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4 Luglio 2020

Bistrattate ad ogni costo! (1a parte)


Considerate da sempre come generico sinonimo di “fascismo”, di violenza, di arroganza, le “Camicie Nere” cosa furono in realtà?
Dire “Camicie Nere” non era come parlare di “SS” tedesche. Costituivano la “Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale” (MVSN), un corpo di gendarmeria ad ordinamento militare, che dal 1924 divenne una forza armata. Erano i campioni di quel regime che, da diciannove anni, governava il Paese, che aveva conquistato un impero e battuto il comunismo in terra di Spagna.
Gli uomini delle “CC.NN.”, dal colore delle loro camicie di orbace (tessuto artigianale composto, da tempo immemorabile, da grossi filati di lana grezza di Sardegna), soffrivano di un senso di inferiorità nei confronti del Regio Esercito. Portare le stellette, anziché i fasci, era un’aspirazione comune a chi, suo malgrado, si vedeva recapitare a casa la cartolina di mobilitazione. Che fra gli effettivi dell’esercito e quelli della milizia non corresse buon sangue, era un fatto notorio e ciò aveva dato luogo (in non molte occasioni) a spiacevoli incidenti.
Come per la stragrande maggioranza del popolazione, erano i rappresentanti di quel sistema che aveva scatenato una guerra non sentita, anche se pazientemente accettata in un primo tempo, nella prospettiva di una rapida e facile soluzione. Tra i soldati regolari, correvano le voci più disparate nei confronti delle unità fasciste: erano pagate meglio, godevano chissà di quali privilegi, non soggiacevano alla rigida disciplina militare, avevano compiti piuttosto di polizia che di combattimento. Si diceva, altresì, che i loro ufficiali fossero diventati tali, per meriti politici piuttosto che per comprovate capacità personali. Insomma, le formazioni fasciste erano dei reparti messi su alla garibaldina, nel senso deteriore della parola.
Eppure il “garibaldinismo”, nel senso di audacia, eroismo ed impetuosità, era stato alla base delle formazioni legionarie, almeno nelle intenzioni dei capi. Creare, cioè, un corpo che fosse l’erede delle tradizioni degli “Arditi” della Grande Guerra; un cameratismo che, messe al bando le formalità, generasse quello spirito aggressivo, senza del quale non si possono affrontare le guerre; una specie di aristocrazia combattente, che avrebbe dovuto dare l’esempio e trascinare anche i più tiepidi. Quando nel 1936, per debito di riconoscenza verso il Duce, tutti i camerati furono invitati a chiedere l’onore di appartenere alla MVSN, i gerarchi rinunciarono, erroneamente, ad una scelta, alla selezione, alla qualità. Gli italiani, del resto, non erano tutti volontari, tutti eroi e, tanto meno, tutti fascisti. L’adesione fu ovviamente totalitaria, chi per conformismo, chi per incoscienza, chi per l’euforia del momento, pochissimi per sincera e sicura fede. Lo sforzo retorico per fare degli italiani un popolo di guerrieri era una pia illusione. In buona sostanza, volevano una sola cosa: essere lasciati in pace. E fu per questo che si trovarono coinvolti nel conflitto più grande che la storia ricordi, senza nemmeno accorgersene.
Le Camicie Nere, in quel clima incerto, avevano però voglia di riscatto. Una volta intrapresa la via della guerra, Benito Mussolini ebbe molta fretta di inviare i suoi uomini nella fornace dei combattimenti. Ed ecco che l’imminente Campagna di Russia si presentava come la più esaltante delle occasioni. Il 9 luglio 1941, venne costituito ufficialmente il “Corpo di Spedizione Italiano in Russia” (C.S.I.R.) e dal giorno seguente iniziarono le partenze.
La “63^ Legione Camicie Nere “Tagliamento”, ne fece orgogliosamente parte, partecipando a pieno titolo al secondo conflitto mondiale. Mobilitata in febbraio, costituita dal LXIII Battaglione d’Assalto Udine, dal LXXIX Battaglione d’Assalto Reggio Emilia e dalla Compagnia Mitraglieri Piacenza, era un’unità “autocarrata”, a livello divisionale, composta da 1.191, tra Ufficiali e militi, a cui si univano 20 Ufficiali, 264 fanti, 133 autieri e 5 Carabinieri del Regio Esercito. Comandata dal Generale Niccolò Nicchiarelli, venne, per l’appunto, aggregata al C.S.I.R. in formazione ed offrì un validissimo contributo di gloria e di sangue nella campagna di Russia.
Che ci si creda o no, quelli della “Tagliamento” non erano né fascisti, né tedeschi: semplicemente italiani, con tutti i difetti e le virtù della nostra razza. Per i russi, invece, quegli uomini (come, peraltro, i rumeni, gli ungheresi ed i cechi) non erano altro che poveri schiavi condotti al macello dalla prepotenza nazista. Per i commissari politici sovietici, poi, chi portava la camicia di quel colore non era degno di nessuna pietà. Vittime della propaganda più dissacrante, erano descritti come mostri di crudeltà e di ferocia, che uccidevano per il puro gusto di uccidere, senza distinzione di vecchi, donne e bambini. Assassini, dunque, ladri e violentatori. Erano venuti in quella nazione per fare terra bruciata sul loro cammino.
Ma non era affatto così. Ignari di ciò che la “pubblicità” aveva diffuso sul loro conto, fu grande la meraviglia quando videro i pochi rimasti nei villaggi fuggire terrorizzati al loro apparire, rinchiudersi in casa e sprangare la porta. Era un atto, quello, che difficilmente un italiano riusciva a mandare giù, che lo umiliava, piuttosto che irritarlo. Succedeva allora, come nelle innumerevoli “Missioni di Pace” dei giorni nostri, che all’ostilità della popolazione, essi rispondevano con cordialità, generosità ed amicizia. Ce ne volle per convincere i russi che loro, fascisti o no, erano degli uomini dal cuore grosso e che la guerra la facevano perché costretti e non per vocazione. Ma ci riuscirono!
Si sa di un certo Ferruccio Fant, Comandante di una Squadra d’Assalto, che, nell’approssimarsi della notte, a 40° sotto lo zero, cercò rifugio in un’isba (tipica abitazione rurale) con i suoi uomini. Vi abitavano madre e figlia che, assistendo mute a quel continuo andirivieni, lasciavano nettamente trasparire sui loro volti i segni di un incontenibile terrore. Il Fant cercò subito di rompere il ghiaccio e, con cenni misti a “maccheroniche” espressioni slovene o francesi, riuscì ad entrare in comunicazione. L’atmosfera si fece velocemente più serena. Desideravano solo un piatto di quelle zucche, cotte a vapore secondo la tradizione ucraina, che stavano ribollendo sul fuoco. Le due donne si misero all’opera, ma la cottura richiedeva del tempo e, prima di poterne assaporare il gusto, arrivarono degli autocarri con un ordine immediato di partenza. Addio zuppa! Il movimento dell’autocolonna però ritardò e la ragazza, uscita dall’isba con un piatto fumante, sfidando il tagliente vento della steppa, si avvicinò agli automezzi, in cerca del Comandante. Lo vide e gli porse il suo dono, con un dolce sorriso.
Ed ancora. Un gruppo di donne spaurite assisteva al passaggio di una colonna militare del 79° Battaglione, nei pressi del villaggio di Malo Orlowska. I militi agitavano le braccia in segno di saluto. La stessa cosa faceva Amleto Poma, un portaordini, che indossava al polso una catenina da cui pendeva l’immagine della Madonna. Una del gruppo la notò e, come se avesse fatto la scoperta più strabiliante di questo mondo, gridò alle compagne: “Gli Italiani sono cristiani! Sono cristiani come noi!”. A tanto era arrivata la propaganda, sfruttando l’ignoranza della popolazione.
Sempre ad Amleto Poma successe che, durante la pausa di un combattimento, si trovava appostato presso alcune casupole, alla periferia di Woroscilowa. Da una di queste, uscì incuriosito un bambino che gli si parò davanti e tra i due ci fu uno scambio di sorrisi. Poma si frugò nelle tasche ed estrasse una caramella che offrì al piccolo. La mamma, che da qualche spiraglio aveva osservato la scena, venne fuori come una furia, strappò, gettandolo a terra, il dolcetto al figlio e lo calpestò con sdegno. Il portaordini si sentì come schiaffeggiato, ma non si diede per vinto. Estrasse dal suo zaino una tavoletta di cioccolato, la scartò lentamente ed incominciò, staccatone un pezzo, ad addentarla, dando segni di grande golosità. Il bambino, con l’acquolina in bocca, si avvicinò voglioso e divorò a sua volta il corposo pezzo che gli venne offerto. Questa volta la mamma sorrise, fece ad Amleto il cenno di seguirla in casa e, dopo averlo invitato a sedersi a tavola, gli mise davanti una scodella di latte caldo ed un pezzo di pane. Pace fatta!

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