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21 Gennaio 2021

Le facce del Dolore (1a parte)


“Nulla ci rende così grandi, come un grande dolore”, scriveva il poeta francese Alfred de Musset. Anche se poi dovette intimamente riconoscere che “il dolore è uno dei problemi più importanti dell’umanità, se non il più importante”.
Ogni giorno, in questi ultimissimi mesi, durante la “prevista” recrudescenza della pandemia, ancora peraltro fortemente vigorosa, abbiamo ascoltato, nei bollettini trasmessi da tutte le televisioni, nazionali e non, gli appelli di coloro che, instancabilmente, continuano ad operare al capezzale di chi è stato più duramente, ed irrimediabilmente, colpito dall’aspetto peggiore della malattia, il dolore fisico della “fame d’aria”.
Il Dottor John Bonica, conosciuto come il principale promotore dello studio sulla terapia del dolore, dopo aver assistito innumerevoli degenti negli ospedali militari, al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale, scrisse un lungo trattato che, negli Stati Uniti, venne definito la “Bibbia del Dolore”, nel quale affermava: “Sia pure con riluttanza, sono costretto ad ammettere che, nonostante tutti i progressi realizzati nel passato, prossimo e remoto, siamo ancora molto lontani da una visione completa e costruttiva del dolore. Ancora oggi, pur essendo possibile, mediante mezzi chirurgici e analgesici, eliminare in modo permanente quasi tutte le sue forme, non siamo in grado di comprendere la natura del fenomeno doloroso e scoprirne tutte le sue facce”.
Il dolore acuto è una difesa naturale, utile perché avverte l’individuo di qualsiasi anormalità e costituisce un mezzo diagnostico per il medico. Nella sua forma patologica cronica, impone gravi sollecitazioni emozionali e fisiche, sia al paziente che alla sua famiglia. Per di più, essendo la malattia invalidante più comune, procura, alla società, un incommensurabile fardello economico.
Come abbiamo visto, è uno dei problemi più enigmatici e più ardui della biologia e della medicina. Nessuno è riuscito a darne una definizione soddisfacente. Esso ha evidenti qualità sensoriali, ma possiede anche proprietà emotive e motivazionali. Di solito è causato da una stimolazione intensa e nociva, che talvolta si presenta spontaneamente, senza una causa apparente. Di norma è indice di un danno fisico, ma di tanto in tanto tarda a manifestarsi, persino quando estese aree corporee sono state gravemente danneggiate. In molti casi persiste anche dopo la guarigione delle parti interessate. L’enigma del dolore è poliedrico. Lo hanno studiato psicologi, fisiologi, anatomopatologi, farmacologi, neurologi, neuro-chirurghi, anestesisti ed internisti. Chiunque ne abbia sofferto, in maniera prolungata e violenta, lo considera come un’afflizione dannosa e punitiva.
Vi sono esseri umani che manifestano una sensibilità congenita alle sue manifestazioni. “I nati senza la capacità di percepire il dolore, forniscono testimonianza convincente sul valore del dolore stesso”, disse, nel 1968, Leo Sternbach, un chimico istriano, naturalizzato americano, a cui viene attribuita la prima sintesi di “benzodiazepine”, la principale classe di tranquillanti. Molti individui hanno subito, durante l’infanzia, ustioni estese, contusioni e lacerazioni, mordendosi spesso, anche profondamente, la lingua durante la masticazione, obbligati, non senza serie difficoltà, ad imparare stratagemmi per evitare di ferirsi gravemente. E’ accaduto frequentemente che, non avendo avvertito alcun sintomo, generalmente costituito da fitte lancinanti e spasmi addominali, tali soggetti abbiano inizialmente convissuto con un’appendicite, che una volta perforatasi li ha condotti alla morte o al rischio della stessa. Si sa di qualcuno che, con una gamba fratturata, ha continuato a camminare, come nulla fosse, fino a spezzarla di netto, o di bambini che, non adeguatamente controllati, si sono auto-estratti i denti o spinto i bulbi oculari fuori dalle orbite.
Così come, al contrario, esistono esseri umani che provano sofferenza fisiche di particolare intensità, senza stimoli evidenti. Una lesione dei nervi periferici agli arti, in seguito a ferite da arma da fuoco e di altra natura, può essere accompagnata da atroci algie, che persistono a lungo, anche dopo la guarigione dei tessuti o la rigenerazione delle fibre nervose, ripresentandosi poi spontaneamente, anche in questi casi, senza un ovvio motivo. A volte sono scatenate da stimolazioni innocue, come un leggerissimo contatto tattile o un impercettibile soffio d’aria. Non solo. Generalmente questi attacchi spontanei, richiedono ore ed ore per perdere intensità, ripetendosi ogni giorno, per anni, anche se tutto sembra perfettamente in ordine.
Frederik Buytendijk, un antropologo olandese studioso dell’aspetto psicologico del problema, ha scritto che “il dolore non è soltanto un problema, ma un mistero … un elemento vitale, senza senso. E’ un “malum” contrapposto alla vita, un ostacolo ed una minaccia, che riduce l’uomo come una creatura infelice, che muore ripetutamente un migliaio di volte e differisce da persona a persona, da cultura a cultura”.
Infatti, gli stimoli che lo rendono intollerabile per un individuo, possono essere da un altro sopportati, senza il benché minimo un lamento. I masochisti cercano e godono di sensazioni estreme, come ricevere frustrate o bruciature sulla cute. I riti di iniziazione ed altre usanze, praticate da popolazioni tribali, che noi associamo al dolore, secondo coloro che hanno avuto modo di osservarli di persona, vengono vissuti dagli interpreti nella massima naturalezza e nel massimo trasporto emotivo. Allora, viene confermata ed avvalorata la teoria che, in tutto ciò, i valori culturali giocano un ruolo di basilare importanza.
Nei paesi sud europei, il parto, è sempre stato considerato una delle peggiori sofferenze che un essere umano possa provare. Come ha evidenziato in un suo datato studio, l’antropologo statunitense Alfred Kroeber, questi timori hanno provocato il frequente verificarsi della stranissima “Sindrome di Couvade”, una condizione psicosomatica, in cui il maschio manifesta alcuni segnali e comportamenti propri della donna incinta, nell’assoluta convinzione di essere lui il vero partoriente. Nel momento del travaglio, la futura madre, che fino a qualche attimo prima aveva continuato a svolgere il proprio lavoro, esterno o casalingo, non dimostra, apparentemente, alcuna sofferenza, mentre il marito disteso sul letto, urla e si dimena, come se fosse lui a provare atroci contrazioni. Poi, nato il bambino, il papà rimane degente, con il neonato tra le braccia, per riaversi dalla terribile prova e la mamma, quasi immediatamente e sorprendentemente, ritorna ad occuparsi delle proprie attività.
Significa allora che le nostre donne, ossia quelle della nostra cultura, che si comportano secondo i canoni della logica naturale, inventano il dolore? Niente affatto, anche se è proprio della “forma mentis” mediterranea considerare il parto come un serio pericolo di vita, per la donna, mentalità che ovviamente accompagna le giovani, fino al divenire adulte. I libri che trattano il “parto naturale”, pongono in rilievo come la paura, aumenti l’intensità del dolore percepito.
Spesso si suppone che le diversità percettive tra persona a persona, siano dovute a differenti “soglie del dolore”. Oggi la scienza afferma che il limite dell’avvertimento, cioè l’intensità minima dello stimolo capace di evocare la sensazione, è uniforme in tutti gli individui, indipendentemente dal patrimonio culturale. E’ noto che l’attenzione, la suggestione o altri processi cognitivi possono modificare radicalmente il tetto dell’avvertimento. Un giocatore di pallone può non sentire un calcio violento in uno stinco, durante l’eccitazione della partita, mentre una persona molto ansiosa e tesa, è portata ad avvertire un dolore violento, anche se stimolata, ad esempio, con scariche elettriche di bassissima intensità.
Da esami di laboratorio, si è evinto che quantità di calore radiante, risultate molto dolorose per individui di origine mediterranea, sono state indicate come un semplice sentore di caldo da nordeuropei.

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