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27 Gennaio 2021

La verità statistica sul Coronavirus


Il Coronavirus (COVID-19), che oggi è sulla bocca di tutti e suscita tanta apprensione, è solo l’ultima delle epidemie che ha coinvolto il mondo è, più segnatamente, il nostro paese.
Causata da non si sa bene come, si è diffusa molto celermente a causa della globalizzazione che comporta scambi e promiscuità tra le genti di tutto il mondo terraqueo.

Ma questa epidemia, fortunatamente, sembra avere delle caratteristiche “rassicuranti” rispetto ad altre forme epidemiche (NDR: lo diciamo tra virgolette e, naturalmente, con ovvia cautela) nel senso che le statistiche diffuse dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sembra confortare nel far ritenere che il tasso di mortalità relativo al COVID-19 non è poi così differente dalle normali epidemie influenzali che ogni anno ci raggiungono.

Si stima, infatti, che su 100 pazienti infettati dal virus, almeno 80 non si accorgono neppure di essere infettati e la malattia decorre in modo totalmente asintomatico.
Stando così le cose, chiunque potrebbe risultare positivo a un controllo (NDR: tampone, metodica che peraltro induce un qualche percento di false risposte).

Nei rimanenti 20 casi in cui il morbo si conclama con un vero e proprio stato di malattia, in circa 15 si ravvisano sintomi lievi simil influenzali e solo nei rimanenti 5 casi si assiste alla comparsa di sintomi severi che, in due o tre casi, poi portano alla morte nei soggetti più anziani o già debilitati da altre malattie.

Ben più gravi sono state nel recente passato altre epidemie come, ad esempio, quella dell’influenza spagnola, altrimenti conosciuta come la grande influenza o epidemia spagnola.
Fu una pandemia influenzale, insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo, la prima delle due pandemie che coinvolgono il virus dell’influenza H1N1. Essa arrivò ad infettare circa 500 milioni di persone in tutto il mondo, inclusi alcuni abitanti di remote isole dell’Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, provocando il decesso di 50-100 milioni (dal tre al cinque per cento della popolazione mondiale dell’epoca).

Ma anche a non voler pensare all’influenza spagnola, ma ai ben più benevoli ceppi influenzali che annualmente ci raggiungono, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, è possibile dire che ogni anno le sindromi simil-influenzali coinvolgono circa il 9 per cento dell’intera popolazione italiana, con un minimo del 4 per cento, osservato nella stagione 2005-06, e un massimo del 15 per cento registrato nella stagione 2017-18.

Parliamo di numeri, solo in Italia, che vanno dai 2 ai 7 milioni di persone che ogni anno si ammalano d’influenza.

E, anche per l’influenza, le fasce più colpite della popolazione sono quelle in età pediatrica (0-4 anni e 5-14 anni) e con 65 anni e oltre.

In Italia i virus influenzali (NDR: ad es. i Rinhovirus) causano direttamente all’incirca 300-400 morti ogni anno, con circa 200 morti per polmonite virale primaria. A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4 mila e le 10 mila morti “indirette”, dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all’influenza.

E in Europa non va meglio. Secondo il Ministero della Salute, che riporta i dati del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), ogni anno in Europa si stimano circa 50 milioni di casi sintomatici di influenza, e fino a un miliardo nel mondo, secondo dati dell’OMS.

Dunque non ci si deve preoccupare per il COVID-19?

Assolutamente falso, nel senso che si devono intraprendere tutte le misure di prevenzione (pulizia scrupolosa di mani e ambienti pubblici limitando, in alcuni casi, l’assembramento delle persone) o, nei casi conclamati, di contenimento (quarantena in casa se si è riscontrata una mera positività al virus o ricovero in reparti ospedalieri d’isolamento in caso di malattia conclamata) per evitare il diffondersi dei contagi.
Ciò in quanto si deve tentare di preservare la salute anche degli anziani e dei più deboli nella convinzione che la vita di tutti è sempre preziosa che, col propagarsi della epidemia, sarebbero i maggiormente coinvolti con sindromi severe.

Tuttavia, inquadrare l’attuale problema nella giusta prospettiva può far riflettere e, forse, limitare quel senso di ansia collettiva (che in alcuni casi rasenta l’isteria) che ci danneggia così tanto.

Episodi come il prendere d’assalto e svuotare i supermercati, non mandare i ragazzi a scuola, dopo che le amministrazioni pubbliche hanno curato le doverose disinfestazioni, o non andare in ufficio sono atteggiamenti illogici. Basti riflettere sulla circostanza che per quante scorte alimentari una famiglia possa fare, a fronte d’un problema che pare ci accompagnerà ancora per alcune settimane, non è pensabile di non provvedere ad acquisti dei generi necessari (alimentari e non) sino alla fine dell’emergenza.

Analoga situazione vale per il blocco di tutte le attività cui quotidianamente si attende, da quelle scolastiche a quelle lavorative. Secondo alcune valutazioni, l’epidemia e soprattutto le misure adottate per contenerla causano nel breve termine un minor PIL (NDR: Prodotto Interno Lordo, ossia la ricchezza prodotta dal paese) compreso tra i 9 e i 27 miliardi di euro, a seconda delle ipotesi adottate sull’entità delle perdite e la flessione per l’intera economia invece va da un -1% a un -3%.

Insomma ci vuole cautela, ma anche buon senso.

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