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1 Ottobre 2020

RSA: tranquilli muoiono solo i vecchi


È stata una crudele idiozia detta da alcuni all’inizio del diffondersi dell’epidemia quando si, iniziavano a giungere notizie di morti, ma in fondo erano spesso persone avanti con gli anni e già gravati di altre patologie.

Il Covid-19 era una novità e c’era aria di ridere e scherzare, di fare battute sui social, di canzoncine goliardiche. Tanto muoiono soli i vecchi.

Solo a pochi, e tra essi certo non certo il Governo, era forse venuto in mente che poteva esserci un rapporto tra il numero di infezioni da Coronavirus e le dinamiche familiari.

Ma la stragrande maggioranza della gente e dei politici, ancora si ricorda Zingaretti che minimizzava, no. Tanto muoiono solo i vecchi.

Forse solo tra i più illuminati e lungimiranti ricercatori si erano posto il problema notando la discrasia tra i dati epidemici di alcune regioni del nord e quelle del centro sud.

A cose fatte, oramai il picco dell’epidemia sembra essere passato (NDR: tra il 19 e il 20 aprile) forse si può entrare di più nel merito di certi discorsi sociali a causa delle differenti dinamiche familiari che, in effetti, ancora dividono in due l’Italia.

Partendo dalla lettura dei dati ufficiali e da uno studio preliminare condotto dall’Iss su circa 4.500 casi notificati tra l’1 e il 23 aprile secondo cui “il 44,1% delle infezioni si è verificato in una Rsa, il 24,7% in ambito familiare, il 10,8% in ospedale o ambulatorio e il 4,2% sul luogo di lavoro”, l’ipotesi non sembra poi così peregrina.

A confermarlo, almeno apparentemente, è il Presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro che durante una conferenza stampa all’Iss su “Covid-19, analisi dell’andamento epidemiologico e aggiornamento tecnico-scientifico” ha asserito testualmente che “La gran parte delle infezioni si verificano fondamentalmente dove si concentrano sostanzialmente le persone anziane e i disabili, poi c’è il livello familiare, quindi le strutture sanitarie e il livello lavorativo”.

Insomma, secondo l’ISS, sarebbero state proprio le RSA, le Residenze Sanitarie Assistenziali, ossia le case di riposo per anziani più volgarmente dette ospizi, i famosi focolai che tanto si cercavano ed a causa dei quali il prospero nord ha avuto la peggio sull’arretrato sud.

Del resto in Italia si contano 4629 case di riposo con una popolazione di ben 300.000 ospiti e più di un quinto dei quali solo in Lombardia.

Dunque parrebbe proprio che il nord, dove gli affetti familiari sono stati maggiormente sacrificati sull’altare di un modello familiare più rarefatto in cui spinte centrifughe causano l’esplosione del modello della famiglia allargata in favore di piccoli nuclei familiari dove i coniugi non vivono a casa che poche ore ogni giorno, dove la gestione degli anziani diventa un problema che si risolve semplicisticamente trovando loro posto in una casa di riposo, sia rimasto vittima della sua stessa pretesa modernità.

Nella buona sostanza, il morbo covato nelle RSA sarebbe poi stato portato all’esterno e diffuso grazie ai parenti degli ospiti delle case di riposo che restavano contagiati durante le visite.

Insomma una sorta di disegno della natura che si ribella all’uomo moderno e ai suoi modi di vivere sempre più innaturali, dove i ruoli in seno alle famiglie si diluiscono fino a confondersi o, addirittura, si invertono, dove si perde il diritto naturale a una serena vecchiaia trascorsa tra gli affetti familiari a causa dinamiche sociali fuori controllo.

I componenti di queste famiglie moderne trovano, forse, pretese giustificazioni nel parcheggiare i loro anziani in una casa di riposo pensando che in fondo i “vecchi” devono stare con i loro coetanei, che la struttura scelta è al pari di un albergo di lusso e, in quanto tale, dove è desiderabile viverci.

Tuttavia resta il dubbio che possano essere motivazioni di comodo elaborate al solo scopo di tacitare i morsi della coscienza e lo testimonia una accorata lettera indirizzata a figli e nipoti, di uno dei tanti nonni “parcheggiati” nelle dorate RSA:

“Da questo letto senza cuore scelgo di scrivervi cari miei figli e nipoti. (L’ho consegnata di nascosto a Suor Chiara nella speranza che dopo la mia morte possiate leggerla). Comprendo di non avere più tanti giorni, dal mio respiro sento che mi resta solo questa esile mano a stringere una penna ricevuta per grazia da una giovane donna che ha la tua età Elisa mia cara, l’unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso ma da quando porta anche lei la mascherina riesco solo a intravedere un po’ di luce dai suoi occhi uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano. Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avrete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella “prigione”.
Si, così l’ho pensata ricordando un testo scritto da quel prete romagnolo, don Oreste Benzi che parlava di questi posti come di “prigioni dorate”. Allora mi sembrava esagerato e invece mi sono proprio ricreduto. Sembra infatti che non manchi niente ma non è così…manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno “come stai nonno?”, gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare e poi quel mio finto dolore per spostare l’attenzione e far dimenticare tutto. In questi mesi mi è mancato l’odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Questo è vivere, è stare in famiglia, con le persone che si amano e sentirsi voluti bene e voi me ne avete voluto così tanto non facendomi sentire solo dopo la morte di quella donna con la quale ho vissuto per 60 anni insieme, sempre insieme.
In 85 anni ne ho viste così tante e come dimenticare la miseria dell’infanzia, le lotte di mio padre per farsi valere, mamma sempre attenta ad ogni respiro e poi il fascino di quella scuola che era come un sogno poterci andare, una gioia, un onore. La maestra era una seconda mamma e conquistare un bel voto era festa per tutta la casa. E poi, il giorno della laurea e della mia prima arringa in tribunale. Quanti “grazie” dovrei dire, un’infinità a mia moglie per avermi sopportato, a voi figli per avermi sempre perdonato, ai miei nipoti per il vostro amore incondizionato. Gli amici, pochi quelli veri, si possono veramente contare solo in una mano come dice la Bibbia e che dire, anche il parroco, lo devo ringraziare per avermi dato l’assoluzione dei miei peccati e per le belle parole espresse al funerale di mia moglie.
Ora non ce la faccio più a scrivere e quindi devo almeno dire una cosa ai miei nipoti… e magari a tutti quelli del mondo. Non è stata vostra madre a portarmi qui ma sono stato io a convincere i miei figli, i vostri genitori, per non dare fastidio a nessuno. Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno, forse sarà stato anche per orgoglio e quando ho visto di non essere più autonomo non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me, di un uomo del tutto inerme, incapace di svolgere qualunque funzione.
Certo, non potevo mai immaginare di finire in un luogo del genere. Apparentemente tutto pulito e in ordine, ci sono anche alcune persone educate ma poi di fatto noi siamo solo dei numeri, per me è stato come entrare già in una cella frigorifera. In questi mesi mi sono anche chiesto più volte: ma quelli perché hanno scelto questo lavoro se poi sono sempre nervosi, scorbutici, cattivi? Una volta quell’uomo delle pulizie mi disse all’orecchio: “sai perché quella quando parla ti urla? Perché racconta sempre di quanto era violento suo padre, una così con quali occhi può guardare un uomo?”. Che Dio abbia pietà di lei. Ma allora perché fa questo lavoro? Tutta questa grande psicologia, che ho visto tanto esaltare in questi ultimi decenni, è servita solo a fare del male ai più deboli? A manipolare le coscienze e i tribunali? Non voglio aggiungere altro perché non cerco vendetta. Ma vorrei che sappiate tutti che per me non dovrebbero esistere le case di riposo, le Rsa, le “prigioni” dorate e quindi, si, ora che sto morendo lo posso dire: mi sono pentito. Se potessi tornare indietro supplicherei mia figlia di farmi restare con voi fino all’ultimo respiro, almeno il dolore delle vostre lacrime unite alle mie avrebbero avuto più senso di quelle di un povero vecchio, qui dentro anonimo, isolato e trattato come un oggetto arrugginito e quindi anche pericoloso.
Questo Coronavirus ci porterà al patibolo, ma io già mi ci sentivo dalle grida e modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco…l’altro giorno l’infermiera mi ha già preannunciato che se peggioro forse mi intuberanno o forse no. La mia dignità di uomo, di persona perbene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa. Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando e così il cambio. Ma non fate nulla vi prego…non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice. Fate sapere però ai miei nipoti (e ai tanti figli e nipoti) che prima del Coronavirus c’è un’altra cosa ancora più grave che uccide: l’assenza del più minimo rispetto per l’altro, l’incoscienza più totale. E noi, i vecchi, chiamati con un numeretto, quando non ci saremo più, continueremo da lassù a bussare dal cielo a quelle coscienze che ci hanno gravemente offeso affinchè si risveglino, cambino rotta, prima che venga fatto a loro ciò che è stato fatto a noi.
Vostro nonno”

Da tutto ciò si evincono almeno due concetti.

In primo luogo ad alcuni è sembrato evidente sin da subito che le RSA potevano essere delle bombe a orologeria ma l’attuale Governo è rimasto sordo a tali avvertimenti.

In seconda battuta che, forse, i futuri governi (perché questo lo crediamo già alla frutta) dovrebbeRo iniziare a pensare seriamente a una serie di misure per favorire la permanenza degli anziani nei nuclei familiari d’origine.
Forse sarebbe più umano e in definitiva, alla luce di quanto accaduto, più “smart”.

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