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30 Ottobre 2020

Il mitico narvalo, scoperta la funzione del suo corno


Qualcuno potrebbe ricordare un documentario del Comandante Jacques-Yves Cousteau che mostrava tra i ghiacci questo strano cetaceo, provvisto di un lungo dente ritorto: il mitico narvalo (Monodon monoceros). I narvali sono animali abbastanza comuni nell’Artico, sia perché non sono sottoposti ad una caccia estensiva sia per l’estrema impervietà della regione artica. Generalmente vivono tra i ghiacci in piccoli gruppi, a volte fino a 50 unità.
Il loro nome deriva dal norvegese narhval che curiosamente significa “balena cadavere”; questo animale, a dir poco particolare, fa parte dei cetacei ed appartiene alla famiglia dei monodontidi o delfinatteri. Rassomiglia ai bianchi delfini beluga ma presenta una curiosa peculiarità: possiede un lungo dente simile ad una vite con un avvolgimento da destra verso sinistra. Gli adulti presentano un solo paio di denti nella mascella superiore di cui uno dei due, nel maschio, fuoriesce dal labbro superiore per formare la lunga zanna che può arrivare ad una lunghezza di quasi tre metri.
I narvali adulti possono raggiungere una lunghezza di circa 4-5 metri (senza considerare la lunga zanna) e presentano una pinna dorsale di circa 4–5 cm che si estende lungo il dorso per 60–90 cm. La loro testa è arrotondata, come nei beluga, e le sue pinne natatorie sono relativamente piccole e rotonde. I narvali adulti sono di colore bianco-grigiastro con macchie nerastre sul dorso. I giovani invece sono in genere più scuri mentre gli esemplari più anziani possono assumere talvolta un colore quasi bianco. I loro nemici, oltre alle orche, agli orsi polari ed ai trichechi, sono gli esquimesi che ne possono trarre carne e pelli utili per la loro sopravvivenza. I narvali, a loro volta, si nutrono essenzialmente di seppie, di molluschi cefalopodi e di crostacei, che ingoiano senza masticare … non avendo denti funzionali.
Furono probabilmente gli antichi marinai, tra superstizione e mito, che diedero origine al mito dell’unicorno marino. La loro zanna veniva commercializzata sin dai tempi dei vichinghi.
Recentemente un team di ricercatori statunitensi, canadesi e danesi ha scoperto che il lungo corno sembra aver davvero qualcosa di “magico”. Nello studio, “Sensory ability in the narwhal tooth organ system”, pubblicato su The Anatomical Record, i ricercatori hanno rivelato che il narvalo, grazie al suo lungo dente, sarebbe in grado di rilevare cambiamenti dei parametri fisici nell’ambiente. Il “corno” è infatti fittamente innervato ed i narvali sarebbero in grado di percepire le variazioni  delle temperature e di salinità dell’acqua.
Sin dall’antichità il corno del narvalo era erroneamente visto come un sistema d’arma dei maschi, utilizzato per infilzare i predatori o, addirittura,  per infrangere la crosta di ghiaccio sulla superficie del mare ghiacciato. Il fatto che fosse presente nei maschi che, sembrano usarlo durante i loro “combattimenti” per affermare la loro gerarchia sociale e conquistare le femmine, ha fatto dedurre che potesse avere un carattere distintivo per gli animali dominanti. Gli scienziati sono ora convinti che la zanna sia invece molto di più: un sofisticato organo sensoriale.
I ricercatori nella ricerca loro hanno realizzato un “tusk jacket”, una specie di cappuccio di plastica protettivo che si adatta alle zanne. Per poter dimostrare la loro tesi, all’interno del cappuccio, isolato con l’esterno, è stato inserito del liquido con una diversa concentrazione di sale al suo interno. Dalla fisica sappiamo che il contenuto di sale in un liquido (salinità) influenza molti altri fattori tra cui la temperatura. Una variazione in aumento della salinità sembra essere stata percepita dall’animale in quanto le sue frequenze cardiache sono salite. La spiegazione data è che alte concentrazioni di sale suggeriscono all’animale che il mare è maggiormente denso e quindi potrebbe gelare. Un fattore di rischio per questi animali che in tal caso potrebbero rimanere intrappolati dai ghiacci. Al contrario, la loro frequenza cardiaca scese  quando le zanne furono bagnate con acqua dolce. Questo comportamento ha suggerito che la zanna potrebbero rilevare variazioni chimico fisiche e fungere quindi da sensore.
Secondo un autore dello studio, Martin T. Nweeia del Dipartimento di Restorative dentistry and biomaterial sciences dell’Harvard School of Dental Medicine, « … sembra chiaro che il dente (del narvalo) sia in grado di agire come un enorme organo sensoriale … ».
I ricercatori, studiando dei campioni di zanne fornite dai cacciatori Inuit dell’Isola di Baffin, hanno scoperto alcuni interessanti particolari anatomici. Ad esempio, al loro interno è presente un tessuto molle (polpa) che ingloba arteriole, venule, ed è ricca di nervi, molto simile a quella dei denti umani. In pratica la loro zanna si comporterebbe come un dente umano, particolarmente sensibile al caldo e freddo.  Chi ne ha sofferto sa di cosa si sta parlando.
Precedenti studi avevano rivelato che la zanna di questi cetacei non aveva smalto, ovvero lo strato esterno del dente che fornisce una barriera difensiva nella maggior dei denti dei mammiferi. Questo dovrebbe rendere ancora più sensibili le percezioni esterne.  Inoltre, lo strato di “cemento” esterno della zanna è poroso e la dentina interna ha dei microscopici tubi che si incanalano verso il centro dove si trova la polpa. Quest’ultima sembra ricca di terminazioni nervose collegate al cervello dell’animale.
Per quanto sopra, la zanna funge da sensore ed è particolarmente sensibile sia alle variazioni di temperatura sia alle differenza chimiche dell’ambiente esterno. Questo fa presupporre che questa particolare capacità sensoriale potrebbe dare vantaggi ai maschi anche per rilevare le femmine e comprendere se sono pronte all’accompagnamento.
In pratica un sesto senso … ma siamo solo all’inizio per scoprire i misteri di questo splendido animale.


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Fonti:
http://www.ocean4future.org/savetheocean
https://anatomypubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ar.22886

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