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23 Settembre 2020

Il monopolio del “Monopoli”


E’ stata una mania, un articolo da regalo, un gioco di società innocente e raffinato con vincite solo nominali o un terreno di accanimento competitivo, per ottenere qualcosa di più concreto e remunerativo.
Parliamo del “Monopoly”. Ad un certo Darrow, un americano originario di Germantown, in Pennsylvania, viene attribuito il merito di averlo ideato.
Anche la versione italiana “Monopoli”, “Editrice Giochi” dal 1935 fino all’estate del 2009, quando è divenuto un marchio esclusivo della statunitense “Hasbro” (la seconda più grande società produttrice di giocattoli nel mondo, dietro solo al gigante “Mattel), prese il nome dal concetto economico di “monopolio”, il dominio del mercato da parte di un singolo venditore, il supermonopolista.
I giocatori (minimo due, massimo sei) spostano a turno, su di un tabellone la propria pedina, a seconda del risultato del tiro di due dadi, acquistando così delle proprietà terriere, su cui costruire (case e alberghi), per poi incassare le rendite di quelli la cui pedina si è fermata su una propria casella. Lo scopo, quello di restare l’ultimo in gara, mandando in fallimento tutti gli altri.
Questo passatempo così conosciuto, ha alle spalle una particolarissima storia. Alla fine degli anni ’20, il citato Charles B. Darrow, un ingegnere disoccupato, che arrotondava facendo il “dog walker”, voleva a tutti i costi diventare ricco, sfruttando il possibile sviluppo del settore immobiliare. Per fissare le sue idee, le schematizzò su di un tabellone e scoprì che il risultato dei suoi scarabocchi poteva essere trasformato in un gioco di società che chiamò “Monopoly”. Dopo averlo messo a punto, soddisfatto della cosa, pensò di prospettarlo, nel 1934, alla casa editrice “Parker & Bros.”, che non accettò il suo progetto, perché (gli venne detto) racchiudeva in sé ben 52 errori tecnici di progettazione.
Darrow, poco persuaso, decise di produrlo da solo, avvalendosi dell’aiuto di un amico tipografo. Riuscì, nonostante tutto, a vendere cinquemila scatole ad un grande magazzino di Filadelfia. A seguito della massiccia richiesta ricevuta, lo ripropose alla Parker che, questa volta, accettò con entusiasmo di pubblicarlo.
Da quando è uscito sul mercato, è stato acquistato da più di duecento milioni di persone e giocato da più di cinquecento milioni. Monopoly è disponibile in 111 Paesi e tradotto in 43 lingue differenti. Negli anni ’70, in Brasile, venne commercializzata un’edizione per non vedenti.
Nella versione originale americana, la somma totale di denaro virtuale in una confezione era di sedici dollari. Mister Monopoly era il nome dell’uomo del monopolio; il personaggio dietro le sbarre si chiamava “Jake il galeotto”; l’agente Edgar Mallory lo voleva mandare in prigione; le proprietà con più terreni erano sulla Illinois Avenue e lungo la B&O Railroad. La “mascotte” del gioco era Rich Uncle Pennybags, un omino grassottello che indossava un abito elegante ed aveva un cilindro per cappello. Il personaggio fu disegnato dall’artista Dan Fox ed apparve, per la prima volta, nell’edizione del 1936.
Alcune curiosità. Dal 1935, sono stare realizzate circa sei miliardi di piccole serre e due miliardi e mezzo di alberghi rossi. Il record di tempo trascorso, in eccesso, per portare a termine una partita è di 49 giorni, mentre quello passato per giocarlo in una vasca da bagno è di 99 ore. Nel 1978, il catalogo natalizio della “Neiman Marcus”, una catena lussuosa di grande distribuzione organizzata, con sede a Dallas, nel Texas, ne ha proposto una versione di cioccolato, al prezzo di seicento dollari. La sua realizzazione più costosa è opera del gioielliere Sidney Mobell. Il noto designer di San Francisco ha riprodotto il tabellone illustrativo in oro 23 carati ed ha tempestato i dadi di 42 diamanti bianchi. Inoltre, 165 pietre preziose adornano le caselle del tabellone e le carte “imprevisti” e “probabilità”. Questa “delizia” è stata usata una sola volta, durante una partita tra Mobell e l’ex Primo Ministro inglese Edward Heath. Ora è esposta al “Museum of American Finance” di New York.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, in Germania, sul retro dei tabelloni di monopoli, introdotti all’interno dei campi di prigionia (non di concentramento!), venivano trascritte le mappe di fuga, le direzioni da seguire e tutte le indicazioni necessarie. Il denaro vero per i fuggitivi veniva mischiato nei pacchetti di quello virtuale. A Cuba, il gioco ebbe un forte seguito fino a quando Fidel Castro, nel 1959, prese il potere ed ordinò la distruzione di tutte le confezioni.
Questa realtà storica va però rivisitata anche da un’altra prospettiva. Secondo l’Elliot Avedon Virtual Museum of Games dell’Università di Waterloo, nello Stato canadese dell’Ontario, il Monopoly potrebbe essere stato ispirato da un altro gioco, chiamato “The Landlord’s Game”, ideato nel 1904 da Elisabeth J. Magie (1866-1948), originaria della Virginia, che gli assomiglia moltissimo. Aveva anch’esso un tabellone con su disegnati quaranta spazi, quattro ferrovie, due servizi pubblici, ventidue proprietà in affitto, aree destinate a parcheggi ed un carcere.
La Magie, di religione quacchera, era una convinta sostenitrice del pensiero e delle opere dell’economista americano Henry George (1839-1897), che nella sua dottrina (georgismo) sosteneva la legittimità di appropriarsi di ciò che si creava con il proprio lavoro, asserendo che le imposte di ciascun individuo dovevano essere basate sulla quantità di terra che possedeva. In realtà, il “Landlord’s Game” fu concepito, da Lizzie Magie, come ausilio didattico-esplicativo all’insegnamento della teoria dell’imposta sul valore fondiario, nota come “tassa unica”.
Il gioco si diffuse inizialmente attraverso il passaparola. Le regole venivano trasmesse dai gruppi di amici che intendevano cimentarsi in esso; le tavole ed i pezzi per giocare, erano costruiti artigianalmente in casa. Eppure la sua diffusione fu rilevante ed inaspettata. Questo fatto indusse la Magie ad apporre, a più riprese, alcuni sostanziali cambiamenti, offrendo ai giocatori la possibilità di ottenere “affitti” più alti, nel caso possedessero il “monopolio”. Il gioco di Elisabeth J. Magie trovò enorme popolarità anche nel Dipartimento di Economia dell’Università della Pennsylvania, così come nei “campus” di Princeton ed Harvard.
Nel 1924, la Magie cercò di spingere George Parker all’acquisto dei diritti del suo gioco sostanzialmente rinnovato, ma non ebbe successo perché il “Landlord’s Game” venne giudicato, dall’editore, troppo politicizzato. Il prodotto di Lizzie Magie fu liberamente giocato con molte varianti e con nomi diversi e rimase di pubblico dominio almeno fino a quando Cherles Darrow e la Parker Brothers non ne assunsero la “paternità” ufficiale.
Trasformando così un curioso “imprevisto”, in una miliardaria “probabilità”…….come dal nome delle due rinomate caselle del tabellone.

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