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Direttore: Vincenzo Di Guida

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2 Aprile 2020

Eliminati dalla memoria


E’ successo, nel corso della storia che, in nome del “politicamente corretto”, interi suoi capitoli siano stati cancellati del tutto, nella memoria, nelle immagini o nei simulacri, per non ferire la coscienza e la suscettibilità delle nuove generazioni.
Non si può certo negare, ad esempio, che la civiltà antico-romana sia impregnata di inquietanti realtà, nella crudeltà del suo potere, nella sua economia fondata sulla schiavitù e la conquista, nella bellicosità che, fin dalla fondazione dell’Urbe, ha trascinato le proprie legioni a combattere i nemici della Repubblica e dell’Impero, per non parlare delle persecuzioni di razza o di religione. Eppure a nessuno è mai venuto in mente di abbattere la Colonna Traiana o il Colosseo, per rispettare i sentimenti e la suscettibilità di tantissime differenti etnie, allora coinvolte, che vivono, oggi, a Roma.
Nella moderna, evoluta e musicale New Orleans, la principale città dello Stato della Louisiana, è da qualche tempo in corso un repulisti generale di statue, raffiguranti personaggi o avvenimenti ed echeggianti la Confederazione Sudista della Guerra di Secessione americana.
La prima demolizione, nell’aprile del 2017, ha colpito l’obelisco, situato ai margini del quartiere francese, che commemorava la vittoriosa “Battaglia di Liberty Place” (1861), già teatro di sanguinosi tafferugli nel 1874, tra i sostenitori della supremazia bianca e la polizia metropolitana multirazziale, emblema dell’integrazione. E’ stata poi la volta della statua di Jefferson Davis, il Presidente Confederato, situata nel quartiere operaio di Mid-City. Stessa sorte al monumento equestre raffigurante il Generale sudista Pierre Gustave Toutant de Beauregard, l’eroe della “Prima Battaglia di Bull Run” (1861) e dello “Scontro di Shiloh” (1862), che occupava il centro della rotonda, di fronte al parco cittadino.
Grande scalpore ha creato la rimozione, nel cuore della città, della figura in bronzo, alta cinque metri, posta su di una base alta venti, del Generale Robert E. Lee, il Comandante dell’Armata della Virginia Settentrionale, l’uomo che tenne in scacco per quattro anni l’esercito dell’Unione ed arrivò a minacciare la città di Washington, prima della battaglia di Gettysburg. E’ stato, senza ombra di dubbio, il condottiero più osannato d’America, su cui venne costruito un mito di coraggio, nobiltà, generosità e capacità militari.
Secondo quanto comunicato dalla “National Public Radio”, “a New Orleans, i residenti afro-americani, che ricoprono il sessanta per cento dell’intera popolazione, non si sentono rappresentati dai simboli della Confederazione e della schiavitù, in nome della quale gli Stati del Sud scesero in guerra”.
Questi drastici provvedimenti non sono stati gli unici. Dopo l’assurda strage di Charleston, nella Carolina del Sud, avvenuta il 17 giugno 2015, nella quale Dylann Roof, di ventuno anni, leader di un gruppo di suprematisti bianchi, uccise nove persone, oltre al pastore ed alla Senatrice Clementa C. Pinckney, in una chiesa metodista di colore, molte Università e città statunitensi stanno facendo la stessa cosa, con i loro monumenti a ricordo dei confederati.
Rispondendo a chi si è detto contrario a rimuoverli, in nome di un passato che va comunque ricordato (le polemiche sono state e sono, tuttora, violente), il Sindaco di New Orleans, Mitch Landrieu, ha dichiarato sulla rivista “The Atlantic”, che “c’è differenza tra il ricordo della storia e l’ossequio nei confronti di esso. Lee, Davis e Beauregard non combatterono per gli Stati Uniti d’America. Combatterono contro. Possono essere stati guerrieri, ma in questa causa non furono patrioti. Queste statue non sono solo pietra e metallo. Non sono solo ricordi innocenti di una storia benevola. Questi monumenti sono lì per celebrare una Confederazione fittizia e ripulita, ignorando la morte, ignorando la schiavitù e il terrore che in realtà rappresentò”.
Una visione diametralmente opposta la si può trovare nella trama del romanzo di Margareth Mitchell, “Via col vento” e, soprattutto, in quella del film che ne venne tratto, interpretato da Clark Gable, Vivien Leigh, Olivia de Havilland e Leslie Howard, che celebrò un Sud sospiroso, allegro, raffinato, fatto di galantuomini, dame e schiavi fedeli e felici, come Mamie, la governante nera di Rossella O’ Hara. Un Sud che, mobilitato da venti di guerra, si accingeva, suo malgrado, a difendere il proprio mondo, oppresso dalla supremazia di un Nord industrializzato, combattendo non per mantenere salda la schiavitù, ma per avere il diritto di staccarsi da un’Unione in cui non si riconosceva.
Questa romantica realtà è raccolta in un’ideologia pseudo-storica e negazionista americana, chiamata “The Lost Cause of Confederacy”, o più semplicemente “Lost Cause” (Causa Persa), che sostiene il giusto ed eroico comportamento della Confederazione, durante la guerra civile. Trattata in maniera particolarmente dettagliata, la si può riassumere in pochissimi punti.
Fu la secessione, e non la schiavitù, a provocare la guerra; gli afro-americani erano “schiavi fedeli”, leali ai loro padroni ed alla causa confederata, ed erano impreparati alla responsabilità di essere liberi; la Confederazione fu sconfitta militarmente solo a causa della schiacciante supremazia dell’Unione, in uomini e risorse; i soldati confederati erano santi ed eroi; il più santo ed eroico di tutti i Confederati e forse di tutti gli americani, fu Robert E. Lee; le donne del Sud furono leali alla causa confederata e santificate dal sacrificio dei loro cari alla patria.
Questi concetti circolavano già durante la guerra civile e, da allora, si sono diffusi in tutti gli Stati Uniti, fino a produrre una vero e proprio culto, quello del Sud. Secondo il quotidiano “Usa Today”, i monumenti che celebrano i confederati sono tra i settecento ed i mille, distribuiti in trentuno stati americani. Alcuni di questi, come il Montana, ad esempio, non esistevano ancora all’epoca dei fatti.
La ribellione degli Stati Confederati al legittimo governo federale, eletto con metodi democratici, ebbe negli Stati Uniti conseguenze paradossali. Si pensi che due terzi degli abitanti del Kentucky presero parte alla guerra di secessione combattendo nelle file unioniste, eppure lo stato è pieno di monumenti dedicati al Sud, tra cui quello del Presidente Jefferson Davis che, nella città natale, Fairview, svetta con i suoi centosette metri di altezza, rendendolo il più imponente di tutti gli USA.
Ma viene da chiedersi cosa ci sia di vero nella “Lost Cause”? Qualcosa sì, presumibilmente, come in tutte le leggende. Ma in gran parte è solo leggenda. La menzogna principale è soprattutto nella tesi che la schiavitù ed il razzismo non abbiano avuto nulla a che vedere con la guerra. Per capire, basta leggere il famoso passo del “Discorso della Pietra Angolare” (The Cornerstone Speech), citato anche dal sindaco Landrieu. Fu pronunciato dal Vice Presidente sudista Alexander Stephens.
Così recita nel punto più saliente: “La Pietra Angolare [della Confederazione] si basa su una grande verità, che il negro non è uguale al bianco; che la schiavitù, sottomissione ad una razza superiore, è la sua naturale e normale condizione. Questo nostro nuovo governo è il primo, nella storia del mondo, basato su questa grande verità fisica, filosofica e morale!”.
Nonostante tutto, la leggenda del Sud, schiavista benevolo e della sua guerra santa, si è diffusa a macchia d’olio. Perfino Raimondo Luraghi (1921-2012), il più grande storico italiano della Guerra Civile Americana, dopo aver individuato nella schiavitù uno dei motivi principali del conflitto, ha fatto poi fatica a sottrarsi al fascino romantico del Generale Lee e del “suo popolo”. Anche se i vertici sudisti erano in gran parte proprietari di schiavi.
In effetti, celebrare proprio a New Orleans, che fu sede del più grande “mercato di esseri umani” degli Stati Uniti, con cinquecento quaranta linciaggi di neri, le gesta e l’eroismo di quegli uomini, può apparire inappropriato.
Soprattutto se i cittadini riflettono sul fatto che, nella prima metà del 1800, in quel mercato fu venduta, tra gli altri, per l’ingente somma di cinquecento cinquanta dollari, una giovane di quattordici anni, Charlotte Rankin, ma non vi è nessun monumento che la ricordi.

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