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26 Ottobre 2020

Metà degli italiani non paga tasse né contributi


Abbassare l’Iva? Riforma complessiva del fisco per ridurre le tasse? Quanto siano campate in aria le ultime trovate elettorali del premier Giuseppe Conte e di tutti i partiti, di governo e no, lo dimostra con efficacia l’ultimo libro di Alberto Brambilla, presidente di un centro studi sulla previdenza, dal titolo: “Le scomode verità su tasse, pensioni, sanità e lavoro”, Solferino editore, che fotografa l’enorme spreco di denaro pubblico che tutti i governi, di qualsiasi colore, hanno elargito per anni, senza sosta, al fine di accaparrare voti e tentare di vincere le elezioni. E se, per puro caso, tedeschi e olandesi dovessero leggere il saggio di Brambilla, il loro «no» al Recovery Fund sarebbe scontato.
Qualche dato? Prendiamo il bonus di 80 euro concesso dal governo di Matteo Renzi. Di questo sgravio fiscale (960 euro l’anno), hanno beneficiato 11,7 milioni di contribuenti (17 milioni di cittadini, comprendendo i familiari). Il suo costo è stato di 34 miliardi tra il 2015 e il 2017, più altri 19 miliardi per il 2018 e il 2019. È stato un provvedimento utile? Ammesso che abbia dato un modesto contributo all’aumento dei consumi o dei risparmi, Brambilla fa però notare che i percettori del bonus hanno finito per pagare ogni anno «imposte addirittura inferiori al costo pro-capite della sola spesa sanitaria, che è pari a 1.870 euro l’anno».
Ma poi ci sono tutti gli altri servizi pubblici da pagare, come scuola, viabilità, infrastrutture, e così via. «È giusto che un numero così vasto di cittadini, a cui si aggiungono altri 11,5 milioni che hanno redditi al di sotto della soglia esente di 8.174 euro, sia a carico di qualcun altro? Si tratta, contandoli tutti, di oltre la metà dei cittadini italiani (34,48 milioni). E solo per pagare la spesa sanitaria di questi soggetti, qualche altro contribuente si dovrà far carico di sborsare oltre 50 miliardi l’anno».
In Italia il 90% dell’Irpef viene pagata dal 41% dei contribuenti. L’apporto maggiore, fa notare Brambilla, viene dai «perseguitati dalla politica», ovvero i percettori di reddito tra 100 e 120 mila euro l’anno, che il Pd considera ricchi da spremere anche con la patrimoniale: sono 467.442 contribuenti, pari all’1,13% del totale, i quali però pagano il 19 per cento di tutta l’Irpef, in media 68.178 euro a testa ogni anno, dopo avere pagato anche i contributi sociali pari al 33% della retribuzione se sono lavoratori dipendenti». Una categoria di cittadini, scrive Brambilla, «che un governo normodotato dovrebbe, se non nominare cavalieri del lavoro (la cui scelta è avvolta nel mistero), perlomeno ringraziare e, pur senza dare premi, trattare almeno come gli altri contribuenti».
La realtà è, però, l’opposto: tagli continui alle cosiddette pensioni d’oro, con incassi miseri per quantità (400 milioni in cinque anni), ma assai elevati sul piano della propaganda politica. Prassi condivisa da tutti i partiti, destra sinistra e centro, che per far «piangere i ricchi» e aiutare i poveri hanno sfondato il bilancio dello Stato con una serie di sussidi molto costosi, dei quali Brambilla elenca anche i punti deboli, a cominciare dalle improvvisate basi statistiche, con milioni di poveri presunti sulla carta, ma inesistenti nella realtà.
Esempi? Sommando le pensioni sociali per gli over 65 sprovvisti di reddito (860 mila con un costo di 4,6 miliardi), le pensioni integrate al minimo di 513 euro (3,8 milioni con un costo di 9,2 miliardi), più gli invalidi e le pensioni di guerra, Brambilla calcola che «ci troviamo quasi 8 milioni di pensionati, su un totale di 16 milioni, che sono totalmente o parzialmente assistiti finanziariamente dallo Stato. Come è possibile che la metà quasi dei pensionati non sia riuscita a fare un minimo di lavoro nella loro vita? Forse il problema non è la povertà (c’entra anche quella), quanto una grande attitudine al lavoro irregolare e in nero».
Ma i partiti, invece di indagare perché una così grande massa di persone sia risultata sconosciuta al fisco, come avrebbero fatto tutti i paesi ben governati, hanno pensato di dare sussidi molto costosi, quali la quattordicesima di pensione, il reddito e la pensione di cittadinanza voluta dai cinque stelle, e quota cento imposta dalla Lega di Matteo Salvini. Da ultimo, infine, il bonus fiscale di 100 euro mensili, a scalare, per i redditi fino a 40 mila euro annui, in vigore dal prossimo 16 luglio e concesso dal governo Conte – Gualtieri. «Il che significa che saranno ancora più numerosi quelli che pagheranno un’Irpef insufficiente a coprire anche solo la spesa sanitaria pro-capite», commenta Brambilla nel suo saggio.
Poiché molti di quelli che beneficiano di questi sussidi, soprattutto del reddito di cittadinanza, sono riusciti a ricevere l’assegno pur non avendo i requisiti di povertà richiesti, anzi avendo in garage in alcuni casi perfino una Ferrari, Brambilla scrive che è difficile far credere che l’Italia sia un paese di poveri quando siamo tra i primi al mondo per possesso di telefonini e la spesa per i giochi d’azzardo è pari a 127 miliardi l’anno, 16 miliardi più della spesa sanitaria. E conclude: «Senza controlli severi, è probabile che i sussidi serviranno per perpetuare l’ozio, mentre occorrono verifiche quotidiane, e, ove necessario, provvedimenti anche duri. Ma soprattutto strumenti fondamentali come le banche dati».
In molti casi, se l’Italia avesse una banca dati dove sono registrati tutti i contributi che un cittadino riceve dallo Stato, come avviene in Germania, Svizzera e Austria, le migliaia di truffe sul reddito di cittadinanza, scoperte con fatica dalla Guardia di Finanza, sarebbero state impossibili.
Una lacuna, quella della banca dati, che l’Ue sarebbe ben lieta di finanziare, se mai il governo Conte-Gualtieri arrivasse a proporlo. Ma nessuno, finora, ne ha parlato mai. Tantomeno a Villa Pamphilj.


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Fonti:
A. Brambilla “Le scomode verità su tasse, pensioni, sanità e lavoro”, Solferino editore

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