Vai a…

WeeklyMagazine

settimanale di fatti, notizie, cultura

RSS Feed

22 Ottobre 2020

Gli Italiani nella storia d’America (1a parte)


E’ proprio vero, gli Italiani sono ovunque! Non v’è posto al mondo, vicino o lontano, famoso o sconosciuto, ricco o povero, dove non capita di incontrarne! Anche la storia lo conferma, fin da epoche assai remote.
Non è cosa nota che, durante la Guerra Civile Americana, il Presidente Abramo Lincoln chiese insistentemente a Giuseppe Garibaldi di assumere il comando di una Divisione nordista. Il celebrato ”Eroe dei Due Mondi”, a quel tempo (1861), impegnatissimo nelle vicende politiche italiane e, per di più, malandato di salute non poté accettare. In quel conflitto fratricida, tra Nord e Sud, partecipò comunque un corpo di volontari italiani, che si ispirava al suo nome. Era la “Guardia Garibaldi”, composta da 830 uomini, che fu in prima linea, tra l’altro, nella tragica giornata di Gettysburg, esibendo, nel fuoco del combattimento, il proprio vessillo tricolore, su cui era scritto il motto della Repubblica Romana del 1849, “Dio e Popolo”.
Ed è ancora meno noto che a Little Bighorn, il 25 giugno 1876, teatro della sfortunata battaglia del Generale George Amstrong Custer contro gli indiani di Cavallo Pazzo, erano presenti due nostri connazionali. Il primo, John Martini, al secolo Giovanni Martini, nato a Sala Consilina, in provincia di Salerno, il 28 gennaio 1853, era il trombettiere del 7° Reggimento Cavalleria. Per ore e ore spinse alla carica i suoi commilitoni, lanciati nell’inutile tentativo di spezzare il cerchio stretto attorno a loro dai pellerossa. Quel giorno, Custer gli affidò un difficile, quanto disperato incarico. Martini sarebbe dovuto passare in mezzo allo schieramento indiano, raggiungere il più vicino distaccamento di cavalleria, comandato dal Colonnello Frederick Benteen e chiedere l’immediato invio di rinforzi. Dopo una cavalcata ventre a terra, il ventitreenne trombettiere riuscì a raggiungere l’accampamento di Benteen. Un drappello partì immediatamente alla volta di Little Bighorn, ma quando vi giunse, Il Generale Custer e la maggior parte dei suoi uomini erano già stati massacrati. La pericolosa missione valse, se non altro, a salvare la vita dei pochi superstiti e quella dell’eroico John, che morì, molti anni dopo, nel 1922 a Brooklyn.
Il secondo degli italiani di Custer, fu il Tenente Carlo De Rudio. La sua figura sembra il capolavoro di uno scrittore specializzato in storie romanzesche. Diciassettenne, aveva combattuto per la Repubblica Romana. Nove anni dopo aveva preso parte all’attentato, organizzato da Felice Orsini contro Napoleone III, Imperatore di Francia. Arrestato, condannato all’ergastolo e rinchiuso nella fortezza dell’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, riuscì a fuggire e raggiunse gli Stati Uniti. Dopo aver combattuto nella guerra civile, fu con Custer in quelle indiane. A Little Bighorn, il suo cavallo venne ferito e dovette abbatterlo. Per 42 ore De Rudio, protetto da uno spunzone di roccia, rispondendo al fuoco avversario, resistette all’assalto dei Lakota, degli Cheynne e degli Arapaho. Riuscì rocambolescamente, in un momento propizio e fortunoso, ad aprirsi un varco e raggiungere i sopravvissuti del suo reggimento. Per il coraggio dimostrato in battaglia, fu promosso Capitano e naturalizzato americano.
Gli Italiani della “Guardia Garibaldi” e della “Battaglia di Little Bighorn” sono personaggi entrati a pieno titolo nella storia americana, assieme a molte altre figure di loro connazionali. Forse nessun altro popolo, fatta eccezione, per quello inglese, ha fornito a quella terra un così alto contributo.
Italiano era, neanche a dirsi, Cristoforo Colombo, di cui si è già abbondantemente parlato. Italiano, Amerigo Vespucci, che le diede il nome. Italiani anche Giovanni e Sebastiano Caboto che, con le loro scoperte, fatte per conto dell’Inghilterra, assicurarono alla Gran Bretagna il possesso del Nord America. Fu l’italiano, Giovanni da Verrazzano, a giungere per primo nella baia, dove più tardi sarebbe sorta la più grande metropoli del continente, se non del mondo, New York.
Così come molte altre successive scoperte, sicuramente meno clamorose, ma ugualmente fondamentali per lo sviluppo della società americana, sono dovute a uomini provenienti dal nostro Paese.
Nel 1539 un frate, Marco da Nizza (Nizza, all’epoca faceva parte della Lega Genovese), scoprì l’Arizona e nel 1640 un altro religioso, Padre Bassani, raggiunse le cascate del Niagara. Giacomo Costantino Beltrami, ex magistrato, costretto a fuggire da Bergamo dopo la caduta di Napoleone, di cui era stato tenace sostenitore, per quanto ignaro delle condizioni climatiche del continente nordamericano, senza alcuna conoscenza della lingua indiana e perfino di quella inglese, si inoltrò nell’allora selvaggio Minnesota, prima in compagnia di un altro bianco e di due pellirosse, poi da solo, quando i suoi compagni, scoraggiati, decisero di abbandonare l’impresa, riuscendo a raggiungere per primo le sorgenti, fino ad allora sconosciute, del Missisipi. Il resoconto della sua straordinaria avventura, ispirò molti racconti di J. Fenimore Cooper, il famoso autore de “L’ultimo dei Mohicani”.
Ovviamente non è stato facile trovare le tracce degli italiani che hanno partecipato alla storia del Nuovo Mondo, poiché moltissimi di loro, una volta giunti oltreoceano hanno cambiato i loro nomi o accettato di farseli cambiare dagli inglesi, che non riuscivano a pronunciarli nella forma corretta e comprensibile.
Giovanni Schiavo, nel suo “Four Centuries of italian american history”, racconta di Daniel Greyson Du Luth, esploratore delle colonie francesi del Nord, tra Terranova ed il Fiume San Lorenzo, che si chiamava in realtà Daniele De Lieto, ed era nato in Italia. Ferdinand Phinizyn, ufficiale nella guerre combattute contro i pellerossa, dal 1792 al 1794, in effetti, era Ferdinando Finizzi, nato a Parma. Bartholomew Bertholdt, uno dei fondatori della “American Fur Company”, la più grande compagnia specializzata nel commercio di pellicce, era nato a Trento, nel 1780. Il suo nome originario era Bartolomeo Bertoldi. Così Francis Yosti, spericolato pioniere e fondatore, nel 1834, della “First National Bank” di Saint Charles, era l’italiano Francesco Iosti.
Ma, anche se l’origine di alcuni protagonisti della storia statunitense è talvolta di difficile, se non impossibile, identificazione, gli italiani accettati nel continente americano restano, per numero e peso, figure di primissimo piano, in ogni suo momento storico.

Tags: , ,