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24 Settembre 2020

L’epidemia rallenta? Lo speriamo (ma non è il momento di mollare)


I dati che ogni giorno sono diffusi dalla Protezione Civile e dal Ministero della Sanità hanno lasciato senza argomenti chi, soltanto fino a qualche giorno fa, minimizzava il rischio di un contagio pressoché generalizzato.

Il numero di contagiati, in data di ieri 14 marzo, era di 17.750 persone.

Naturalmente questo dato è certamente per difetto in quanto se è vero che l’80% circa delle persone si contagia in modo asintomatico, si deve supporre non lontano dal vero che quel numero si riferisca a quel solo 20% che avendo avuto sintomi, si è recato in ospedale e gli è stato fatto il tampone.

Non è proprio così in realtà in quanto il tampone, almeno inizialmente, è stato fatto a molte categorie di persone indipendentemente alla circostanza di palesare sintomi o meno.

Le misure drastiche che sono state prese dal Governo dal giorno 11 marzo hanno fatto capire che i numeri si avviavano ad essere importanti con il possibile conseguente raggiungimento della saturazione dei posti disponibili nei reparti di terapia intensiva e sub intensiva che, in Italia, assommano a circa 5000 letti ma che devono accogliere anche pazienti di altre patologie.

Il modello italiano, preso a prestito da quello cinese, costituisce uno dei modi per fare fronte a una epidemia ossia quello di evitare il più possibile il contagio, allontanando le persone tra di loro per il tempo necessario (incubazione e malattia conclamata) a che il meccanismo del contagio non si autoalimenti.

Un secondo approccio è, invece, quello inglese che mira a risolvere il problema epidemico sviluppando la così detta immunità di gregge.

Ciò significa che quando il 60-70% della popolazione avrà contratto il virus, pur accettando un certo numero di decessi (sicuramente superiore all’approccio italiano e cinese), la popolazione rimanente si sarà naturalmente immunizzata.

Certamente il modello inglese è più cinicamente speculativo di quello italiano e non è difficile capire che, tutto sommato, a fronte di minori sacrifici chiesti alla popolazione, mette in conto anche che se maggiori perdite ci saranno, tutto sommato sarebbero a carico della popolazione anziana (ossia non più produttiva e che, anzi, assorbe risorse dagli istituti previdenziali).

Un approccio che, fortunatamente, il Governo italiano ha scelto di non seguire premiando, invece, il modello d’azione già sperimentato in Cina (sia pure fatte le debite differenze di regime politico).

Se in un primo momento l’andamento dei casi riscontrati positivi ha avuto una chiara legge esponenziale, il che è tipico dei fenomeni epidemici allo stato iniziale d’espansione, da qualche giorno sembra, il condizionale è d’obbligo in quanto è davvero troppo presto per giungere a conclusioni scientificamente valide, che la curva dei contagi si stia addolcendo mostrando un andamento polinomiale (NDR: in figura la linea rossa indica l’andamento reale dei contagi mentre quella gialla un modello di tipo esponenziale).

Ció non significa che l’epidemia è vinta ed è possibile ritornare alla vita normale ma, anzi, che proprio adesso non bisogna mollare e si deve proseguire con le misure di isolamento sociale e di igiene già prescritte.

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