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8 Agosto 2020

Smartworking … ke passione!


Si è fatto un gran parlare in questi giorni di smartworking in occasione dello spostamento dei lavoratori in casa propria per le esigenze legate alla pandemia.
In realtà quanto si è verificato ha poco dello smartworking e molto dell’antico lavoro a domicilio. Nella maggior parte delle ipotesi infatti l’iniziativa del fenomeno è derivata da richieste dei datori di lavoro che hanno domandato ed in alcuni casi preteso il trasferimento dell’esercizio delle funzioni lavorative all’interno delle mura domestiche. Il lavoro stesso ha avuto di conseguenza l’organizzazione di volta in volta prestabilita dalla direzione aziendale.
Lo smartworking è altra cosa. In primo luogo la promozione dello spostamento non è di decisione aziendale ma di parte lavoratrice. Sono i lavoratori infatti, generalmente quelli che abbiano rapporti di lavoro a partita Iva, che chiedono al proprio datore di lavoro la facoltà di trasferire le proprie prestazioni al di fuori degli uffici dell’impresa e realizzano le stesse con libertà di scelta dei tempi e delle modalità.
Avviene dunque che il lavoro possa essere eseguito da qualsiasi luogo, per esempio dal treno da parte di chi ami viaggiare, dalla propria casa di campagna o addirittura dallo stabilimento balneare. Si tratta di una tipica obbligazione di risultato: i modi dello svolgimento contano poco, essenziale è invece il raggiungimento dello scopo. Chi debba, per ipotesi, tradurre dieci pagine dall’italiano all’inglese non avrà confini nella scelta dei tempi impiegati al di fuori di quelli previsti per la consegna finale. Ma entro questa data, il soggetto potrà lavorare due ore oppure cinque o quanto comunque preferisca purché alla fine il lavoro sia fatto, e sia fatto bene. Se poi si vorrà operare da casa oppure da qualsiasi altro luogo il particolare sarà irrilevante ai fini del rapporto di lavoro instaurato.
Lo smartworking, quello vero, consente a chi lavori di scegliere le condizioni ambientali, ed anche di svolgere quelle attività che si ritengano altrettanto importanti o comunque tali da essere considerate non rinunciabili: a questo scopo verrà incontro l’agilità del lavoro, e le scelte stesse sempre presenti in ogni fase ed in ogni occasione della propria giornata.
Un modo decisamente moderno adatto soprattutto a chi svolga mansioni collegate con l’uso del computer, facilmente spostabile da un posto all’altro. E, come si è detto, ricollegabili a rapporti di lavoro che abbiano caratteristiche molto vicine a quelle della prestazione professionistica. Chi sia titolare di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sia cioè un lavoratore dipendente, con obblighi come la timbratura del cartellino in entrata e in uscita e libertà in genere limitate nello svolgimento del lavoro più difficilmente potrà fare smartworking . A maggior ragione chi lavori in officina su una macchina utensile. Per quanto neppure ad un operaio che abbia questi compiti può del tutto essere negata la possibilità di scelte, per esempio attraverso turnistiche concordate e diversificate a seconda delle richieste di ognuno.
Da parte di taluni si avanzano critiche al lavoro da remoto, ricordando come chi non frequenti i locali e gli uffici della azienda rimanga in realtà al di fuori della comunicazione in essa presente e non ne possa cogliere di conseguenza i significati, venendo a mancargli il polso dell’azienda, le atmosfere, il clima, le filosofie, in una parola tutto ciò che è ambiente. Vero, risponde il sostenitore delle cause del lavoro smart, tuttavia attraverso queste modalità moderne si avrà agio di procurarsi una cultura diversificata e attenta a aspetti propri. Una cultura che risponda maggiormente alle esigenze di plurimi interessi e applicazioni e che possa valere altrettanto se non di più di quella che si matura infra moenia aziendali.
Al di là della preferenza per una o l’altra interpretazione certo è che usciti, come si spera, per lo meno dalla fase più acuta del Covid 19, l’organizzazione del lavoro andrà incontro a modifiche ad assestamenti nuovi, legati soprattutto alle esigenze derivanti dal vivere quotidiano della popolazione che fa capo alla produzione. E tali assetti difficilmente avranno mai caratteri di definitività, piuttosto l’organizzazione del lavoro sarà soggetta a modifiche continue legate al frequente divenire del mondo di oggi.
Chi voglia approfondire i temi dello smartworking potrà farlo opportunamente leggendo il libro scritto da Arianna Visentini, uscito da pochi mesi, che tratta l’argomento con dovizia di particolari. La Visentini è anche frequentemente presente nelle conversazioni di LinkedIn.

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