fruizione, il più possibile piena, pulita e consona, la migliore attualizzazione del potenziale esperienziale di cultura (e natura).
Al Nord, coraggio imprenditoriale e impegno della politica sono le condizioni per potere attuare il decollo turistico economico, combattuto tra industria e turismo.
Ben diversa la situazione del problema dello sviluppo economico turistico al Sud. Le complesse situazioni storiche, socioculturali, economiche e giudiziarie del nostro mezzogiorno confermano anche nell’esperienza diretta tanti luoghi comuni, in particolare sull’illegalità diffusa. Tutti sanno che impiantare moderna economia (anche turistica) in Campania, Calabria e Sicilia, ma anche in parte della Basilicata e della Puglia, è una scommessa azzardata. Tutti sanno che gli ostacoli a tali iniziative, costruiti ad hoc dalle organizzazioni criminali, sono profondi a volte anche subdoli e sempre straordinariamente persistenti. Con il mio Laboratorio di Sociologia Clinica Orgasystems, abbiamo affrontato numerosi casi di infrastrutturazione turistica della Calabria e di altre aree vaste del sud d’Italia.
Trovo utile ricordare il caso del progetto “Infratur, infrastrutturazione turistica della Costiera Vibonese”, con Tropea al centro. “Infratur” era un programma economico-turistico per la piena occupazione nel vibonese: l’intervento avrebbe generato 20000 posti di lavoro, attraverso un investimento complessivo di circa cinquecento milioni di euro, di cui il 50% portati dalla mano pubblica e altrettanti dalla mano privata destinati alla creazione di tutte le condizioni per lo sfruttamento turistico industriale (beninteso, ecosostenibile ed ecovalorizzante) cioè capacità ricettive e infrastrutture logistiche e di servizio per fare del comprensorio suddetto un’unità economico turistico significativa, cioè una “Area di destinazione turistica” riconosciuta a livello globale.
I lavori della fase di concezione e di fattibilità si sono svolti lungo diversi anni, in consapevole e cauta concertazione tra tutti gli attori rilevanti di questa vicenda (12 amministrazioni locali, il Ministero delle Attività Produttive, il C.I.P.E., 30 imprese di primaria importanza regionale e oltre). Dopo un lungo iter caratterizzato da consapevolezza, ma anche da tantissima buona volontà, il programma “Infratur” si è arenato per l’intervento della Magistratura che rilevava l’infiltrazione delle ‘ndrine locali per vari canali nell’operazione, con conseguente deriva d’illegalità attesa e attuata. L’operazione “Infratur” si è così bloccata e non ripartirà più, o, quanto meno, possiamo dire che passeranno diversi lustri al suo riavvio, e che così contribuirà a dimostrare non la possibilità, bensì l’impossibilità di portare avanti nel Mezzogiorno d’Italia programmi di sviluppo economico turistico dell’entità necessaria e dalle modalità opportune (cioè quelle legali e “normali”).

Tirando veloci somme, notiamo come cultura ed economia non s’incontrano in Italia:
1. al nord, il conflitto è genericamente infrastrutturale. Dunque. mentalità dell’industria manifatturiera che si scontra con la mentalità della cultura e del turismo e della ricettività; piani d’infrastrutture fisiche molto differenti nelle due strategie; ambiente e territorio intesi in accezioni completamente diverse; vischiosità sociopolitica della oligarchia economica del secondario sugli organi delle amministrazioni pubbliche locali e centrali, ecc.;
2. al sud, il conflitto è genericamente giudiziario. Le grandi iniziative (quelle di cui c’è bisogno dal punto di vista economico industriale e turistico) non si radicano in quanto la percezione del rischio dell’iniziativa di sviluppo economico (turistico, nel nostro caso), nel sud Italia sovrasta l’opportunità, a causa dei comportamenti della criminalità organizzata. Il territorio d’origine è percepito dalla criminalità organizzata come proprio e non devono essere presenti nell’area poteri forti (economici, politici, militari, culturali…) atti a contrastare la sua leadership. Essa si avvale microeconomicamente di una tipologia d’“impresa” basata sul rischio giudiziario e sociologicamente sulla “banda”, piccolo gruppo determinato e armato, tipico di mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona unita e organizzazioni parallele, coordinate o similari, che induce con la paura la cultura della connivenza e dell’omertà. Attraverso ciò, avviene un “via libera” solo a piccole iniziative sottomesse, ma nessuna possibilità per grandi interventi destabilizzanti il clima cripto-tardo-feudale. In termini di semplicissima logica e storia, né l’imprenditoria turistica di livello mondiale né le iniziative anche locali dotate di respiro strategico (quelle ad esempio verso le “Aree di Destinazione Turistica”), valutano ragionevole mettere a repentaglio gli interessi diffusi altrove per sostenere là iniziative ad altissimo rischio d’ogni genere.

Ecco dunque che, alla luce di
• una situazione socioeconomica del territorio italiano sufficientemente condivisa e conclamata,
• esperienza diretta di numerosi casi di progettazione economica e infrastrutturale condotta da Orgasystems, il Laboratorio di Sociologia Clinica che, insieme a me, da molti anni opera nel nord e nel sud Italia e all’estero,
si profila una serie d’interventi modulata come segue.
Per il nord del Paese:
1. identificazione dei bacini d’interesse e delle caratteristiche delle dimensioni turistico-industriali (primo ordine di grandezza: numerose migliaia di posti-letto), in termini d’analisi di attualità e di potenziale economico-occupazionale, anche verso demografia;
2. inventario dei beni attrattivi;
3. valutazione tecnico-economica della capacità attrattiva di tali beni culturali e naturali, integrata con gli effetti di una strategia di eventi, con prima valutazione complessiva d’infrastrutturazione per la loro fruizione;
4. pianificazione infrastrutturale, compendiando l’aspetto economico turistico con quello economico complessivo, manifatturiero o altro (ricettività, logistica, servizi, ecc.);
5. sviluppo d’iniziative di partecipazione tra i diversi settori economici presenti e i loro operatori, per una strategia congiunta;
6. impostazione di piani commerciali di area attrattiva, destinati al mercato interno e soprattutto internazionale dei tour-operator continentali ed extra-continentali;
7. promozione dell’immagine culturale e naturale del territorio presso i cittadini appartenenti (formazione, informazione), per lo sviluppo di forme di direct marketing (bottom-up);
8. impostazione di piani di marketing globale per le aree considerate, nella veste di studio di fattibilità;
9. costituzione di organismi pubblico-privati ad hoc, finalizzati alla creazione delle risorse attrattive del caso, ove i soggetti partecipanti pubblici e privati s’impegnano in un programma operativo strutturato in tappe;
10. campagne promozionali e pubblicitarie d’area, indirizzate al livello nazionale e internazionale; marketing operativo per la stimolazione di operatori turistici internazionali in grado di indirizzare flussi idonei alle aree.

L’iter 1-10, valido per il Nord, richiede al Sud un sistemico sforzo di tutte le risorse organizzative dello Stato nessuna esclusa. A pochi anni dal caso “Dinasty” e dal gran battage sul caso cosiddetto “Casalesi”, la strategia per lo sviluppo economico turistico al Sud, unica strada per il benessere degli italiani del Mezzogiorno, deve essere condotta con molto realismo d’ordine pubblico, ove con la criminalità organizzata deve avvenire un confronto diretto, pieno e microsociologico, con posizione molto forte dal punto di vista economico-politico, e amministrativo.

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