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13 Luglio 2020

La rocambolesca storia di Raffaello Sanzio Kobayashi


Giappone, 22 luglio 1945, base navale di Kobe. Le mitragliatrici breda ancora roventi. Urla di gioia giungevano dall’equipaggio misto italo/giapponese del sommergibile “comandante Cappellini” per quello che risulterebbe come l’abbattimento dell’ultimo bombardiere americano avvenuto nella seconda guerra mondiale.
Tra questi: il giovane motorista barese Raffaello Sanzio. Ma com’era finito lì?
Facciamo un passo indietro. Bordeaux, Francia, base Betasom, maggio del 1943: una piccola flotta di sommergibili atlantici Italiani, ceduti ai Tedeschi e riadattati a trasporti, costituita dal “Cappellini” il “Torelli” (su cui era imbarcato il nostro protagonista) e il “Giuliani”, stracarichi di materiali, salpava alla spicciolata in missione segreta alla volta della Malesia, che raggiunse a fine luglio dopo lunga, difficile e magistrale navigazione. Il Cappellini doveva trasferire a Singapore diverse decine di tonnellate di materiali bellici, chinino e mercurio destinati all’alleato nipponico e al suo ritorno – se tutto fosse andato per il verso giusto – avrebbe dovuto portare indietro, a Bordeaux, un certo quantitativo di gomma, stagno e metalli rari destinati all’industria bellica italo-tedesca.
A Singapore gli equipaggi vennero accolti e festeggiati in pompa magna. Ma l’8 settembre Badoglio e il re se la diedero a gambe (cosa grave per il Re, mentre per Badoglio diciamolo, era la norma dai tempi di Caporetto). La resa dell’Italia li sorprese quindi in condizioni operative critiche ed in territorio ormai nemico. L’ordine proveniente dell’altro capo del mondo, “Navi et sommergibili tentino raggiungere porti inglesi aut neutrali oppure si autoaffondino”, non raggiunse le loro radio.
Avendo ricevuto la notizia della resa dell’Italia, fra il 9 e il 10 settembre i Giapponesi catturarono il Giuliani ed il Torelli a Singapore. Il comandante del Cappellini, Capitano di Corvetta Walter Auconi, aveva nel frattempo deciso, con il plauso del suo equipaggio, di continuare a combattere a fianco della Germania e del Giappone. Scortato da navi nipponiche, egli trasferì il Cappellini a Singapore, ove fu però catturato con l’inganno.
Cosicché, invece di esser festeggiati con gli altri equipaggi dai giapponesi in attesa (i precedenti alleati), i sommergibilisti vengono posti di fronte all’alternativa di finire in un campo di concentramento oppure di continuare a combattere contro gli angloamericani.
Dopo la costituzione della R.S.I. gli equipaggi si erano posti un unico obiettivo: come tornare a Bordeaux dove l’eventuale fuga sarebbe stata possibile (come avvenne per i loro colleghi in Francia o per quelli provenienti dalla base di Danzica)?
Senza prestare alcuna attenzione all’atteggiamento spontaneamente collaborativo dei tre equipaggi italiani, i Giapponesi li internarono in un campo di prigionia, mentre cedettero i relativi battelli ai Tedeschi, che avevano il comando dei propri U-boot nel vicino porto di Penang (Malesia). Così, i nostri tre sommergibili oceanici Giuliani, Cappellini e Torelli, furono formalmente incorporati nella Marina Germanica, venendo rispettivamente contraddistinti dalle nuove sigle U.IT.23, U.IT.24 e U.IT.25. L’unica chance per i marinai italiani sembrava dunque quella di arruolarsi nella marina tedesca. E così mentre molti ufficiali si dichiarano fedeli al re e a Badoglio, tutti gli altri gridano “Viva Mussolini” e, tra questi, il nostro Raffaello Sanzio.
Dopo alcune settimane di durissima prigionia (fatale per alcuni) nel campo di concentramento nipponico, ai tre equipaggi fu infine data la possibilità di riprendere a combattere con i vecchi alleati, come gli stessi equipaggi avevano richiesto fin dall’inizio (quando anche il Comandante e gli Ufficiali del Cappellini si erano mostrati dello stesso avviso). D’altronde quella scelta di collaborare aveva solo allora potuto acquisire una legittimazione formale con l’adesione alla neo-costituita R.S.I. (23 settembre). È ragionevole presumere che il cambio dell’atteggiamento dei Giapponesi sia stato anche incoraggiato dai Tedeschi, per i quali non sarebbe stato semplice utilizzare efficacemente ed in sicurezza i sommergibili italiani senza la collaborazione di personale esperto e conoscitore delle sistemazioni e delle peculiarità di ciascun battello.
In effetti, a partire da quel momento i nostri tre sommergibili poterono riprendere ad operare in mare nel dispositivo aeronavale contro gli anglo-americani, essendo posti sotto comando tedesco ma con equipaggi misti italo-tedeschi. In tale anomalo assetto, molti sommergibilisti italiani continuarono a combattere a bordo dei propri battelli, ma con bandiera tedesca, per altri 20 mesi, ovvero fino alla resa della Germania (8 maggio 1945). In quel periodo, uno dei tre sommergibili di costruzione italiana, il Giuliani (U.IT.23), venne colpito nel canale di Malacca dal sommergibile britannico Tally-Ho (14 febbraio 1944) ed affondò portando con sé anche cinque membri dell’equipaggio italiano, mentre gli altri Italiani si salvarono.
Sanzio era stato assegnato al “Cappellini” (NDR: in foto) per le sue mansioni tecniche e trascorse quei 20 mesi nell’oceano Indiano e quello Pacifico come marinaio tedesco. Per lui il 25 aprile passò senza storia, ma non il 9 maggio 1945 data in cui la Germania si arrese, poiché divenne marinaio giapponese!
La resa della Germania, infatti, non interruppe l’attività dei rimanenti due battelli di costruzione italiana, né quella dei membri italiani dei relativi equipaggi. A partire dal 10 maggio, infatti, il Cappellini (U.IT.24) e il Torelli (U.IT.25) furono incorporati nella Marina Imperiale Giapponese, che li contraddistinse rispettivamente con le sigle I.503 e I.504.
Così entrambi i battelli continuarono ad operare per ulteriori 4 mesi, cioè fino alla resa del Giappone (2 settembre 1945), armati con equipaggio misto italo-giapponese. I nostri sommergibilisti imbarcati su quei due ultimi scafi italiani in Estremo Oriente continuarono dunque a combattere ben oltre la fine della guerra in Italia e in Europa, ed anche per quasi un mese dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto): essi combatterono proprio fino all’ultimo giorno della Seconda Guerra Mondiale.
Ma il 15 agosto Sanzio perse la guerra per la terza volta! A bordo del suo sommergibile, nel quale ancora aleggiava lo spirito del compianto Comandante Salvatore Todaro (1 medaglia d’oro e 3 d’argento al V.M.), egli aveva prestato il proprio servizio per gli ultimi quattro mesi della Seconda Guerra Mondiale. In quel periodo egli si era trasferito nell’Oceano Pacifico con il proprio sommergibile, unitamente al Torelli (I.504), per partecipare, dalla base navale di Kobe, alle ultime operazioni di difesa del Giappone contro gli assalti finali degli Americani.
Due settimane dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto) egli era ancora al proprio posto: durante un bombardamento aereo americano sul porto di Kobe, era riuscito, con gli altri membri dell’equipaggio italiano, a salvare ancora una volta il suo sommergibile e ad abbattere un bombardiere statunitense B25 Mitchell: l’ultimo successo militare conseguito nello spirito dell’ormai dissolto Tripartito.
Lo stesso Raffaello Sanzio ne parlò poi in questi termini: “furono proprio le mitragliere Breda da 13,2 del mio sommergibile ad abbattere, il 22 agosto 1945, l’ultimo bimotore da bombardamento Usa. Accadde a Kobe, e siamo stati noi Italiani a tirarlo giù”.
Dopo la formale resa del Giappone (2 settembre) ed il conseguente sbarco degli Americani, questi ultimi catturarono anche i due sommergibili oceanici di costruzione italiana, e ne imprigionarono gli equipaggi, trattando i membri italiani come traditori. E traditori essi dovevano essere considerati anche dall’Italia, perlomeno nei primi anni del dopoguerra ancora avvelenati dall’odio fazioso e dai rancori della guerra civile. Com’era accaduto a tutti i militari che avevano scelto di combattere dalla parte della R.S.I., anche i superstiti dei nostri sommergibili in Estremo Oriente furono privati del grado e della pensione, che gli fu concessa solo 50 anni dopo, ma senza arretrati, mentre nel maggio 1992 egli è stato nominato Secondo Capo ed ha ricevuto il congedo definitivo nell’aprile 1995.
Offeso e mortificato da quel provvedimento, il giovane Raffaello Sanzio decise di non fare più ritorno in Italia. Prese moglie in Giappone e lì decise di stabilirsi per il resto della sua vita. «Non è giusto essere trattati in questo modo. Io, insieme ai miei compagni, ho fatto soltanto il mio dovere. E anche bene. Pensate che con il Cappellini condotto da un equipaggio misto italo-giapponese abbiamo combattuto nel Pacifico contro forze preponderanti»In Giappone, invece, dopo la prigionia gli furono riconosciute importanti onorificenze imperiali per il servizio svolto. Legato all’Italia, ma rifiutato dal suo Paese («Un Paese che tradisce i suoi figli non ha il diritto di essere amato»), nonostante il cognome altisonante ha acquisito quello della moglie giapponese: oggi si chiama Raffaello Kobayashi e vive (gli auguro, visto che dovrebbe compiere un secolo proprio quest’anno!) a Yokohama con i suoi figli. Dalla sua casetta tuonava ancora alcuni anni or sono contro il suo Paese d’origine: «Questo è un popolo con le palle, altro che voi in Italia. Qui la gente è morta sino all’ultimo per la causa, e lo Stato in qualche modo se ne ricorda. In Italia chi ha fatto il suo dovere è stato tradito, umiliato, abbandonato. Vergogna!».
La storia fu portata alla ribalta negli anni sia da Arrigo Petacco che dal “Manifesto” e da “L’Espresso”, in ricordo di tutti quei nostri nonni che, pur senza intento criminale, a 20 anni furono costretti a fare scelte che, dal loro punto di vista e in qualche modo, coniugassero esigenze di sopravvivenza e dignità personale.


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Fonti:
Marco Cuzzi e Carlo Pigliasco in “Storie straordinarie di italiani nel Pacifico”
http://www.regiamarina.net

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