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1 Ottobre 2020

Morir di “quarantena”


Per mesi è stata l’obbiettivo di una serrata caccia all’untore e, per 26 anni, fino alla sua morte, avvenuta l’11 novembre del 1938, è stata costretta, incredula, ad una “quarantena” senza fine, su di un’isoletta deserta, la North Brother Island, nell’East River di New York, tra Manhattan e Queens, di fronte al famigerato quartiere del Bronx.
Potrebbe sembrare il prologo fantascientifico di una leggenda metropolitana, ma colei che per tutti gli americani divenne “Typhoid Mary” (Maria la tifoidea), vittima di violente e crudeli campagne di stampa, fu una donna vera.
Si chiamava Mary Mallon. Emigrò negli Stati Uniti, sul finire del 1883, dal paesino irlandese di Cookstown, dove era nata il 23 settembre 1869. Ancora adolescente, divenne una cuoca, referenziata e molto richiesta dalla società newyorchese più abiente. Lavorò per dieci anni in ampie e confortevoli cucine. Per uno strano scherzo del destino, in tutte fece capolino la subdola febbre tifoide.
Dal 1900 al 1906, quasi due dozzine di persone si ammalarono, sia a New York che a Long Island, dove quella donna aveva prestato servizio. La patologia si presentava, immancabilmente, poco dopo il suo arrivo. Nel 1906, dopo che sei abitanti su undici, in una villa situata a Oyster Bay, sulla costa settentrionale di Long Island, incominciarono, uno dopo l’altro, a manifestare i segni dell’infezione, Charles Henry Warren, un facoltoso banchiere di New York, per capire cosa stava avvenendo in casa sua, si vide costretto ad assumere un ingegnere sanitario del Dipartimento di Sanità, un certo George Soper, la cui specialità era lo studio delle epidemie della febbre tifoide.
Fu, per quest’ultimo, un vero e proprio sconcerto. Il tifo, in un’abitazione così esclusiva, in una famiglia così agiata? Come poteva succedere che in una ricca e lussuosa dimora, di una delle località più ambite d’America, si potesse contrarre una malattia comunemente associata allo sporco, alle periferie, alla feccia della società? Le indagini si fecero sempre più febbrili ed accanite, ma non ci fu verso di risalire alla vera causa del problema. Alla fine, confortato anche dal pensiero dei suoi collaboratori, Soper giunse alla conclusione che il contagio era stato prodotto dall’acqua, inquinata nelle tubature. Nel frattempo, Mary, allarmata da quanto stava capitando, si dimise dal servizio presso quella famiglia. Passò ad una nuova, in Park Avenue, a Manhattan. Nell’inverno del 1907, anche in quella residenza, insorsero identici sintomi che, alla fine, portarono al decesso di una giovane ragazza. Ed ancora una volta Mary se ne andò. Seguendo le tracce del morbo, lo zelante e pertinace investigatore incominciò a nutrire seri sospetti. E se la chiave di tutto fosse la cuoca, che aveva abbandonato entrambe le abitazioni subito dopo la comparsa del tifo? Era dunque lei la seminatrice di morte, di tutti quei casi di febbre tifoide registrati nella zona? Soper ne era assolutamente certo e si mise sulle tracce della donna.
Dopo approfondite ricerche, scoprì che la Mallon, ovunque avesse lavorato, aveva lasciato dietro di sé una scia infettiva. Delle otto famiglie che aveva frequentato dall’inizio della sua attività, ben sette di queste avevano palesato un’evidente andamento epidemico. Scovata, dopo una rocambolesca serie di inseguimenti e di fughe, Soper la sorprese in una cucina di Manhattan. Alla richiesta della sua disponibilità a farsi fare un prelievo di sangue, di urina e di feci, da analizzare, per tutta risposta Mary, che veniva descritta da tutti come molto riservata, ma in possesso di un carattere assai forte, tipicamente irlandese: “Afferrò un forchettone da arrosto e avanzò verso di me. Io percorsi in tutta fretta il corridoio lungo e stretto, varcai il cancello e arrivai al marciapiede. Mi sentivo assai fortunato a esserle sfuggito. Confessai a me stesso che avevo iniziato col piede sbagliato. A quanto non capì che volevo solo aiutarla…», confessò, in un dettagliato postumo rapporto, lo stesso ingegnere sanitario.
Nonostante un ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la poveretta, giudicata “portatrice sana” della malattia tifoidea, venne segregata in un centro di isolamento della North Brother Island, su di una striscia di terra ampia appena venti acri. Nessuno mai le spiegò nulla. Cercarono, adirittura, di convincerla a lasciarsi asportare la colicisti, dove appunto, nei pazienti asintomatici cronici, si annidano le salmonelle. Lei si rifiutò tassativamente. Nel 1909 fece causa al Dipartimento della Sanità di New York, per sequestro di persona. Fu sottoposta a continue analisi di laboratorio, risultando positiva in 120 dei 163 esami eseguiti. Nel 1910, il Dipartimento della Salute, fu costretto a rilasciarla, a condizione che non accettasse mai più un impiego che avrebbe comportato la manipolazione di alimenti. “E’ stata rinchiusa abbastanza a lungo, per imparare le precauzioni che dovrebbe prendere (lett.)”, disse il Dottor Ernst J. Lederle, Commissario della Sanità, in un’intervista al quotidiono “New York Times” di allora.
La Mallon iniziò una nuova attività come lavandaia, ma non riuscendo a guadagnare uno stipendio congruo come quello di prima, acquisito lo pseudonimo di Mary Brown, decise di tornare alla vecchia professione, trascorrendo i cinque anni successivi, a cucinare, a diffondere il tifo ed a sfuggire alla polizia. Nel 1915, rintracciata nuovamente dai funzionari della sanità pubblica, nella periferia nella Contea di Westchester, presso New York, venne rispedita a North Brother Island, e questa volta per sempre.
Fu scientificamente confermato, da un’apposita commissione tecnica, che (lett.) “Mary Mallon è afflitta da una forma di tifo cronico, asintomatico, dove i batteri di salmonella, accumultisi nella colicisti, non aggrediscono il suo organismo, pur rimanendo vivi, operosi e nocivi per il prossimo, attraverso il materiale fecale”. Non accettò mai la spiegazione dei medici, sul suo stato di salute. Probabilmente tutte le volte che andava in bagno, non si lavava bene e sufficientemente le parti intime e le mani (allora, come ora, il bidet era un oggetto sconosciuto in America), contaminando, di conseguenza, tutto ciò che toccava. Certo è che Mary ed il tifo viaggiavano insieme. “Non ho mai avuto il tifo in vita mia e sono sempre stata in buona salute”, scrisse una volta. Ancora oggi è difficile per molti comprendere il concetto di “portatori sani”, di persone che ospitano una malattia, ma non sembrano ammalarsi mai a causa di essa. Figuriamoci a quei tempi. Soper acquistò, infatti, una certa notorietà per essere stato il primo a descriverne un caso, nella storia sanitaria degli Stati Uniti.
Typhoid Mary, la cuoca irlandese, passata alla storia della medicina come il primo caso di paziente infetto asintomatico, finì tristemente e paradossalmente una “quarantena” durata 26 anni, incontrando la morte l’11 novembre 1938, due mesi dopo il suo sessantovesimo compleanno, a causa di un ictus che l’aveva quasi completamente paralizzata, sei anni prima.
Nel 1939, George Soper pubblicò un vivido resoconto del suo lavoro di detective e del suo rapporto con la Mallon. Secondo Judith Walzer Leavitt, autrice, nel 1996, del libro “Typhoid Mary: Captive to the Public’s Healt” (Maria Tifoide: prigioniera della salute pubblica), William Randolph Hearst, magnate dell’editoria, profondamente indignato contro il sistema sanitario nazionale americano, finanziò segretamente la causa di Mary contro il Dipartimento della Salute, nel 1909.
Per la cronaca, il concetto di “quarantena” è figlio della cultura veneziana che, nel 1347, durante la peste nera in Europa, costrinse le navi ed i loro equipaggi, a rimanere in porto per quaranta giorni, senza sbarcare, al fine di fermare la diffusione del contagio.
Quella di Mary fu una realtà spaventosa, una parabola monodimensionale sulla salute pubblica. Trattata come una cavia da laboratorio, divenne una vittima delle leggi sanitarie, della stampa e, soprattutto, del cinismo di medici che avevano molto tempo per eseguire test, ma non per parlare con i loro pazienti. Da persona cattiva venne, col tempo, trasformata in candida vittima.
Le sfide che lei ed i suoi “persecutori” dovettero affrontare, comprese le idee sbagliate sulla diffusione asintomatica della malattia e sul precario equilibrio tra libertà individuale e benessere pubblico, non si discostano di molto da quelle realtà che stiamo affrontando, quotidianamente, oggi.

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