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25 Febbraio 2021

Svelata la mappa delle possibili zone per il deposito nucleare a bassa pericolosità


Arriva una nuova mappa. La mappa del deposito atomico da costruire. Mentre gli italiani vengono spaventati dalla mappa che divide le regioni rosse, arancio, gialle secondo gli andamenti del contagio virale, il Governo ha tolto il segreto e ha pubblicato la Cnapi, sigla improbabile di Carta nazionale delle aree più idonee sulle 67 selezionate. La potete visionare a questo indirizzo web: https://www.depositonazionale.it/cnapi_webgis/default.html
Anche qui i colori, ma diversi da quelli sanitari; verde smeraldo (punteggio più alto), verde pisello (buono), celeste (isole) e giallo (zone possibili ma meno adeguate).
Si badi bene: non è assolutamente la mappa dei siti nucleari, soltanto l’indicazione delle aree che secondo le indicazioni date a suo tempo dall’ISPRA potrebbero essere utilizzate per costruire… cosa? Semplicemente il deposito delle scorie radioattive poco pericolose, come ad esempio lo Iodio 131 usato per le scintigrafie negli ospedali, l’Americio 241 usato nei “nasi” rilevatori di fumi, che tutti noi abbiamo avuto almeno una notte sulla testa nella stanza d’albergo dove alloggiavamo, il torio luminescente dei vecchi quadranti degli orologi, i marker biochimici e i biomarcatori.
Il 30 dicembre la Sogin, la società pubblica di gestione del nucleare, ha ricevuto il nullaosta del Governo e nella notte tra il 4 e il 5 gennaio ha pubblicato sul sito web https://www.depositonazionale.it/ la documentazione completa, il progetto e la carta segretissima, attesissima e temutissima per anni, tenuta dal 2015 sotto riservatezza assoluta con minaccia di sanzioni penali per chi ne rivelasse dettagli.
Le “aree potenzialmente idonee” delineate sulla carta Cnapi sono le aree idonee a ospitare lo spauracchio agitato da tutti i comitati N.I.M.B.Y. (Not In My BackYard), dagli ecologisti di risulta e da gran parte dei Governi che si sono alternati dal 2003: è la carta delle zone fra cui sarà scelto il luogo in cui costruire con quasi 900 milioni di preventivo (una stima completa con le infrastrutture e i correlati può far pensare a un impegno complessivo di 1,5 miliardi) il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, rifiuti che oggi sono distribuiti dal Piemonte alla Sicilia in una ventina di depositi locali.
E c’è già chi insorge in via preventiva contro l’ipotesi di entrare nella mappatura, come la reattiva Sardegna. La carta non dice il punto in cui bisognerà costruire il deposito.
Delinea invece tutti i 67 luoghi in cui ci sono le condizioni tecniche per costruirlo e assegna i voti con una graduatoria. Ne emerge una mappa di 12 zone “verde smeraldo” con candidature molto solide che si concentrano in Piemonte (due in provincia di Torino e cinque in provincia di Alessandria) e nel Lazio (cinque in provincia di Viterbo).
Eccole:
Provincia di Torino: Rondissone-Mazze-Caluso; Carmagnola.
Provincia di Alessandria: Alessandria-Castelletto Monferrato-Quargnento; Fubine-Quargnento; Alessandria-Oviglio; Bosco Marengo-Frugarolo; Bosco Marengo-Novi Ligure. L’area fra Alessandria-Castelletto-Quargnento e l’area Bosco Marengo-Novi sono le uniche di tutte le 67 aree individuate ad avere conseguito votazione piena con lode.
Provincia di Viterbo: Montalto di Castro (due localizzazioni), Canino-Montalto di Castro, Corchiano-Vignanello, Corchiano.
Altre 11 zone “verde chiaro” comprendono altri lotti ritenuti dai tecnici molto buoni per localizzarvi un deposito ma meno interessanti.
Una regione dalla reattività alta è la Sardegna. Prima ancora che la Sogin potesse aver pubblicato qualsiasi carta, con un tempismo imbarazzante alcuni politici sardi lunedì 4 gennaio avevano già messo le mani avanti con una dichiarazione dalla pelle sensibile. Ecco la nota congiunta del segretario del Pd sardo, Emanuele Cani, e del capogruppo Pd in Consiglio regionale, Gianfranco Ganau: «Apprendiamo che sarebbe prossima la pubblicazione della relazione tecnica predisposta dalla Sogin, per l’individuazione delle aree idonee allo smaltimento di scorie nucleari sul territorio nazionale. In attesa dell’ufficializzazione e che siano quindi pubblicati i risultati dello studio che potrebbe vedere la Sardegna come sede idonea, ribadiamo con forza la contrarietà ad accogliere il deposito di scorie nucleari sul nostro territorio regionale». E poi «l’unanime posizione più volte ribadita dall’intera popolazione sarda», e ancora «una seria mobilitazione in difesa dei sardi», perché la Sardegna «ha già dato tanto al Paese in materia di servitù militari e non solo». Per il presidente della Sardegna, Christian Solinas, invece, è: «L’ennesimo atto di arroganza e prevaricazione».
Giammai, una proposta irricevibile, rigorosa contrarietà, sciagurata ipotesi, non negoziabile, questo territorio è vocato per il turismo culturale e l’agricoltura di qualità. La consultazione con i cittadini avviata dalla pubblicazione della carta delle 67 aree candidate ha suscitato una carrettata di commenti indignati dei politici rivolti al loro bacino elettorale. Quasi fotocopiabili nella loro ripetitività e nella battagliera opposizione.
Per esempio Alessio Valente, sindaco di Gravina in Puglia, scrive sulla sua pagina social: «La vocazione di queste nostre aree è agricola e turistica, e non permetteremo che ci trasformino in un cimitero di scorie nucleari. Mai».
Il che denota la forte ignoranza in materia mista alla ricerca di visibilità elettorale.
Da notare Greenpeace, secondo la quale «sarebbe stato più logico verificare più scenari e varianti di realizzazione del programma, utilizzando i siti esistenti o parte di essi», cioè sarebbe meglio non concentrare tutti i residui in un solo luogo.
La normativa per il futuro deposito nucleare nazionale impiegò sette anni per essere scritta. Nel 2010 (decreto legislativo numero 31) furono stabilite le regole ma la carta Cnapi venne rinviata di anno in anno, ritoccata, sospesa, rifatta e così via. Finalmente il 2 gennaio 2015 la Cnapi fu consegnata in modo ufficiale e formale e in contemporanea venne sepolta in cassaforte, coperta dal segreto. Ogni tanto qualche ministro ha annunciato l’imminente pubblicazione della carta Cnapi, come fece nel marzo 2018 Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico del Governo Gentiloni.
Come sono stati scelti i luoghi potenzialmente idonei? Nel 2014 l’Ispra dettò i criteri di selezione: dovranno essere luoghi poco abitati, con una sismicità modesta, senza vulcani né rischi di frane e alluvioni. Non a quote troppo elevate (non oltre i 700 metri sul livello del mare), non su pendenze eccessive. Non troppo vicine al mare. Non molto vicine a autostrade e ferrovie, ma abbastanza vicine ad autostrade e ferrovie per poter essere raggiunte comodamente dai carichi di materiale da stoccarvi.
Ma i comitati di opposizione avranno un’arma facilissima per dire no alla collocazione del deposito, ovunque sia: il criterio di approfondimento numero 11 afferma che per la scelta del luogo bisogna valutare con attenzione le zone con «produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico». Cioè in Italia: ovunque.
Da notare poi che il deposito nazionale non riguarda assolutamente le scorie più pericolose, di cui sarebbe più opportuno preoccuparsi, ossia quelle con radioattività più alta per le quali la soluzione sarà individuata in modo congiunto con altri Paesi.
Il problema che il deposito vuole risolvere sono i rifiuti radioattivi a media e bassa attività, quelli che si producono ogni giorno: reagenti farmaceutici, mezzi radiodiagnostici degli ospedali come la risonanza magnetica nucleare, terapie nucleari, radiografie industriali, guanti e le tute dei tecnici ospedalieri, controlli micrometrici di spessore delle laminazioni siderurgiche, sostanze luminescenti, marker biochimici e altri diagnostici. Perfino i parafulmini e i rilevatori di fumo che lampeggiano sul soffitto di cabine di nave e camere d’albergo.
In Italia conserviamo 31mila metri cubi di scorie irraggiate. Una parte di queste scorie perde pericolosità perché la radioattività decade con il passare del tempo, ma ogni anno ne aggiungiamo molte di più.
Si stima che fra una cinquantina d’anni i nostri figli e nipoti dovranno gestirne 45mila metri cubi in più rispetto a quelli di oggi, per un totale di 75mila-80mila metri cubi attualmente stoccati in una ventina di siti provvisori, che non sono idonei ai fini dello smaltimento definitivo.
Quali saranno i passi successivi? L’Europa dice giustamente che ogni Paese deve avere un suo deposito nazionale per i rifiuti irraggiati meno pericolosi. In genere è un capannone tecnologico, strablindato e superprotetto che dovrà essere costruito in uno dei siti individuati (si badi bene: non saranno tutti utilizzati, bensì uno solo!). Speriamo che i tempi non siano altrettanto lunghi di quelli che sono serviti per arrivare solo fino a questo punto.

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