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8 Agosto 2020

Il lato oscuro di Colombo (2a parte)


Comunque sia, per dichiarazione dello stesso Colombo, i suoi viaggi giovanili precedettero, cronologicamente e formativamente, le sue letture. Un’attenta riflessione sui luoghi nei quali egli si mosse, quelli originari di Genova, quelli portoghesi e poi dell’Andalusia, risulta essenziale per comprendere la sua carriera. Le navigazioni che possono essergli attribuite, con buon fondamento tra il 1468 ed il 1485, sono ricostruibili in base a ritrovamenti, più o meno fortuiti, delle fonti. Essi furono compiuti con una frequenza sbalorditiva, portandolo, non solo in lungo ed in largo per le acque domestiche del Mar Ligure e del Tirreno, ma ad est, fino ai limiti del Mediterraneo, nell’isola greca di Chio e ad ovest, nell’Atlantico, verso l’Islanda, le Azzorre e la Guinea.
La rete genovese di scambi commerciali era un “impero” non sorretto da una deliberata politica, bensì da una forte solidarietà nazionale, integrata da saldissimi vincoli familiari, che caratterizzavano le comunità mercantili mediterranee in genere. Essere genovesi, peraltro, voleva dire appartenere ad una comunità con certe prerogative e certi vantaggi particolari. Se i mercanti riuscivano ad adattarsi ad ogni ambiente economico e ad ogni clima politico, era per la costante capacità di sfruttare i rapporti con i conterranei. La mobilità, altresì, non escludeva un’implacabile nostalgia per la madrepatria che, radicata alla base di quel cameratismo nazionale, ebbe una parte essenziale e determinante nella carriera di Cristoforo Colombo.
Le famiglie liguri più in vista, a quell’epoca, detentrici del monopolio marittimo e commerciale, soprattutto dell’oro, come i Centurione ed i Lomellini, che trasferirono le loro attività, rispettivamente, in Castiglia ed in Portogallo, si insediarono quasi tutte nella penisola iberica. E si stabilirono in Spagna, per cercar fortuna, anche i parenti di Colombo, i quali, trovando approdo proprio dai Centurione, una volta raggiunti da Cristoforo, lo introdussero in quell’attività commerciale. Ma quell’impiego, pur garantendogli una soddisfacente indipendenza economica, difficilmente poteva offrirgli quella ricchezza e quella fama cui tanto aspirava. Lo lasciò, quindi, non appena fu possibile, pur mantenendo un rapporto duraturo e saldo con i Centurione, che finanziarono il suo viaggio transatlantico del 1498 e continuarono a trattare affari con i suoi eredi.
Appare chiaro come, per ragioni tecniche e geografiche, la Spagna, e più precisamente, Cadice e Siviglia, furono le basi mercantili genovesi che, affacciandosi sull’Atlantico, il “Mare Oceano”, potevano rappresentare i luoghi di allettanti possibilità. Per il giovane marinaio, andato nel frattempo a vivere a Lisbona, contrariamente ai suoi conterranei, che amavano gonfiare più le proprie borse che non le vele, quell’infinita distesa oceanica inesplorata, costituì da subito un irrefrenabile stimolo a spingersi oltre il confine del suo orizzonte. Dal matrimonio, nel 1480, con la nobildonna portoghese, di origini piacentine, Donna Felipa Moniz Perestrello, che gli diede un figlio, Diego, ed un un assaggio del tipo di nobiltà a cui avrebbe potuto aspirare, giunsero nelle sue mani un enorme quantità di carte nautiche, che risultarono fondamentali per il suo futuro di navigatore. I cartografi, che nei secoli precedenti avevano disegnato, in quel mare, tutta una serie di isole ipotetiche, già a partire dal 1424, lasciarono vuote molte aree geografiche, sperando di poterle riempire con i risultati di nuove scoperte. A parte la convinzione generale, che quelle acque celassero altre terre ignote, due teorie, all’epoca molto diffuse, influenzarono sensibilmente il progetto di Colombo: quella dell’esistenza degli “Antipodi” e quella secondo cui l’Atlantico era un mare non molto esteso. Entrambe avevano a che fare con l’arcaica e fondamentale incognita sulle dimensioni del globo e sulla circonferenza terrestre, assai ridotta rispetto alla realtà.
Fino agli inizi del 1491, Cristoforo Colombo non si era impegnato in altro che nella ricerca di “isole e terre”, ma subito dopo, come folgorato, il suo pensiero si focalizzò esclusivamente sulla speranzosa certezza di trovare la via più breve per le Indie e per la Cina. Dal momento in cui salpò, non fece parola di altre possibili destinazioni ed al ritorno, anche se molti identificarono le terre da lui scoperte con gli Antipodi o semplicemente con isole fino ad allora sconosciute, egli le descrisse inequivocabilmente come terre asiatiche. Con l’unione delle corone di Aragona e di Castiglia, nel 1479, alle aspirazioni espansionistiche castigliane si aggiunse il tradizionale interesse aragonese per le vie commerciali con l’Oriente. Dopo sedici lunghi mesi di continue richieste di patronato ai reali spagnoli, il genovese fu finalmente sicuro del successo delle sue istanze. I regnanti patrocineranno, autorizzeranno e persino ricompenseranno in anticipo la sua impresa. E grande merito ebbe la sua tenace forza di persuasione. Da parte della cattolicissima Regina, quella era una dimostrazione di fiducia, tutto sommato cieca e gratuita, una decisione ottenuta semplicemente con promesse e bei discorsi. Un atto di fede puro e semplice, per servire la Chiesa e tutta la cristianità. Isabella di Castiglia, accettò la grande avventura, anche per riprendersi una bella rivincita sul Portogallo, intravvedendo in essa un’opera pia, un gesto eroico, finalizzato alla conquista delle anime ed alla evangelizzazione, sia di terre nuove che di lontani regni pagani, nell’estrema Asia.
Quella traversata, partita da Palos il 3 agosto 1492, arrivò a conclusione alle due del mattino di venerdì 12 ottobre, quando un mozzo, protendendosi dalla coffa della “Pinta”, lanciò il grido: “Terra, terra!”. A quel grido risuonò lo sparo di un piccolo cannone, come tradizionale segnale convenuto dopo ogni avvistamento. Gli storici hanno sprecato tempo e fatica, nel tentativo di identificare l’isola dove Colombo fece il primo approdo. Lui la battezzò San Salvador, ma potrebbe essere sbarcato su di una qualsiasi delle tante isole Bahamas.
Seguirono altri viaggi, altre rotte. Ma la data del 12 ottobre 1942 cambiò la faccia e la topografia del mondo, perché consacrò la sfida verso l’ignoto più assoluto e più terrificante. Cristoforo Colombo non fu però un innovatore. Fondò il suo programma su tradizioni e su strutture preesistenti, sperimentate a più riprese. Lui voleva, contemporaneamente, il titolo e le prerogative di un Ammiraglio ed i poteri ed i redditi di uno scopritore di terre, di un “poblador” (colonizzatore), fondatore di nuovi stanziamenti.
Decifrare gli enigmi a costo di compiacenze o acrobazie, è davvero la prerogativa dello storico? Certo che no. Quello che conta è non ridurre tutto all’uomo ed ai suoi aneddoti. Evocare una figura del passato significa parlare, in primo luogo, del suo tempo. Da questo punto di vista lui corrisponde perfettamente alle attese di tutti. Mai un genio, né uno stravagante, né un incompreso. Anzi, il paladino della sua epoca e della sua società, in cui si integrò con stupefacente naturalezza. Un eroe con le sue fatiche, quelle che hanno stupito il mondo per dodici anni e che sono state più volte minimizzate.
Affermare che Colombo, lanciato in tal modo sul mare, non fu che un esecutore senza grande originalità, a tal punto che, se non gli avessero aperto la via e facilitato le cose, i progressi della scienza e della tecnologia, se non avesse avuto quelle caravelle, le loro velature, i timoni di dritto e gli strumenti di misura per fare il punto, non avrebbe sicuramente raggiunto lo scopo. Per denigrarlo, si è tentato, in maniera più perniciosa, di minimizzare l’impresa, asserendo che lui non fu il primo ad approdare alle terre d’oltre Atlantico.
La sua impresa non fu assolutamente la conclusione casuale e fortunata di un ghiribizzo o di un’illuminazione. L’Ammiraglio si dimostrò, al contrario, il coraggioso e meraviglioso artigiano di un progetto, di un’idea certamente sfuocata, imprecisa, ma che, pur tuttavia, si imponeva con forza crescente a numerosi scienziati ed eruditi.
Cristoforo Colombo non è un mito. Lui vivo, centinaia di testi di ogni genere citavano senza ambiguità il suo nome e poche imprese come la sua furono celebrate con altrettanto entusiasmo. Attraverso l’Europa dei curiosi, dei marinai, dei principi e degli scienziati, la notizia corse come un baleno. Le ali della fama portarono, in pochissimi giorni, l’annuncio della sua vittoria e del suo trionfo. La famosa “Lettera”, di lodevole sobrietà, in cui egli raccontò quell’avventura, costituì un sorprendente successo di stampa: edizioni riprese a poche settimane di intervallo, traduzioni in almeno quattro lingue.
Ma (è bene ribadirlo), mentre riusciamo a collocare con assoluta precisione i grandi viaggiatori dell’antichità, greci, romani, arabi, così come i missionari francescani sulle strade della Cina, e ovviamente Marco Polo nell’impero mongolo, tutta gente questa che aveva esplorato soltanto contrade inventariate e relativamente note, tutto ciò che ruota attorno allo scopritore d’America, al vero unico grande pioniere, sfugge in grandissima parte alla storia. Le leggende hanno la meglio sulle certezze. Interi squarci di vita, mesi, anni persino, non hanno storia. Bisogna rassegnarsi, oppure riempire i vuoti e quindi inventare. Ma tale è il destino dei grandi pionieri.
Come ha detto egregiamente Alexander von Humboldt: “Esistono tre atteggiamenti abituali nei confronti delle belle scoperte. Dubitare della loro realtà, poi negarne l’importanza ed infine attribuirle ad un altro”.

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