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14 Luglio 2020

Toscani, i ponti e le sardine


Lo confesso: non ho mai avuto simpatia per Oliviero Toscani. L’ho sempre considerato un gretto radical chic troppo pieno di sé e dei denari che nei decenni ha ricevuto dalla famiglia Benetton per quattro fotografie neanche tanto belle ma sempre e comunque offensive. Toscani ha fatto della provocazione una bandiera, ha sempre cercato di sorprendere con immagini che suscitavano o evocavano un’idea scandalosa. Ricordate il cavallo nero che copula con la cavalla bianca? O le immagini dei baci tra prete e suora, tra Benedetto XVI e l’Ayatollah, Obama e Hugo Chavez, Merkel e Sarkozzi? O le variegate (e stucchevoli) foto in cui coloratissimi vestiti di pessima qualità sono indossati da persone multicolori in cui era immancabile il nero e il giallo vicino al biondo teutonico e all’indù? Da quarant’anni Toscani (con l’ovvio avallo della famiglia de’ Autogrill) ci sta passeggiando sulle gonadi con immagini squallide, perfettamente intonate alla scadente qualità di abiti in cui l’unica cosa italiana è l’etichetta che le spaccia per “Made in Italy”.
Ma Toscani non si cura di queste piccolezze, non se ne è mai occupato. Il fatto che poveracci con gli occhi a mandorla lavorino 12 ore o più coi piedi nei coloranti tossici fino a morire di cancro a trentacinque anni (come ha ben evidenziato un servizio di Laura Colosso per Report lo scorso anno) è oltre i margini dei suoi interessi, i quali finiscono sulla soglia della banca in cui riversa i proventi miliardari del suo lavoro.
Salvo poi proclamarsi acceso paladino della sinistra e del proletariato, nonché strenuo oppositore dei fascismi di tutto il mondo, scagliandosi – a volte con estrema violenza verbale – contro chiunque esprima pensieri differenti dai suoi (che grande democratico, nevvero?).
La scorsa settimana nella trasmissione “Un giorno da pecora” questo improbabile ideologo dell’immagine ha avuto la pochezza di spirito e il cattivo gusto di asserire, parlando del ponte Morandi: “A chi interessa che caschi un ponte? Smettiamola!” Già, perché per lui i Benetton sono stati sempre e solo dei benefattori, e la colpa del crollo è sicuramente di altri, non certo di chi (parole sue): “… sponsorizza un centro culturale” Il riferimento è a Fabrica, un progetto – manco a dirlo – partorito dalla mente del fotografo e ultimamente finito sotto i riflettori per l’inopportuna visita dei quattro membri fondatori delle “sardine” con tanto di foto ricordo in stile Teletubbies scattata ovviamente da lui.
I conduttori Giorgio Lauro e Geppi Cucciari gli hanno risposto assai piccati che “Alle persone che sono morte interessa eccome!”, ma lui niente: avanti imperterrito in un negazionismo ante litteram che suscita ribrezzo a dir poco.
Bene Marco Rizzo, intervistato in proposito: “Dietro il profitto e il denaro si nasconde la miseria interiore degli uomini… Guardando questo video vergognoso Gramsci si rivolta nella tomba, e pensare che gente del genere si proclama di sinistra.” E conclude: “Con loro neanche un caffé”. Chapeau.
Detto ciò, quel che fa più schifo in questa vicenda è il cinismo. E’ cinico il comportamento, è cinica la frase ed è cinico il contesto: una sorta di cerchio magico in cui la circonferenza è rappresentata dalla famigliola trevigiana e la tangente ad essa è questa scheggia impazzita di pensiero che blatera e vomita parole non interconnesse al centro direzionale delle idee. Più volte Toscani è stato condannato a risarcire che aveva insultato, offeso e ingiuriato. Speriamo che anche questa volta qualcuno muova querela e chieda un risarcimento esemplare. Ma non dev’essere un risarcimento monetario (tanto ci penserebbero i suoi mecenati a saldare il conto): il giudice dovrebbe condannarlo alla pena più tremenda che lui possa patire: il lavoro. Perché un figuro di tale schiatta ha sempre e solo scattato brutte foto, avendo avuto l’unica grande fortuna di essere stato accolto sotto l’ala benevola da un coacervo di parvenu buoni solo ad accumulare denaro a spese della povera gente, sbattendosene allegramente dei morti che si lasciano alle spalle, da Genova al Bangla Desh. Per chi difettasse nella scatola della memoria, ricordo che il 24 aprile del 2013, quando crollò il Rana Plaza di Savar (un sottodistretto della Grande Area di Dacca) dove trovavano posto su otto piani fabbriche tessili che lavoravano principalmente per la moda italica, tra le macerie che provocarono 1129 morti spuntarono migliaia di etichette a marchio Benetton, a riprova di quanto bene la famigliola veneta voglia al proprio Paese, ma soprattutto alle proprie tasche.
Ma di questo, ovviamente, Toscani non si cura. Lui è uomo di sinistra che vola alto, sopra alle miserie umane. Pertanto, a chi volete che importi se crolla un ponte? L’importante è che non rompiate il magico cerchio che crea l’equilibrio nella Forza (del dio Denaro). E ricordate sempre che i Benetton sono dei benefattori dell’umanità e che ora faranno beneficenza anche alle sardine. Tanto i soldi non mancheranno, anzi, continueremo a darglieli noi viaggiando da Torino a Milano, da Roma a Salerno, perché andrà a finire che la concessione autostradale non gliela leveranno: l’inciucio è già pronto e presto sarà di pubblico dominio, con buona pace dei crolli, dei morti italiani, indiani e cinesi. Un impero costruito sui morti.
Forse qualche giudice farebbe bene ad interessarsi più da vicino a questi personaggi dalla blanda umanità. E forse loro, col fotografo in testa, finché saranno su questo pianeta (tranquilli, anche per loro si avvicina la data di scadenza) farebbero bene a rileggersi lo Zanichelli alla voce ‘Umiltà’ e a ricordare che l’organo del pensiero, anche se inizia con la lettera C, non è il culo.

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