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20 Ottobre 2020

I colossi incontrastati (almeno in Italia) del web


Dal mio ultimo articolo di acqua sotto i ponti n’e’ passata, dagli annunci del pizzicagnolo Conte sul bazooka da 450 miliardi, al caso Palamara, al caso amici di Dimaio ai verbali del CTS, al compagno di Casalino che gioca in borsa con una carta del RDC, e il Recovery found spiegato più che bene da Vittorio Bobba domenica scorsa.

Oggi mi occuperò di Benetton e dei colossi del web.

Passiamo al caso Benetton classico esempio della peggior politica affaristica, noto gli slogan dei 5 stelle Lo Stato si appropria di autostrade, Nazionalizzazione di ASPI, ecc…
Partiamo dal fatto che Di Maio, Toninelli e company non sanno cosa voglia dire nazionalizzare, in merito consigliamo di leggere la Storia DELL’IRI di Mussolini e capiranno la differenza con la loro (almeno si spera…).
CDP dovrà sottoscrivere un aumento di capitale in ASPI per una quota equivalente a poco più del 30% del valore attuale, cifra che oscilla intorno ai 2,5-3 miliardi, e che sarà stabilita con precisione in seguito alla valutazione della società, stimata in circa 10 miliardi; 8,8 quindi in mano ai Benetton e il resto tra la tedesca Allianz e la cinese Silk Road, che farà scendere la partecipazione di Atlantia in Autostrade.
Contemporaneamente i Benetton dovranno cedere parte delle proprie quote a investitori graditi a CDP, i soliti nomi sicuramente, fino a diminuire il proprio controllo intorno al 40% delle azioni della società, momento in cui ASPI sarà ufficialmente quotata in borsa, decretando lo spacchettamento di un’altra parte di proprietà dei Benetton, fino a raggiungere la soglia che ne impedirà l’ingresso nel Consiglio d’amministrazione: il 10%.
E già qui si evidenziano le prime magagne con la propaganda del “ritorno dello Stato”, almeno nel senso pieno del termine.
ASPI infatti, in quanto società quotata in borsa, anche se avente una controllata pubblica come azionista di maggioranza, risponderà agli umori del mercato in termini di sostenibilità e bilancio, legandosi al concetto di profitto. Inoltre, tra gli investitori graditi a CDP già si fanno i nomi di Macquarie o Blackstone, due tra i più grandi fondi finanziari operanti in tutto il mondo. Obiettivi e partecipazioni che rimandano in pieno a una logica tutta liberista, in cui lo Stato assume sì un ruolo, ma che subordina le ragioni politico-sociali a quelle economiche.
La partecipazione statale in ASPI allora ha tutto il sapore del riassestamento dell’infrastruttura lasciata deperire dalla gestione Benetton fino a oggi, senza che questi paghino.
In merito è stupefacente che a dispetto dei conti effettuati della Ragioneria dello Stato sull’ammontare da versare ai Benetton in caso di esproprio, nessuno nomini il fatto che da quel calcolo si dovrebbero stornare tutti mancati investimenti in manutenzione o miglioramento dei servizi di cui una rete autostradale comporta, bottino finito invece nelle tasche degli azionisti. Per non parlare dei veri e propri danni arrecati all’infrastruttura e che ora tocca riparare…
Il ruolo di CDP si inserisce pienamente nella gestione delle risorse pubbliche per come si sono evolute negli ultimi trent’anni, debiti allo Stato, profitto al mercato vasellina per il popolo che è l’unico perdente vero.
La distanza dalla funzione originaria, come strumento di raccolta del risparmio attraverso la rete di sportelli postali per il finanziamento degli enti territoriali, è oramai lontanissima. La storia di CDP è espressione delle peggiori trasformazioni economiche e sociali del nostro paese, che ha reso la cosa pubblica un bene a gestione privata.

Saltiamo al secondo punto: i colossi del web amici dei 5 stelle.

Non c’è potere o establishment che non sia stato additato dal Movimento 5 stelle come nemico del popolo e in nome del popolo minacciato di resa dei conti non appena giunti al governo: dalle banche alle assicurazioni, dalle istituzioni europee ai monopolisti italiani, dai manager di Stato ai sindacati, dagli Stati Uniti alla Germania, dal Vaticano alla Rai, dai militari ai giornalisti, dalle alte burocrazie pubbliche alle massonerie…
Due anni di governo sono sufficienti per dire con matematica certezza che nella maggior parte dei casi i grillini hanno preferito evitare lo scontro, nei casi restanti lo hanno al più presto sospeso.
Dirà il lettore se si tratti di maturità politica o di furbizia italica.
Certo è che se ancora oggi il Movimento 5 stelle fatica ad integrarsi nel “sistema” non è perché non lo desideri, ma perché viene giudicato inaffidabile.
C’è solo un potere che i grillini non hanno messo all’indice né ieri, né oggi. Si tratta del più gigantesco potere globale mai visto, un potere monopolista dotato di una pervasività lobbistica senza precedenti. Un potere che controlla l’informazione e le informazioni, che altera i naturali processi democratici, che condiziona i governi, che “droga” i giovani, che fa commercio della nostra privacy e stila dettagliati dossier su ogni cittadino. Un potere colossale nelle mani di un pugno di uomini che eludono sistematicamente il fisco e distruggono molti più posti di lavoro di quanti non ne creino.
È il potere dei colossi del web, i nuovi “poteri forti”. Uomini come Jeff Bezos (Amazon), Tim Cook (Apple), Sundar Pichai (Google) e Mark Zuckerberg (Facebook) che, in barba alla retorica sulle diseguaglianze, vantano patrimoni personali nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari e guidano aziende che messe assieme valgono più dei Pil di Germania, Francia e Italia sommati.
Difficile pensare un bersaglio più coerente con la retorica grillina, soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo. E invece niente: non una parola, non un atto politico, non una perentoria richiesta di assunzione di responsabilità.
Nel fuoco della recessione più spaventosa di sempre, in Francia e in Germania si discute di come recuperare gettito dai colossi del web, mentre il Congresso americano li ha messi fisicamente alla sbarra con l’accusa di attività anti concorrenziale. Il governo italiano non ha fatto nulla, neanche una parola. Neppure ora, neanche nel pieno della crisi, a fronte di fatturati cresciuti del 30% mentre nell’Italia reale si perdevano 752mila posti di lavoro. Posti di lavoro persi in parte anche a causa del web.
Mai sentiti Di Maio o Di Battista intimare a Facebook e soci di pagare le tasse. Mai visti gli eurodeputati grillini battersi per la multa da 4 miliardi imposta dalla Commissione europea a Google. Solo marchette, come sul diritto d’autore e sul commercio on-line. Non disturbano il manovratore per non mettersi contro la lobby più potente del mondo o perché ne condividono gli interessi? Domanda retorica, essendo il Movimento 5 stelle creatura della Casaleggio Associati. Di una società privata, cioè, che al web deve i propri profitti. E i cui profitti sono in crescita esponenziale da quando il Movimento 5 stelle è al governo.
Caso o bravura imprenditoriale?

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