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25 Novembre 2020

Il politico conservatore – 500 miliardi di PIL per salvare l’Italia. Solo coi Recovery Fund si può


Il lucido (a volte troppo, come le scarpe, sapete, quando vogliono fare bella figura…) Marco Travaglio, ha sostenuto a suo tempo tra le righe e a volte anche nelle righe, che la sinistra, fino all’odierno colluso PD, sembra nella storia esser stata sempre “foraggiata”, pagata, per non fare la politica giusta contro Berlusconi. In effetti, il mio pensiero è di conferma: durante l’incontro con Piero Fassino (allora segretario dei DS) sul tema, a Santa Maria in Trastevere nel 1994, abbiamo parlato a lungo del caso Berlusconi e della sua effettiva negatività economica come imprenditore (ciò che nessuno a sinistra ha mai avuto la lucidità o le volontà o l’interesse di sostenere). Piero Fassino ha fatto finta di capire e poi non ha fatto nulla. Ricordo che la posizione ufficiale della sinistra allora (quando Berlusconi “scese in campo”) era che fosse un ragazzaccio evasore e amico di Craxi. Ma niente da dire sulla sua dimensione imprenditoriale. Invece, Berlusconi ha nuociuto pesantemente con la sua attività d’impresa al tessuto economico nazionale. E gli addetti ai lavori, allora (io tra questi) lo sapevano molto bene. Berlusconi ha una serissima responsabilità riguardo alla sopravvivenza di tutto il nostro settore industriale di beni di largo consumo: aveva acquistato la Standa alla fine degli ’80 e poi non l’ha ristrutturata (malgrado i favolosi accumuli finanziari all’estero) per renderla ciò che avrebbe dovuto essere, il canale leader dei prodotti italiani nella grande distribuzione, contro l’invasione di Auchan, Carrefour, eccetera di quegli anni, aiutati a loro volta da quegli altri speculatori del gruppo Agnelli, che costruivano i “cavalli di troia” (le Città Mercato) per farli entrare, con i beni di largo consumo prodotti nei rispettivi Paesi. Conseguenza: i gloriosi marchi italiani dei prodotti di consumo italiani come Galbani, Invernizzi, Locatelli, Cirio, Bertolli, De Rica, Mira Lanza eccetera hanno dovuto abbandonare in vario modo il mercato (cedute, chiuse, smembrate le loro produzioni, perduti i relativi posti di lavoro).
L’imprenditore deve essere positivo verso l’economia del paese (allora in modo particolare, nel prossimo futuro vicino ancora di più) in cui vive e opera: questa deve essere considerata una condizione di legittimità. Altrimenti deve essere perseguito.
Il caso di come è stata abbandonata agli stranieri la grande distribuzione in Italia è uno dei 6 drammi storici della nostra economia: 1. Divisione elettronica dell’Olivetti; 2. Eni-Mattei, autonomia energetica; 3. caso Ippolito (nucleare ante-litteram); 4. Rovelli (la chimica fine); 5. Standa-Città mercato (Berlusconi-Agnelli), la grande distribuzione; 6. Gardini (sostituzione del petrolio nel ciclo della virgin nafta prima di cinesi e brasiliani). Queste sono le cause storiche della situazione precaria dell’economia nazionale, tutte collegate all’economia industriale, il cosiddetto secondario, anche se l’industria come fenomeno economico è finita. Le cosiddette crisi recenti sono un fenomeno epocale di 500 anni che termina: è il ciclo rivoluzione scientifica, rivoluzione tecnologica, rivoluzione industriale, rivoluzione economica, rivoluzione sociologica che è terminato. Stiamo per avviarci a un’epoca di stabilità, con ancora qualche vampata di crescita nei paesi a sviluppo ritardato (BRIC, Brasile, Russia, India, Cina; CIVETS, Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Thailandia, Sudafrica) per poi starcene buoni buoni per qualche secolo come in un nuovo medioevo. Ritorno ai valori tradizionali, all’economia del villaggio reale e non più del villaggio globale. Con ciò che c’è già. Ciò che c’è già rimarrà. È ciò che non c’è già, non ci sarà.
Pur in questo quadro, che premia i Paesi che sono leader nell’economia industriale (USA, Giappone, Germania, Cina, Brasile forse, e pochi altri) e che non farà passare altri, l’Italia può ancora farcela, pur essendo senza reale competitività industriale strategica: e come? Con un grandioso piano di sviluppo economico turistico. Plausibile, possibile, forse addirittura probabile malgrado la situazione epidemiologica, se gestito con la dovuta volontà, serietà e precisione. Impossibile senza il supporto di un governo efficiente ed efficace: si tratta di un piano nazionale da gestire in una sorta di progettazione distribuita, rizomatica. E da lì, davvero, milioni di posti di lavoro. Ma ci vuole il governo, e abbastanza solido, perché la partita si vinca, ma bisogna giocare bene i Recovery Fund: circa 150 MLD di €. per 200 circa aree di destinazione turistica, sostenute da un marketing internazionale, la gran parte al Sud. Se vogliamo questa Italia, se pensiamo che sia utile al mondo, abbiamo bisogno dello sviluppo economico turistico del Sud. È il Sud la risorsa strategica della nostra resurrezione. Le nuove aree di destinazione dovranno essere attrezzate anche sanitariamente, per garantire la salute in questa sfortunata epoca pandemica. Dall’economia Turistica possono venire 300 miliardi di PIL. Poi, dl Made in Italy identitario, altri 200. Per il futuro del paese: ed è proprio l’ultima chance. Ma non con questi politicanti da strapazzo.

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