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18 Settembre 2020

Il samurai napoletano


Harukichi Shimoi era un giapponese dal fisico minuto, decisamente baso di satura, talmente basso che gli stessi compatrioti lo definivano “corto“; aveva occhiali stretti e lunghi e sopracciglia folte e sempre inarcate. Era innamorato di Dante e della lingua italiana, tanto da sognare di poter visitare un giorno la patria di Dante per leggere e tradurre di persona tutta la letteratura italiana. Era convinto che la lingua giapponese fosse incompleta: “Il Giappone ha una lingua che bada all’estetica grafica, non possiede parole capaci di comunicare concetti astratti. L’Italiano, invece, non bada alla bellezza delle lettere, ma al valore dei pensieri“.
Armato di queste intenzioni, nel 1911 Shimoi s’imbarcò alla volta di Napoli. Grazie all’ambasciatore italiano a Tokyo, ottenne una presentazione per l’Istituto Orientale di Napoli, la prima scuola di scienze orientali d’Europa. Diventò così professore della neonata cattedra di Giapponese.
Inizialmente parlava malissimo in Italiano e, nel modo più napoletano possibile, cercava di farsi capire con ampi gesti, finché in città non cominciò a parlare direttamente la lingua napoletana.
La Ia Guerra Mondiale lo colse in Italia e, anche se il fronte della Prima Guerra Mondiale è rimasto sempre abbastanza lontano dal Vesuvio, il giovane samurai intercettò lo spirito degli interventisti e nel 1915 si propose come volontario per combattere la guerra contro gli austriaci.
E proprio Shimoi, mentre agiva fra gli Arditi e raccontava sui giornali napoletani il fronte di guerra, annotò spesso gli incontri con i militari napoletani, che chiamava “fratelli”. E fu proprio in guerra che conobbe Gabriele D’Annunzio, con cui coltivò un’amicizia che durò per tutta la vita, tanto da arrivare a dedicargli un tempio in Giappone.
Fu anche uno degli intellettuali che contribuì alla nascita dell’Asse Roma-Tokyo-Berlino, marciò assieme a D’Annunzio durante la Conquista di Fiume e addirittura arrivò a convincere Mussolini a diventare la mascotte di una bibita gassata in Giappone. Ma soprattutto sapeva parlare solo in napoletano. La sua storia è stata ricostruita magistralmente da Guido Andrea Pautasso nel suo libro “Un Samurai a Fiume”. Ma vediamola più in dettaglio.
Da buon giapponese, il suo primo incontro con Napoli, appena sbarcato, dovette essere inizialmente un vero e proprio shock, ma superato l’impatto con il mondo occidentale, si innamorò della città: frequentò sia i salotti culturali, accompagnato da Gherardo Marone, Benedetto Croce e tutta l’élite dell’epoca, e si immerse nelle strade del popolo, frequentando i mercati, le strade affollate e le zone più povere della città, che esplorò con passione e interesse. Shimoi era infatti affascinato dall’abilità comunicativa dei napoletani, che riteneva simile a quella dei giapponesi.
C’è un episodio che racconta alla grande quanto Shimoi fosse diventato napoletano: un giorno decise di prendere una carrozza per arrivare all’Infrascata, quella che oggi è Via Salvator Rosa.
Il vetturino, pensando che il passeggero fosse un turista, cominciò a deriderlo con commenti in napoletano, dicendo fra sé e sé che lo avrebbe spennato una volta arrivato a destinazione.
Una volta arrivati a destinazione, il cocchiere chiese una cifra altissima, aggiungendo commenti offensivi sulla statura del passeggero. Il giapponese, esaurita la pazienza, prese l’uomo per il bavero della camicia e gli lanciò una serie di minacce e insulti degni di una taverna del Porto, tutti esclamati in un Napoletano perfetto. Al che, il cocchiere esclamò sorpreso: “Chisto è cchiù nnapulitano ‘e me!“
La Grande Guerra terminòcon quella che venne battezzata “la Vittoria Mutilata“: gli accordi di Versailles non restituirono all’Italia l’Istria e la Dalmazia e – forte del malcontento popolare – D’Annunzio decise di radunare un battaglione di arditi per conquistare la città di Fiume, con un’impresa eroica che entrò nell’immaginario di tutti i giovani italiani dell’epoca.
Davanti all’entusiasmo e al carisma del Poeta Vate, Shimoi rimase incantato e partecipò all’avventura di Fiume. Ma l’esperienza, dopo pochi mesi, finì malissimo: durante il “Natale di Sangue” del 1920, l’Esercito Italiano cacciò a cannonate i legionari di D’Annunzio dalla città.
Negli anni successivi, con l’avvento dell’era fascista, Shimoi tornò a Napoli e continuò la sua opera di traduzione della poesia Giapponese in Italiano, facendosi anche promotore dell’introduzione del Judo in Italia.
Dopo aver assistito alla Marcia su Roma, cominciò ad avere una vera e propria venerazione nei confronti di Mussolini, e fu proprio la sua amicizia con il Duce a far stringere i legami fra Italia e Giappone, tanto che Mussolini inviò a Tokyo una colonna della casa di Pompeo dedicandola “allo spirito del Bushido“. I rapporti fra l’Italia e il mondo Giapponese, con l’intercessione di Shimoi, diventarono via via più intensi fino a giungere alla nascita dell’Asse Roma-Tokyo Berlino, in cui Shimoi svolse il ruolo di interprete e promotore della cultura italiana in Giappone, in cui volle far costruire anche un tempio shintoista dedicato a Dante.
L’epopea politica di Shimoi finì con l’arrivo della seconda guerra mondiale. Quando l’Italia cominciò a stringere i suoi rapporti con la Germania di Hitler Shimoi decise di ritornare in Giappone, anche se non rinnegò mai la sua fede di fascista della prima ora. Intervistato da Montanelli negli anni ’50 raccontò che Mussolini, dopo l’alleanza con Hitler, “si era nu poco ‘scimunito“.
Anche i rapporti fra Mussolini e D’Annunzio, da sempre contrastati se non indecifrabili, furono raccontati nel modo più napoletano possibile: per il Vate, Mussolini era “nu cafone” e per il Duce D’Annunzio era “‘nu pagliaccio“. Anzi, lo stesso Mussolini definì “un rompicoglioni” il poeta mentre era impegnato nella sua avventura di Fiume.
Poi, nel 1954, arrivò il suo ultimo giorno. Shimoi morì a Tokyo in modo discreto, senza grandi commemorazioni, come un personaggio scomodo da dimenticare. Era una figura difficile diviso fra un’immensa immensa opera culturale e un passato fascista: dopo la II Guerra Mondiale tornò a tradurre in Giapponese la letteratura italiana proprio come, tempo prima, aveva avvicinato l’Italia alla filosofia nipponica insegnando la cultura orientale, la storia e la mitologia del Sol Levante. Anche nel suo ricordo la città partenopea volle suggellare la vicinanza con il Giappone gemellandosi qualche anno dopo la sua morte con la città di Kagoshima.

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