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13 Luglio 2020

Perché il COVID-19 è riuscito a farci cambiare abitudini e i cambiamenti climatici no


Illustrazione di Igor Belansky.

Premessa.
Nell’era dell’andropocene, l’Occhio del Potere che è su di noi in ogni luogo per controllarci, e per valutare ogni nostra azione. punta sempre nella direzione che più gli conviene. E da ultimo sembra effettivamente prediligere la figura del virologo a quella del meteorologo. Messa in questi termini, sembra un’assurdità. Ma c’è una ratio politica in tutto questo? C’è pure una ratio economica? Ce n’è forse una sociale, umana? Quale che sia, c’è una ratio dietro, che spiego qui di seguito.
Il paradosso di un titolo televisivo. Roberto Burioni è da molti considerato il virologo italiano per antonomasia. Oggetto di numerose critiche per eccessivo protagonismo mediatico ma non solo, nei mesi passati, la sua una presenza fissa a “Che tempo che fa”. Il noto programma Rai, condotto da Fabio Fazio, trasformatosi in un format generalista, che con la meteorologia delle origini non c’azzecca più nulla e ricorre soltanto occasionalmente ai professionisti della previsione dei fenomeni atmosferici. Tanto che in questa stagione si sarebbe potuto paradossalmente intitolare “Che virus che fa”. Questo è forse stato solo il caso più emblematico, l’indizio di una tendenza incalzante, se ve ne siete accorti?
Corona-Virus über alles. La nostra Penisola infettata ogni dì di più. Stivale virale: abbiamo letto e ascoltato le loro teorie. Dalle stanze asettiche di laboratori e ospedali a bagni di folla virtuale, nel rispetto delle distanze. In soccorso alla salute collettiva nel momento del pericolo più grande per l’Italia pandemica: una schiera di luminari. Non più a lavorare nell’ombra. Non più famosi solo tra gli addetti ai lavori. Ci siamo tutti immedesimati un po’ in loro, tifando come quando gioca la nazionale di calcio e siamo tutti un po’ CT. Certo, contesti diversi, ma il coinvolgimento popolare ha raggiunto quasi lo stesso livello. Il coronavirus, nel giro di poche settimane, si è trasformato da problema lontano a minaccia seria. Un guaio gigantesco, controllabile soltanto con severi lock-down di cui l’Italia si è resa apripista in Occidente, rivoluzionando la nostra vita quotidiana.

La casta virale.
Virologi, immunologi, infettivologi. Ma anche epidemiologi, pneumologi, terapisti intensivi, anestesisti, igienisti, esponenti della comunità scientifica tout court, professori, ricercatori e quant’altro. Loro, travestiti da blasonati satrapi del Covid, hanno guidato le nostre vite. Un tourbillon di nomi eccellenti tra un programma e l’altro. Gli effetti speciali: interviste, dichiarazioni. Collegamenti con o senza camice bianco, tanto da far pensare a chi potesse lavorare in loro assenza, durante le continue presenze in tv. Ci sono pervenute opinioni diverse, a tratti opposte. Una babele di dichiarazioni a mezzo stampa o sui social, sfociate talvolta in vere e proprie divergenze poco onorevoli, indiscrezioni circa presunti gettoni di presenza d’oro, collusioni con le multinazionali del farmaco, in barba al giuramento di Ippocrate. Mesi in cui non c’è stato giorno senza che l’esperto di turno non abbia profferito in tv o sui giornali, martellante e vaticinante, il refrain: “State a casa, chiudete tutto, restate lontani almeno un metro e indossate guanti e mascherina”. E ci siamo fidati. Da bravi bambini abbiamo obbedito. Non sarebbe stato da bravi bambini trasgredire le regole, poco prudente uscire e fare assembramenti. Anche a discapito dell’economia e del lavoro.
Ultra vires. Quasi al di là dei loro poteri, appena spuntate, le primule del mondo della scienza hanno surclassato gli stessi politici. Prima sfiorissero, l’emergenza sanitaria da Covid ha sconvolto i palinsesti televisivi e le prime pagine dei giornali. Si è preferito, infatti, dare più spazio all’informazione rispetto all’intrattenimento, almeno per il momento tralasciando ospiti abituali per dare la parola ai talenti dell’arte medica, in studio o in collegamento.

La ratio.
Ma non finisce qui, è il tipo caso in cui non si deve confondere la causa con l’effetto. Infatti, un simile stravolgimento non può essere banalmente imputato alla sempre maggiore priorità data allo share, alla lievitazione dell’audience e agli introiti pubblicitari, a detrimento dell’aspetto pedagogico-educativo di certe trasmissioni divulgative del passato, come ad esempio “Medicina Trentatre” di Luciano Onder ed “Elisir” di Michele Mirabella. Per quale ragione, in così poco tempo, se il virus è riuscito a farci radicalmente cambiare abitudini, un altro grande fenomeno, stretto parente del meteo, i cambiamenti climatici, che mette a repentaglio la nostra vita e di cui si tratta da decenni, non vi è riuscito? Quei disastri ambientali tanto evocati dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg, una meteora che molti di voi si saranno chiesti che fine abbia fatto nel frattempo …Qualche esempio concreto ci aiuterà a svelare l’arcano. Prima di tutto, la percezione del rischio e la prossimità dei problemi. Gli epidemiologi sono scienziati come i meteorologi, ma, a differenza di quest’ultimi, non sono dotati di una foto del vortice da mostrare al mondo, perché affrontano un nemico che ci passa letteralmente sotto il naso senza che possiamo vederlo. Il microscopico e l’invisibile, che minaccia la nostra incolumità nel “qui e ora”. Così, in noi entra in gioco la parte più antica del nostro cervello. Il cervello rettiliano, che dall’inizio della nostra evoluzione è deputato all’istinto di sopravvivenza. Esso si attiva automaticamente, in modo velocissimo, quando percepisce di fronte a sé un pericolo immediato. Il suo funzionamento è sempre e solo egoriferito: innescato dalla percezione di minacce concrete rivolte prima di tutto a noi, al fine di trovare soluzioni per arginarle. In questo modo, al contrario dei meteorologi, dopo aver individuato la tempesta, hanno qualche strumento in più per attenuarne l’effetto. Prova ne sia che il contagio del coronavirus, da fattaccio di un Paese molto lontano è diventato velocemente un rischio vicinissimo. Ha quindi risvegliato in modo potente il nostro spirito di autoconservazione. I cambiamenti climatici nel nostro sentiment pertengono, invece, a scenari probabili e futuri. Risultano più che altro concettuali. Sono analizzati dalla neo-corteccia, la parte consapevole nel nostro cervello e imputata appunto al pensiero astratto, quella sviluppata in tempi recenti. Così, spiegando cause ed effetti del nostro comportamento nei due distinti casi, non si ravvede nulla più di misterioso, di accessibile soltanto a una conoscenza più elevata. Abbiamo innanzi un meccanismo per il quale veniamo maggiormente attratti dalla rilevanza e concretezza del pericolo nell’immediato. Ecco la motivazione per cui ad accrescere la percezione di rischio da COVID-19 hanno contribuito i media e la mobilitazione dell’opinione pubblica, forse non solo per dovere di cronaca. Gli indici di ascolto sono certamente balzati in alto grazie alla circolazione di immagini crude e associate a pericolo estremo di reparti di rianimazione o decessi in zone a noi vicine. Ciò ha alimentato il senso di pericolo personale, diventando un perverso meccanismo di captazione, con lo sfruttamento palese del nostro processo cerebrale non conscio, che reagisce nel tentativo di proteggerci. Ma c’è stato anche uno scopo sociale, l’induzione prioritaria a farci cambiare radicalmente abitudini per “salvare la pelle”.

Scherzi della natura?
Tornado, tsunami e pandemie esistono da milioni di anni, inutile prendersela con la natura, il paziente zero siamo noi. Anche nel senso di come inconsciamente ci esponiamo alla percezione delle calamità. L’effetto di terrore enfatizzato dall’arrivo di un nuovo virus non è mai raggiunto pienamente dai rischi correlati ai cambiamenti climatici. Nonostante quest’ultimi dal 2000 ad oggi abbiano provocato circa 500.000 vittime nel mondo. Nel futuro immediato la situazione non andrà meglio, anzi. Le previsioni, basate sull’andamento di inquinamento, riscaldamento globale e spreco energetico che già da decenni hanno pesanti riflessi sulla salute, sono assai preoccupanti. La casta del meteo. Disponiamo di una grande quantità di informazioni che impegna meteorologi, ed affini, di tutto il mondo per l’analisi, l’interpretazione e l’applicazione in numerosi ambiti. Dalla protezione civile al turismo; dal settore energetico a quello del commercio; dai trasporti su strada ai viaggi spaziali. Professionisti che forniscono agli attori istituzionali e ai decisori politici pareri competenti inerenti in ambito strategico alla gestione del rischio (per esempio del rischio idrogeologico) e alla pianificazione del territorio. Le elaborazioni meteorologiche hanno dunque ampie ricadute: nel comprendere i migliori periodi per la semina e per il raccolto delle materie prime alimentari in ambito agricolo; per la gestione delle risorse idriche ed energetiche, anche in relazione delle politiche di sviluppo sostenibile che incoraggiano l’uso dell’energia rinnovabile. Più che mai i meteorologi si sono dimostrati fondamentali per aumentare la sicurezza dei cittadini grazie, per esempio, alla previsione di ondate di freddo o di caldo e all’emissione di allerte meteo in caso di eventi atmosferici eccezionali. Un lavoro importante per la comunità. Spesso svolto restando dietro le quinte, sebbene ad onore del vero esista anche per questa categoria un volto più noto, costituito dai meteorologi che vanno in TV per presentare “le previsioni del tempo “. Il loro un compito molto importante: devono avere le capacità e la credibilità per coinvolgere e educare il pubblico, oltre a essere figure fondamentali per avvisare le persone in caso di eventi meteo potenzialmente pericolosi. Un ruolo che fu ben interpretato dal colonnello Edmondo Bernacca, il quale, dai primi anni Sessanta e per quasi una trentina d’anni, catalizzò l’interesse del pubblico serale della televisione. La sua figura sobria, con quel senso di ufficialità che accompagnava le previsioni in linea con il cliché Rai “old style”, è stata surclassata dal meteo sensazionalistico, uno dei trend degli ultimi anni. A fianco dei tradizionali spazi dedicati alle informazioni sul tempo, si moltiplicano altri canali mediatici, spesso a scapito della qualità del servizio. Qui, per richiamare l’attenzione, i titolisti si scatenano con annunci meteo dai toni eclatanti. E, ad esempio, per star nell’occhio del ciclone, o del ciclope, visto lo sconfinamento del metereologico nel mitologico, perturbazioni immancabilmente ribattezzate con altisonanti nomi presi a prestito dalla classicità greca: Caronte, Circe, Ulisse, Cerbero e via citando.

Ancora terrorismo.
Ritornano gli aspetti correlati a esagerazione e paura. I cardini di dinamiche mediatiche che viaggiano ormai su ritmi furibondi e su un mercato saturo. I nuovi servizi meteorologici pure giocano sulla nostra insicurezza, trasformando la previsione in predizione. Ancora, una ridda di teorie sovrapposte e contrapposte, affermate e sconfessate. Messaggi che possono tradursi in allarmismo ingiustificato, in comportamenti irrazionali spesso a danno del turismo, con frequenti disdette a fronte di un maltempo poi non rivelatosi tale. Espressioni che ricorrono alla metafora del tatto per meglio toccare la nostra sensibilità: la morsa del caldo che attanaglia, un inverno da rabbrividire, stretti dal vento gelido polare, un vento tagliente…Il tempo diventa spettacolo, controlliamo il cielo collegandoci alla web cam. Normale avvicendamento delle stagioni catastrofico. Al risveglio guardiamo lo schermo del cellulare invece che fuori dalla finestra.

Distorsioni sensoriali.
Stiamo perdendo l’esperienza percettiva viva e concreta con gli elementi della natura, in greco aisthesis, la scienza dei sensi connessa alla capacità di godere del bello che ci circonda. Allora tra tante sincronizzazioni virtuali, dovremmo considerare pure quella reale. Tra quello che c’è nella nostra testa e quello che la sovrasta. Ciò ci porterebbe a comprendere che apparteniamo un ecosistema, corresponsabili di quanto accade a noi e al clima del nostro pianeta. Purtroppo, vien da pensare che, a comportamenti incoscienti non possa che corrispondere una forma di comunicazione altrettanto sconsiderata. La cosa è di una gravità inaudita, forse peggiore del semplice Covid, tralasciando la crisi sociale ed economica che lo stesso comporta. Però, sullo schermo e in rete, abbiamo assistito ad una minore proliferazione di presenze di esperti del tempo che fa… allo stesso tempo scoppierebbe un vero e proprio putiferio, se venisse dimostrata la recondita considerazione di sociologi e psicologi al soldo delle aziende che gestiscono media e social … che hanno fatto sì che si sfruttasse al massimo l’impatto del virus per un dato periodo, creando una sorta di moda.
Sempre e solo per interesse. Per la fredda valutazione di questi soloni i cambiamenti climatici non hanno gli stessi margini di stupore atteso, quindi di audience e ritorno economico indotto, essendo ancora percepiti come un pericolo non immediato e, soprattutto, per molti non personale, in quanto più dannoso per le generazioni future. Tolto il trucco, restano gli effetti economicamente meno vantaggiosi di una risposta cerebrale più concettuale e razionale, quindi tiepida rispetto a quella di una pandemia mondiale. Per contro, sul piano sociale, viene meno anche la tendenza ad un approccio più prudente e sensibile ai problemi, in quanto più facilmente vengono mantenuti comportamenti dannosi, spinti da abitudini individualistiche. Un esempio lo si può vedere con la raccolta differenziata: non c’è dubbio che seguirla venga considerato a livello razionale un comportamento virtuoso, ma ci sono ancora molti che continuano a non rispettare le regole di raccolta per troppa pigrizia, e per resistenza al cambiamento.
Sincretismo meteo-virale. Un’ultima chicca, virus e meteo si sono addirittura mescolati insieme… Articoli, mappe e grafici ci hanno mostrato come il drastico calo degli spostamenti abbia contratto la domanda di mobilità, con la diminuzione degli inquinanti in atmosfera. Ulteriormente, stregoni del meteo business click si sono avventurati addirittura in voli pindarici nel propinare correlazioni tra i parametri meteorologici come temperatura, vento, umidità, precipitazione ed il diffondersi del Covid-19.

Libero arbitrio.
Ma questi sciagurati della scienza sappiano che la natura non sceglie, non è né buona né cattiva. Sappiano che dovrebbero a volta più beneficamente sfruttare i risultati dei propri studi. In tal senso, il punto di partenza è – come abbiamo visto – la divisione del cervello in due emisferi. Uno solo di tali emisferi (generalmente il sinistro) presiede al linguaggio e domina la vita cosciente, razionale. La funzione dell’altro emisfero (destro), legato da molteplici nessi all’emozione, all’istintività. Questa è la struttura della «mente bicamerale», affermata da Julian Jaynes, psicologo sperimentale di formazione, in un suo celebre libro. La coscienza, quale oggi la intendiamo, sarebbe dunque una forma recente, faticosamente conquistata, che si distacca dal fondo arcaico della «mente bicamerale» e la unifica. Frutto della coscienza, la libertà di scelta è una prerogativa nostra, di noi esseri pensanti e razionali. Nella vita nulla v’è di certo: forse per questo siamo alla ricerca di punti fermi. E spesso, più che di evitare i rischi naturali, dovremmo preoccupaci di ridurre la nostra vulnerabilità alle bufale di cui ci alimenta il grande fratello.

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