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30 Ottobre 2020

Tota simul: la recensione


Nel dare un mio modesto contributo all’opera corale Tota simul, ho avuto modo di leggere l’intero scritto e di giovarmene assaporando l’ideale benedettino che lo ha ispirato e tutto lo permea. Alla fine, pur nella varietà dei toni e dei temi, ne esce un quadro armonico di come le realtà tutte – e in primis addirittura quelle che parrebbero allo sguardo contemporaneo ben poco permeabili allo spirito, se non proprio senz’anima, quali sono l’economia e la politica – possano davvero stare insieme, essere tenute insieme in un solo sguardo contemplativo, in un caldo ed elevante abbraccio amoroso che tutto tiene e niente perde, perché appunto non perde l’anima, non si perde l’anima del tutto, ciò che anima tutto dando senso e direzione a tutto. La realtà monastica, lo spirito di san Benedetto, il vivere stesso dei monaci appare per quello che realmente è: attualissimo! I monaci non sono esseri anacronistici che nulla avrebbero da dire all’uomo e alla società post-moderna, ma piuttosto maestri di vita vera e concretamente fattiva e costruttiva. L’ideale monastico permette di orientare tutte le realtà terrene ordinandole ad un fine che non le mortifica certo, ma piuttosto le esalta e nobilita rendendole parti, fin nell’attenzione al più piccolo dettaglio, di un disegno, di un progetto grandioso, talmente grandioso che in qualche modo le infinitizza, le eternizza, le fa partecipi della stessa vita divina che passa dall’Uomo-Dio a tutta la realtà creata. È un progetto scientificamente valido, inoppugnabile, trascendendo la scienza empirica in senso stretto, ma mai trascurandola, piuttosto evitando scientismo e oscurantismo, se vogliamo evitando lo scientismo oscurantista e superstizioso e stupido e volgare. E dunque un progetto sommamente utile per il bene concreto e reale delle persone e della società. Per il bene della pace è necessario un ordine armonioso con la capacità concreta di produrre autentico benessere, serenità profonda, gioia di vivere, giustizia diffusa; e i monaci di tutti i tempi hanno fattivamente dimostrato e dimostrano tutt’oggi di essere in grado di realizzare un tale ordine armonioso, certo sempre perfettibile, mai perfetto, ma sempre tendente realisticamente alla perfezione. Una perfezione colmabile solo dall’Essere Perfettissimo, che noi chiamiamo Dio. Ma dello spirito monastico possono felicemente e fattivamente inebriarsi tutti gli uomini di buona volontà, non solo i monaci o le monache in senso stretto. Si tratta infatti di quello Spirito Santo, che col Padre e il Figlio è l’unica e sola divinità che tutto opera in tutti e che sovrasta le nuvole – nere finché si voglia – come Cielo immutabile. Certo, non è gratis questa grazia, anzi lo è, ma comporta e abilita all’ascesi, frutto e radice della mistica: tutto è grazia, tutto viene come dono gratuito e immeritato dal volerci unire a Sé di Dio. E allora ogni pur rigida disciplina diventa “giogo soave” e “peso leggero”, non ci si sacrifica perché ci si dona (cf. G.Bernanos) e ogni sacrificio diventa possibile perché più che noi a portare la croce è la croce a portare noi. Con questa forza soprannaturale e sovrarazionale, da questa altezza che non ci appartiene, con vera umiltà siamo saggi amministratori di tutto il creato, re e profeti e sacerdoti. Ogni ambito della realtà ci riguarda e se anche il matrimonio può essere definito “un monastero a due” (cf. M.S.Peck), perché tutta quanta la società non potrebbe essere impregnata di spirito monastico? Non sarebbe una via proficua per lo sviluppo umano integrale?

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