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1 Ottobre 2020

Resistenza senza retorica, nella storia e nella scultura


Ormai il velo dell’ombra è squarciato, mentre la Seconda guerra mondiale, di cui in questi giorni di maggio ricorre la fine in Europa (8 maggio 1945), con i suoi regimi totalitari e i suoi orrori, aleggia nel ricordo dei pochi che l’hanno vissuta (in qualunque modo), c’è una restante parte dell’umanità che non deve dimenticare. Un ricordo che dovrebbe essere stornato da evidenti vizi di forma persistenti dal punto di vista storico almeno qui in Italia. Durante il secondo conflitto mondiale in tutta Europa si è assistito al sorgere spontaneo di forme di resistenza all’invasione tedesca e ai regimi che la appoggiavano. Fenomeni, già dal primo dopoguerra, generalmente analizzati e ricordati con un giusto equilibrio negli altri Paesi del vecchio Continente. Soltanto nella nostra Penisola si è osservata la strumentale sopravvivenza per oltre 70 anni di un «progetto politico» di Resistenza permanente contro i pericoli di fascismi sempre paventati e individuato anche in forme e circostanze assai improbabili. Questa anomalia nazionale è stata originata dalla presenza e dall’azione di quello che fu il più importante Partito comunista dell’occidente, per il quale l’impossibilità di conquistare il potere per quanto prestabilito dagli accordi internazionali si traduceva nella determinazione di mantenere viva la pressione sul governo italiano in virtù del proprio apparato militare costituito da ex partigiani. Tutto questo aveva lo scopo di contribuire alla formazione di un «significato condiviso» valido per tutti gli italiani? Certamente no, anche perché la Resistenza ebbe diverse componenti. Anche perché, arrogandosi tuttora diritti ingiustificati di rappresentanza esclusiva, il «Mito della Resistenza», per gli eredi di una simile operazione, continua attualmente ad essere uno strumento di lotta politica. Si evidenziano pertanto gravi sintomi nel funzionamento di componenti che dovrebbero liberarsi delle scorie di un passato stalinista, in ossequio della verità democratica e della delibera del Parlamento Europeo di settembre 2019 sull’abiura di tutti i totalitarismi. Il caso emblematico sono le diverse connotazioni assunte negli anni dalla Festa della Liberazione. C’era una volta la stagione dell’apoteosi comunista, sostituita dopo il crollo del muro di Berlino con un più sobrio e solenne ritorno alla classicità condivisa. Nell’ultimo ventennio abbiamo assistito a una deriva psichedelica ad opera di organizzazioni che anagraficamente sempre meno hanno rappresentato la matrice di chi realmente partecipò alle vicende commemorate. Il 25 aprile dei sindacati, quello degli immigrati, quello antiberlusconi, quello anti-sovranista, poi la surreale assimilazione con il movimento delle Sardine. Fino al paradosso supremo delle afferenze con il mondo LGBT. Via via quest’anno, tra patetici canti di Bella Ciao dal balcone, si sono stagliate all’orizzonte le brigate covid-19. Un totale snaturamento.

Mistificazioni palesi operate nei confronti di persone a cui, con forme di comunicazione adeguate ai tempi attuali, andrebbe soltanto proposto di valutare con serena obiettività la Resistenza, quale fattore significativo per l’Italia in un momento drammatico di una guerra distruttiva e ingiusta. Dietro a nomi, a foto di donne e uomini quasi sempre giovani, ci sono migliaia di storie individuali e collettive, biografie di gente comune capace di compiere gesta eccezionali. Le città italiane hanno affidato a sacrari e monumenti il ricordo dei caduti per la Liberazione dell’Italia. Anche a Parma, assai apprezzato in città, c’è uno dei più importanti monumenti eretti a tal fine: la casa editrice IBUC, del dott. Sergio Bevilacqua di Reggio Emilia, lo ha scelto come immagine di copertina per il mio ultimo libro “Quella terribile stagione”, disponibile in libreria, una storia di Resistenza, posta in essere da gente comune, che si dipana principalmente tra Emilia, Liguria e Basso Piemonte.

Per dovizia di particolari, tengo a precisare che in origine la mia proposta per la copertina era stata di utilizzare il dipinto “Se il mare entra in te…”, (olio su tela, cm.50×70 – 2018), del noto maestro milanese Paolo Collini, la cui produzione è presentata sul sito personale www.paolocollini.it, con il quale ho avuto più occasioni di collaborare in passato e che nel 2018 si era già analogamente prestato nei miei confronti nel caso del mio precedente volume “Molteplici orizzonti”.

Mi pareva che la raffigurazione di un giovane intento a nuotare in mare aperto, sulla scena quei surreali cambi di prospettiva che abilmente sa rendere l’artista, fosse evocativa delle contrastate ed incerte vicende che si trova ad affrontare il ragazzo protagonista del mio romanzo. In fase di pubblicazione si è invece deciso di spostare l’opera di Collini fra le pagine interne, al termine di un capitolo ove viene narrata la travagliata prova di cimento in mare che lo stesso protagonista deve superare per arruolarsi nel Corpo dei Vigili del Fuoco.
Tornando al monumento effettivamente riportato in copertina, si tratta di un’imponente opera di Marino Mazzacurati, (1907-1969), pittore e scultore italiano, appartenente al movimento moderno della Scuola romana. Spirito eclettico, egli fu capace, lungo la sua carriera, di spaziare dal cubismo all’espressionismo, fino al realismo, evidenziando così un talento versatile nei confronti dell’Arte declinata nei suoi molteplici aspetti. Ulteriormente, credendo che l’Arte si prestasse ad assolvere funzioni sociali, attraverso la stessa tramutò la sua sensibilità politica in un fervido impegno civile. In quest’ottica, a metà degli anni ’50, insieme all’architetto Guglielmo Lusignoli, realizzò appunto il suo “Monumento al partigiano”, che è situato a Parma in piazzale della Pace. Perseguendo palesemente un’opzione figurativa, intenzionalmente fedele e accurata, esso rappresenta un partigiano, armato di mitra Sten, su una grande roccia di pietra di Sarnico; ai suoi piedi si trova un altro partigiano morto addossato ad un muro. Aldilà dell’indiscutibile esito estetico, l’impressione che restituisce la figura sull’alto piedestallo è il ritratto di una persona normale? È una posa completamente priva di retorica, questa di un giovane fermo, che col suo sguardo sicuro, deciso, irraggia una fiera energia tesa a testimoniare la convinzione di imbracciare le armi al servizio di un progetto per l’Italia e per un futuro di Giustizia e di Pace? Considerando il contesto e l’epoca in cui l’opera venne concepita e realizzata, così come la formazione del suo autore, una più compiuta analisi del suo carattere scultoreo ed architettonico può farne emergere, sia dal punto iconografico che stilistico, tratti di continuità, più che differenze apparenti, con una consolidata tradizione precedente.

Parma: Monumento al Partigiano – Torino: Monumento a Garibaldi

Tradizione che si colloca sulla scia dello sviluppo e della diffusione del “monumento celebrativo”, quale espressione di un progetto storico, politico e culturale intrinsecamente connesso al processo risorgimentale italiano (un esempio è il Monumento a Garibaldi di Torino).
Una concezione tesa, infatti, a costruire la memoria politica del nascente Stato unitario, imprimendo nell’immagine dell’eroe risorgimentale un patrimonio valoriale evidentemente connesso al principio del “fare” la patria.

Nella reinterpretazione liberata da ogni retorica dell’illustratore genovese Igor Belansky, contrapposti il Partigiano e Garibaldi si fissano con un’espressione forse più verosimile a quella di uomini che lottano contro sia contro un nemico che con gli stenti.


Gli stereotipi della scultura celebrativa risorgimentale raggiungono il culmine nel caso dei Caduti della Grande Guerra, al termine della stessa, proprio nel momento in cui la scena politica italiana cambia rapidamente, con la marcia su Roma del 1922 e la completa fascistizzazione dello Stato nel 1928. A questo punto, la costruzione di una memoria politica risorgimentale cede il passo alla mistica del regime, laddove il culto dei Caduti sottende un potente mezzo di propaganda ideologica. Vengono ad incarnarsi i temi assai cari alla retorica dell’era fascista: il soldato/contadino, il difensore della patria e della famiglia, il soldato erede della stirpe degli italici condottieri.
Nel monumento di Parma, inoltre, si coglie un certo richiamo ai canoni della coeva monumentalistica sovietica, come appare nel primo piano della statua del “Guerriero liberatore”, che si trova nel memoriale dedicato all’Armata Rossa che si trova a Berlino all’interno del Treptower Park, nel quartiere di Alt-Treptow nella zona est della città.

A posteriori, si evince dunque che rappresentare coerentemente un monumento alla Resistenza in una composizione non è affatto scontato e implica una notevole assunzione di responsabilità. Non indugiando in un inutile processo alle intenzioni, possono tuttavia rivelarsi nell’istanza realista di Mazzacurati, come di altri suoi contemporanei, mossi dall’esigenza di evocare secondo un preciso canone la Resistenza, sia cogliendone i risvolti politici e sociali, sia esaltandone i personaggi, discostandosi solo formalmente da modelli già consacrati dalla precedente tradizione nazionale, i pericoli di talune semplificazioni e schematizzazioni. Il movimento di liberazione certo è stato alimentato come nel Risorgimento da uomini e donne animati dalla volontà di contrastare l’oppressione dei nazifascisti. Ma la Resistenza è stata un secondo Risorgimento? Dal 1945 a oggi, questa tesi è stata accreditata da alcuni filoni di pensiero, restituendo un’interpretazione, forse edulcorata e idealizzata, della guerra civile italiana. La ragione può essere stata in origine quella di assecondare le aspettative di un popolo desideroso di voltare pagina, esecrando ogni misfatto

perpetrato dal vecchio regime, quale unico responsabile, assumendo in fretta una propria dignità democratica, rivendicando per sé ogni merito, vero o presunto, nella “ricostruzione” di una società più libera e giusta. Paradossalmente, anche durante il ventennio l’intellighenzia culturale di regime aveva elaborato una concezione di fascismo quale coronamento dell’opera incompiuta del Risorgimento, attraverso la formazione del popolo italiano (il nuovo italiano). L’enfatizzazione di certi fatti e certi aspetti, piuttosto che di altri, del Risorgimento, ha quindi permesso in due epoche successive di dedurne la sua “logica” prosecuzione, rispettivamente, nella Resistenza o nel Fascismo, con operazioni ideologiche di segno contrario che possono contenere tanto elementi di verità, o almeno di verosimiglianza, quanto tentativi di manipolazione. Come evidenziato nella parte iniziale di questo articolo, si manifestano ancor oggi tentativi di strumentalizzazione della Resistenza attraverso assimilazioni improprie ad essa di fenomeni e vicende attuali, cariche di quotidianità ma anche di vita, di cultura, così come di contraddizioni e di conflitti, ma che hanno poco a ben vedere storicamente con essa e lasciano spazio a code polemiche ed atteggiamenti divisivi. È importante dunque limitarsi a contestualizzare della Resistenza all’interno di un fenomeno italiano ed europeo avvenuto in un dato periodo, fecondo di valori ideali ed esempi importanti per le epoche successive ma non per questo utilizzabili per forzare artificiose analogie. Da qui, il tentativo più recente di alcuni storici di disseppellire la Resistenza dalle macerie della retorica, introducendo la categoria interpretativa di guerra civile, non per svilire l’importanza della lotta partigiana, ma per mettere in risalto le contrapposizioni tra le due parti. Rimossa ogni impalcatura celebrativa, la Resistenza non risulta pertanto un secondo Risorgimento, ma uno scontro cruento, nell’accezione propria delle guerre civili, laddove non tanto la forza delle armi, quanto per l’invisibilità e l’imprevedibilità del nemico che può insinuarsi in chiunque, anche ben conosciuto, si incontri. Lontano dai luoghi del potere, a dispetto delle mode e delle ortodossie di partito, è finalmente emersa nella ricerca storiografica la necessità di astenersi dal formulare giudizi. Un’onestà intellettuale conseguita vagliando accuratamente le fonti e le testimonianze dei protagonisti che spesso sono semplici combattenti più che capi militari e dirigenti politici. La guerra civile così si manifesta parte di un tragitto che nasce accidentato, nei suoi toni collettivi straordinari e tragici, in cui, tentennanti, si muovono uomini e donne normali dagli incerti destini, in cui l’eroismo non è sempre quello dei gesti estremi, ma nel sacrificio della quotidianità. Ecco come scaturisce la forza etica del movimento di Resistenza, dal suo non guardare al passato, dal rifiuto di ogni simbologia posticcia, dal suo disinteresse, dalla radicata speranza di un futuro migliore, dal suo perseguire la costruzione di un orizzonte del possibile. Per questo motivo anche erigere un monumento che rappresenti la Resistenza dovrebbe significare allontanarsi dalla retorica o da sintesi approssimative informali, per trasmettere invece quell’energia che aiutò a capovolgere il destino di una guerra catastrofica. Una constatazione niente affatto naturale come parrebbe, tenuto conto del numero assai alto di scultori che talora hanno ostentato troppa sicurezza nelle loro progettazioni, confidando sulla bontà dell’ispirazione soltanto. Se, qui in Liguria, cerchiamo una conferma in tal senso, essa ci viene senz’altro offerta da alcune opere di Luigi Francesco Canepa. Un artista che, seppure forse meno noto rispetto a certi suoi contemporanei, rappresenta perfettamente lo spirito della sua generazione. Nativo di Genova, ma operante da anni nel Savonese, egli possiede un bagaglio variegato sia per le proposte sia per i materiali utilizzati, quanto per una ricerca che trova la risposta nella leggerezza, nell’astrazione e nella creazione di nuove realtà in cui per certi versi rifugiarsi. Con molta disinvoltura passa dall’ardesia al bronzo, ai marmi impiegando altresì il legno e l’argilla. Nei decenni, un lungo elenco di mostre, esposizioni e riconoscimenti, il suo, a livello nazionale ed internazionale, ben presentato dal sito personale (www.luigicanepa.com) oltre che da svariate pubblicazioni specializzate.
Prima di perdermi in divagazioni ulteriori, propongo tuttavia di scoprire qualcosa di quello che ha fatto sul tema resistenziale, per chi non l’avesse presente:
A) E’ del 1979 l’opera dal titolo: “RILIEVO RESISTENZA”, un agglomerato di cemento e sabbia, cm. 50×35, realizzata in cinque copie di cui una donata all’Anpi di Genova Voltri:

B) “LA COPPIA”, anno 1996, è una realizzazione in resina epossidica bicomponente, impregnante tessuto di lana di vetro, finitura a tempera per esterni, bianca, dalle dimensioni cm.310x115x30. Essa è stata collocata nel 1999 a Celle Ligure come Monumento ai Caduti per la Libertà.

Essa si configura come una composizione modulare su tre livelli di profondità, con un effetto mirabile di linee, pieni e vuoti che restituiscono il senso di una spazialità tangibile.
C)​ Nel Monumento ai Caduti per la Resistenza (in ardesia cm. 120x70x50), risalente all’anno 1999, parti della scultura in bassorilievo sono lucidate, altre sono lasciate “a gradina”. L’opera è collocata presso i giardini dello Stabilimento Magrini a Bragno (SV).

D)​ Canepa ha donato nel 2015 al Cimitero di Voltri, presso il sacrario dei Caduti per la Libertà, l’opera: “MONUMENTO Commemorativo per 70° anniversario della Resistenza contro ilfascismo” . Dalle dimensioni cm.120x43x36, la stessa si compone di un insieme di lastre di marmo di colori diversi, unite in blocco monolitico a simboleggiare l’unità delle tante anime ideali e politiche della Resistenza, abolendo ogni retorica celebrativa.

Quando Canepa, ad esempio, si è accinto alla realizzazione di quest’ultimo monumento, a Voltri, non solo ha dato prova di sapere cosa fosse stata la Resistenza in questa delegazione genovese, dove è nato, ma chi ne fossero stati i protagonisti e da quali radici profonde fosse esploso quell’amore di libertà che li aveva fatti schierare in una lotta terribile. Solo per aver conosciuto tutto questo, per aver frequentato la gente del luogo, dopo aver parlato con i giovani e con gli anziani, l’artista ha cominciato a modellare nella sua fantasia e nel suo sentimento l’opera con la quale intendeva simboleggiare avvenimenti e personaggi che hanno fatto una storia locale ma anche più ampia. La responsabilità è stata perciò doppia per uno scultore, come Canepa, che sente profondamente la vocazione a dialogare con la gente, per di più con i suoi stessi concittadini, infondendo nel marmo il messaggio resistenziale, per renderlo più esplicito. La sua grande forza evocativa, volto della lotta accanita di ieri e volto della nuova Resistenza che continua, è ulteriormente esaltata proprio dalla posizione in cui si trova il monumento. Si evince da esso, e dalle altre opere di Canepa, una tensione che prorompe dai materiali usati e parla. Quasi che ogni linea, ogni curva, gli spazi vuoti e quelli pieni ripetano nella memoria di chi ricorda o di chi voglia riscoprire i segreti del coraggio, gli spasimi delle ferite, il grido di vita presenti anche quando si lottava sino allo stremo. Perché la vita dell’uomo è una cosa straordinariamente più complessa della pura schematicità, spazia ben oltre il terreno di ciò che si vede e s’identifica a colpo d’occhio. L’emblema di una realtà tumultuosa e a tratti contradditoria, percepita in maniera rarefatta e frammentata, quale la guerra civile, è intriso nel
linguaggio, nudo e crudo, della materia, senza bisogno di ricorrere ad un figurativo che rischia sempre di cadere nella retorica e di fermarsi al gesto statico che non ha più nulla da esprimere. Canepa è uno scultore che pensa, proprio perché è nell’interno travaglio della creazione, prima nella mente, poi nelle forme, che egli esprime la sua idealità; quando plasma i toni delle superfici scopre i muscoli e l’anima. In lui alto è il magistero dei grandi maestri, nel senso di un perenne ricercare, di un lavoro manuale legato alla tradizione (martello e scalpello), di profonda immedesimazione nell´opera. Destabilizzando lo spettatore con forme, colori, semplicità e dimensioni che non si aspetta, che lo eccitano e lo incantano insieme, spesso facendolo entrare fisicamente nell’opera, vero e proprio astrattista e sperimentatore, Canepa punta, senza nessuna prosopopea, a stanarlo, per metterlo in condizioni di riflettere su una storia di uomini senza bandiera, ricchi di un ideale che il tempo, pur così avverso oggi allo spirito che ha animato la Resistenza, non deve riuscire a mistificare. E in un’epoca materialista come la nostra, questo non può che destabilizzare e attrarre moltissimo.
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(*) Riferimenti all’autore dell’articolo sono consultabili alla pagina: https://www.braviautori.it/vetrine/antoniorossello/

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