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29 Novembre 2020

Bomba o non bomba


Michio Morishima, uno dei più stimati ed autorevoli economisti giapponesi, scomparso nel 2004, per molti anni docente alla “London School of Economics and Political Science”, attento osservatore dello sviluppo del suo Paese, era Guardiamarina della Flotta Imperiale, quel 9 agosto 1945. Stava pranzando alla mensa ufficiali del Naval Corps di Hario quando, improvvisamente, ebbe la sensazione che l’edificio sussultasse, prima di venir violentemente scaraventato dalla sedia a terra. Rialzatosi, come tantissimi altri suoi colleghi tornò a sedersi, con la riservatezza che da sempre ha caratterizzato quel popolo, e finì di mangiare. Fece poi ritorno dove supponeva che sarebbe dovuto essere, cioè con i suoi uomini. Attraversando la grande piazza d’armi e guardando in direzione di Nagasaki, distante circa trenta chilometri, vide un’enorme nuvola che si levava abbagliante nel cielo, sopra quella città. “Non appariva come il classico fungo atomico, che tutti conoscono dalla TV o dalle foto. Forse perché era passato del tempo dallo scoppio”, raccontò poi. La descrisse come una nuvola troppo lunga e stretta per assomigliare a quella forma, piuttosto dava l’idea di un tornado. Sembrava che un drago si fosse impossessato di tutte le anime di Nagasaki, le avesse afferrate e stesse scappando, su nel cielo, con loro. Era una colonna di fuoco, che univa la terra all’infinito. Ma quel tornado ardente continuava a bruciare. Intuitivamente tutti si resero conto che quella visione apocalittica era l’incredibile realtà di un’esplosione nucleare. Un gran numero di feriti fu portato anche presso la sua Basa Navale. “Chi era lì, ricorda degli occhi dalle orbite inverosimilmente sporgenti, la pelle così bruciata che si sbriciolava via e, soprattutto, ferite così orribili che, senza vederle, non si possono immaginare”, raccontò, da testimone oculare, il Professor Morishima.
Nulla di diverso da quanto era accaduto tre giorni prima, il 6 agosto, sul porto di Hiroshima, la prima città nella storia, vittima di un attacco nucleare. La Casa Bianca, i vertici politici americani e quelli militari credevano fermamente che l’unica alternativa, per porre fine all’ultimo atto di un conflitto, ancora vivo ed incalzante, contro il Paese del Sol Levante, era l’uso della bomba atomica. Un comunicato giunto da Guam, isola del Pacifico, appartenente all’Arcipelago delle Marianne, a firma del Generale Carl Spaatz, Comandante in Capo dell’Aviazione statunitense, informava che “il grande porto giapponese di Nagasaki è stato colpito, stamani, da un ordigno nucleare. L’equipaggio del bombardiere che lo ha sganciato, ha riferito che si sono ottenuti, anche questa volta, eccellenti risultati. Non si hanno al momento altri particolari dell’attacco”.
Eppure, ventiquattro ore dopo il bombardamento di Hiroshima, apparecchi da ricognizione americani si erano recati in volo sopra la città, trovandosi avvolti da una impenetrabile nube di fumo e polvere, cosa che rese impossibile stabilire, con precisione, quali erano stati i danni inferti al noto centro industriale, abitato da quarantamila persone e sede di una delle più importanti ed imponenti basi navali imperiali. Scientificamente, gli effetti furono paragonati a quelli di un terremoto di vastissime proporzioni. I sismografi dell’Università di Georgetown, a Washington, registrarono vibrazioni così sensibili che evidenziarono come le onde sismiche provocate da entrambe le esplosioni percorsero, con identico andamento e senza perdere di intensità, più di metà della superficie terrestre.
Il Presidente Harry Truman, parlando agli americani, il 10 agosto 1945, espresse il determinato convincimento che la bomba atomica sarebbe potuta diventare un efficacie strumento per il mantenimento della pace mondiale.
Paul Warfield Jr. Tibbets, appena trentenne, era il comandante dell’”Enola Gay”, il bombardiere della US Air Force che, alle ore otto, quindici minuti e diciassette secondi, sganciò il primo ordigno nucleare della storia. Dell’equipaggio facevano parte anche il Maggiore Thomas Ferebee, il Capitano Theodore Van Kirk ed il Capitano Robert Lewis. Scomparso il 1° novembre 2007, diresse, subito dopo la guerra, una società che noleggiava aerei, a Columbus, capitale dell’Ohio. Nelle interviste televisive che lo videro tantissime volte protagonista, appariva sempre molto calmo, sereno, imperturbabile. Aveva una voce ferma ed asciutta, anche durante le ripetute descrizioni dello spettacolo che gli si era presentato agli occhi, quella fatidica mattina quando, dopo una virata di 160 gradi, aveva fissato, attraverso il parabrezza della cabina, il luogo dove, solo due minuti prima, esisteva una città. “Non c’era più niente, se non una nebbia nera e ribollente, come una specie di catrame. In verità erano fumo, rottami, polvere. Sembrava che tutto gorgogliasse nell’aria […]”.
Fu lui a battezzare il suo B-59 “Enola Gay”, dal nome di sua madre, ignaro che col passare degli anni quelle due parole avrebbero acquistato, per il mondo intero, un suono sinistro. Dei dodici compagni di volo, era il solo, al momento della partenza dall’isola di Tinian (Oceano Pacifico), a conoscere il vero scopo della missione. Raccontò che, subito dopo il decollo, chiese loro se sapevano che tipo di carico stessero trasportando. Il mitragliere di coda si mise a ridere e domandò: “Ehi, signor colonnello, è qualcosa che ha a che fare con gli atomi, vero?”. Tibbets sostenne sempre di non aver mai avuto dubbi o rimorsi. “Sentimenti come l’angoscia o il senso di ripugnanza, mi sono del tutto alieni. Nell’immediato dopoguerra, i sovietici cercarono di screditarci, dicendo che l’equipaggio era composto da pazzi”, rivelò una volta. Effettivamente, mai nessuno di quegli uomini ebbe disturbi emotivi, né perse mai una notte di sonno. Lui e tutti gli altri, si consideravano persone del tutto normali, divenute negli anni, padri e nonni felici. Disse in più di un’occasione: “Sono tutt’altro che un uomo bellicoso. Non mi piace l’idea della guerra nucleare. Se volete sapere la verità, non mi piace nessuna guerra”. E confidò che fu il collega e parigrado Mitsuo Fuchida, comandante del raid aereo nipponico su Pearl Harbour (7 dicembre 1941), in un incontro avvenuto negli anni ’90, a fargli notare che, in effetti, aveva salvato più vite di quanto non ne avesse distrutte con le due bombe. A sostegno di quell’idea, amava dire che, senza l’atomica, gli USA avrebbero invaso il Giappone, nell’impossibilità di evitare una lunga carneficina, poiché i giapponesi avrebbero combattuto fino alla fine, anche casa per casa, magari con pietre e bastoni. “Vi dico una cosa”, affermò Tibbets, invitato a tenere una conferenza all’Università di Harvard, “se oggi esistessero le medesime condizioni che c’erano nel 1945, non esiterei un istante a sganciare la bomba”. Non v’è traccia però sull’effetto che ebbero quelle parole sulla giovane platea.
Le tragedie di Hiroshima e di Nagasaki hanno da sempre suscitato, negli animi dell’opinione pubblica mondiale, indignazione ed orrore, ma non hanno mai fermato la corsa per riempire gli arsenali di testate atomiche, in grado di devastare la terra. L’energia dell’atomo ha, di contra, mostrato la sua valenza positiva. Dall’impiego dei radioisotopi in medicina, alle contrastate centrali per produrre elettricità, dimostrando che è sempre stato, e sempre sarà, l’uomo a dover scegliere se utilizzare le proprie scoperte, per migliorare o per distruggere la vita.
Dall’alba della civiltà al 1942, l’essere umano aveva sempre usato lo stesso tipo di fuoco. Quello che nasce dalla struttura elettromagnetica della materia, come il semplice fuoco delle candele, ad esempio.
In quell’anno, fu l’italiano Enrico Fermi (1901-1954), Premio Nobel nel 1939 per la Fisica, a realizzare, in un laboratorio di Chicago, il primo reattore nucleare, detto anche “pila atomica”, ottenendo così la prima reazione a catena controllata, passo fondamentale per lo sfruttamento dell’energia atomica nella costruzione degli ordigni. La scoperta della “Fissione Nucleare” non aveva alcunché di bellico, quando Fermi incominciò a studiarla. Le conquiste scientifiche non hanno mai nulla a che fare con le loro applicazioni tecnologiche. Scrisse, San Giovanni Paolo II, in un messaggio alla “World Federation of Scientists”: “Esse possono essere infatti, nel male o nel bene. La Scienza dà all’uomo la straordinaria coscienza di essere capace di scoprire la logica del creato”.
L’ultimo atto della sua vita, Enrico Fermi, l’Architetto dell’era atomica, morto a soli 53 anni per un male incurabile, lo visse nella più contrastante e solitaria inquietudine, in quello stato psicologico definito “fuga in avanti”, un’inquietudine nata dall’amara consapevolezza di aver contribuito alla creazione di uno strumento, il cui uso primario gli apparve, ancora in fieri, “inadeguato”, sproporzionato cioè a qualsiasi guerra, anche alla più spietata.
Dopo la sua drammatica comparsa, l’avere o il non avere la bomba atomica ha definito uno status internazionale di “beati possidentes”. Nonostante l’utopistico sforzo globale per cancellarla da ogni programma strategico, tornano irrimediabilmente veritiere le parole del politologo americano Herman Kahn: “Una volta inventata, non la si può più disinventare”.
Del resto, è risaputo che le bombe le fa la violenza politica, non la scienza.

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