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1 Ottobre 2020

199 anni fa


Il 5 maggio appena trascorso, rimarrà alla storia come il giorno in cui milioni di persone sono ritornate alla vita; quello del 1821 segnò la fine di una vita che condizionò la storia di milioni di persone.
“ Tutti nascono anonimi come me, in un’ anonima Ajaccio, in un’ anonima isola, in un anonimo 15 agosto, di un anonimo 1769, da due anonimi Carlo e Letizia Ramolino; solo dopo diventano qualcuno; e se prima di ogni altra cosa sono capaci di non deludere se stessi, anche la volontà divina si manifesta sull’uomo”. E’ il Napoleone ormai sconfitto, quello del “Memoriale di Sant’Elena, che vedeva in se stesso l’alfiere di una volontà divina.
Quando la sua grande opera, quella dell’instaurazione di una nuova dinastia e della fondazione di un impero universale, fallì, il Buonaparte (poi francesizzato in Bonaparte) divenne nella fantasia dei poeti, un secondo Prometeo, di cui la divinità avrebbe punito l’audacia, il simbolo del genio umano alle prese con il Fato. In molti, al contrario, vollero fare di lui lo “zimbello” del determinismo storico, col pretesto che l’insurrezione conduceva necessariamente alla dittatura e che l’acquisto delle frontiere naturali condannava la Francia alla guerra esterna.
La Rivoluzione Francese del 1789 aveva portato, grazie al suo determinato e travolgente intervento, il proletariato al potere. Egli pose fine al processo giacobino, inventando e collaudando una struttura istituzionale, che consentisse il passaggio al capitalismo. Sotto la sua protezione, i notabili recuperarono la loro dignità e videro accrescere ricchezze ed influenza. Liberati dalla minaccia popolare, essi si prepararono a governare ed a restaurare il liberalismo. Diede loro, con mano da maestro, nuovi quadri amministrativi. Poi, improvvisamente, incominciò a ragionare da tiranno. Divenne sempre più ostile alla rivolta, al punto che, se il tempo glielo avesse permesso, avrebbe finito col ripudiare, in parte, l’uguaglianza civile. Che un governo autoritario fosse indispensabile alla salvezza di quella nazione, visto il patteggiamento degli avversari con lo straniero, fu un dato di fatto. Ma la borghesia si sentì fortemente tradita nelle proprie aspettative, assistendo alla completa concentrazione di ogni assoluta autorità, solo nelle sue mani. Eppure l’immaginazione popolare fece di lui “le héros de la Révolution”.
In Europa, la diffusione delle idee francesi, l’influenza inglese, la crescita del capitalismo, e di conseguenza della classe benestante, tendevano allo stesso risultato. Napoleone ne affrettò straordinariamente l’evoluzione, distruggendo l’antico regime, introducendo i princìpi dell’ordine moderno, cancellando le ultime sacche di feudalismo e costringendo l’intero continente alla modernità. Lo sviluppo della cultura, la proclamazione ideologica della sovranità popolare e l’espansione del romanticismo lasciavano prevedere il risveglio della nazionalità che lui, con i rimaneggiamenti territoriali e con le sue riforme, incoraggiò. Fu per eccellenza l’ispiratore dei suoi poeti. Ma, se la sua influenza fu tanto considerevole, lo fu nella misura in cui operò nello stesso senso delle correnti portatrici della civiltà europea. Sotto questo aspetto, fu l’uomo del secolo. E si spiega con ciò, come la sua fama, non priva di evidenti contraddizioni, sia nata così presto e si sia profondamente radicata.
Sognò un impero universale e, per i francesi, rimase il difensore delle “frontiere naturali”, mentre i liberali d’Europa lo contrapposero ai re della Santa Alleanza, come difensore delle nazionalità.
Sempre nel “Memoriale di Sant’Elena”, affermò: “Abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta l’Europa. Voglio fare di tutti i popoli europei un unico popolo……… Ecco l’unica soluzione che mi piace”.
Né la lunga restaurazione ottocentesca, né un Novecento segnato da due guerre mondiali, né tanto meno il nuovo millennio (evidente l’assenza dell’Europa in questi giorni così tragicamente bui) sono riusciti in quegli intenti.
Fu l’idolo dei romantici, mentre per i metodi del suo pensiero, come per i gusti letterari ed artistici, si riallacciò al puro classicismo. Non fu comunque un classico, se non per la cultura e per le forme dell’intelligenza. La molla della sua azione era l’inventiva, la spinta invincibile del temperamento. E’ il segreto del fascino che egli eserciterà eternamente sugli uomini, invasati dalla figura epica del condottiero, sinonimo di potenza. Di una potenza, principalmente militare, come quella della “Grande Armée”, l’esercito che raggiunse le 400.000 unità, composto dai suoi “grognards” (brontoloni), come amava chiamare con affettuoso orgoglio quei soldati che furono i principali artefici delle sue straordinarie fortune belliche. Una élite ruvida e spaccona, tra veterani e coscritti, che si basava su propri codici di comportamento e, soprattutto, sul culto dell’Imperatore, in funzione del quale viveva e moriva. Bastava che egli apparisse ai “suoi ragazzi”, perché pericoli, sofferenze, disagi venissero dimenticati. “Viva l’Imperatore!”. Con questa magica e liberatoria “parola d’ordine”, scattava un meccanismo che consentiva di sprigionare le energie più profonde e riposte. Ogni ostacolo poteva essere superato. Di battaglia in battaglia, fino al dramma di Waterloo, l’epilogo wagneriano nel quale la perfetta macchina da guerra napoleonica si frantumò definitivamente, uscendo dalla storia ed entrando nella leggenda.
Alla fine, fu costretto a navigare verso Sant’Elena, dove “la perfida Albione” (appellativo con cui amava identificare l’Inghilterra) aveva deciso di deportarlo. Quel tragico esilio, in un’isola tanto lontana, sperduta, sotto il sole equatoriale, in mezzo all’Oceano Atlantico, finì per dare al suo destino quel romantico prestigio, che sempre sedurrà le menti umane. E contribuì a far sorgere il mito che trasfigurò la sua funzione storica. Martire dei re, egli divenne per la Francia, l’unico grande eroe nazionale. Se lo tenevano prigioniero, lui che chiamavano “l’orco”, non lo facevano soltanto perché bastava il suo nome ad incutere loro paura. Si vendicavano del soldato “parvenu” che (lett.) “aveva osato farsi dare in moglie un’arciduchessa”.
Con un ultimo lampo, e non il minore, del suo genio, dettando le sue memorie, dimenticò tutto ciò che la sua politica aveva avuto di personale, per restare, unicamente il capo della rivoluzione armata, liberatrice dell’uomo e delle nazioni che, nelle sue mani, aveva deposto la propria spada.
“Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita la terra al nunzio sta”, lo pianse Alessandro Manzoni nei suoi versi.
Napoleone Bonaparte, rivoluzionario e Generale, Imperatore e grande riformatore, in una successione di battaglie e di conquiste, di amori e di tragedie, fu l’artefice di se stesso, disegnando la parabola di un uomo che conobbe la gloria ed i trionfi, ma anche la solitudine dell’esilio, di quell’esilio.
Dove, il 5 maggio 1821, dopo cinquantadue anni di acuta vivacità, i suoi occhi si chiusero per sempre. 

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