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9 Agosto 2020

Eroi bambini


Il Tenente Generale inglese, Lord Robert Baden-Powell (1857-1941), fondatore, nel 1907, della più grande organizzazione mondiale giovanile, diceva: “È qui dunque lo scopo più importante della formazione scout: educare. Non istruire, si badi bene, ma educare; cioè spingere il ragazzo ad apprendere da sé, di sua spontanea volontà, ciò che gli serve per formarsi una propria personalità”.
Indossare, fin da molto piccoli, quell’uniforme, leggermente diversa, esteriormente, in ogni Paese del mondo, ma perfettamente identica nella sua più sostanziale simbologia, è sempre stato, e sempre sarà, una delle sollecitazioni di maggior orgoglio che possa coinvolgere un ragazzo. E pensare che in Italia negli anni ’60 (con una definizione nemmeno delle più cattive), noi “Boy Scouts”, “Giovani Esploratori” (chi scrive lo è stato per venti anni) venivamo etichettati come “un gruppo di bambini vestiti da cretini, guidati da un cretino vestito da bambino”. Chissà se in giro c’è ancora qualcuno che pensa o dice simili stupidaggini? Se ci fosse, forse potrebbe cambiare idea conoscendo più a fondo lo “scoutismo”, quello che Baden-Powell costruì, sfruttando le proprie esperienze di guerra, durante il sanguinoso conflitto tra la Gran Bretagna ed i Boeri, in Sud Africa. Se ci fosse, forse potrebbe ricredersi scoprendo, ad esempio, la particolare ed eroica storia delle “Schiere Grigie”, (in polacco “Szare Szeregi”). Quel nome venne adottato dagli Scouts polacchi, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando lo scoutismo era una componente importante dell’esercito clandestino, impegnato nella resistenza al nazismo e nella rivolta di Varsavia del 1944, salvo poi essere perseguitato dai comunisti, arrivati al potere nel 1945, al seguito dei mezzi corazzati dell’Armata Rossa. Il loro destino, come quello dell’intero popolo, era comunque segnato. Se fossero sopravvissuti all’insurrezione, sarebbero finiti nei campi di concentramento. Se fossero scampati a quelli tedeschi, sarebbero stati rinchiusi in quelli sovietici. E se fossero riusciti a tornare dai “gulag”, la loro sorte (come ha scritto Norman Davies nel suo libro “God’s playground – A History of Poland”), sarebbe stata quella di essere nuovamente arrestati dalla polizia politica del regime comunista.
I Boy Scouts nacquero in Polonia nel 1916, quando questa non era ancora una nazione. Non sorprende quindi che dalla nascita del nuovo Stato nel 1918, in un’area d’Europa perennemente contesa tra russi e tedeschi, solcata da eserciti e lacerata da violenti contrasti etnici e religiosi, il movimento abbia, da subito, assunto un forte connotato nazionalista. Parteciparono a tutte le più violente operazioni militari. Furono presenti in quella contro l’Ucraina nel 1918, in quella contro i bolscevichi, dal 1919 al 1921, quando l’Armata Rossa venne sconfitta alle porte di Varsavia. Furono presenti nelle numerose rivolte armate, compiute per l’indipendenza dell’Alta Slesia dal dominio della Repubblica tedesca di Weimar, dal 1919 al 1920.
Ma fu durante la Seconda Guerra Mondiale che il movimento scoutistico polacco ebbe il suo massimo momento di gloria e di tragedia. I Capi furono incarcerati, sia dai russi che dai tedeschi, quando i comunisti ed i nazisti si divisero il Paese, nel 1939. Alcuni di loro, detenuti nella prigione di Ostashkov, nel nord ovest della Russia, furono uccisi per ordine di Stalin, durante la campagna di sterminio delle classi dirigenti polacche nel 1940. Nella zona occupata dai tedeschi, quei ragazzi, divenuti segretamente “Schiere Grigie”, furono inquadrati nell’esercito clandestino fedele al Governo, in esilio a Londra. Oltre che resistere alle truppe di invasione, avevano il compito di mantenere vivo lo spirito patriottico, in vista di una “imminente” resurrezione dello Stato indipendente.
Da sempre ed ancora oggi, la “Promessa” (così viene chiamato il giuramento), pronunciata in forma solenne dopo un periodo iniziale di verifica sulla disponibilità ad appartenere al movimento scout, si fonda su tre impegni fondamentali ed è, con sfumature leggermente diverse, la stessa in ogni espressione linguistica mondiale. In italiano recita: “Con l’aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio: per compiere il mio dovere verso Dio e verso la Patria, per aiutare il prossimo in ogni circostanza e per osservare la Legge Scout”. Quei ragazzi polacchi, però, ne aggiunsero un quarto: “Mi impegno a prestare servizio con le Schiere Grigie, a salvaguardare i segreti dell’organizzazione, ad obbedire agli ordini e a non esitare di fronte al sacrificio della vita”.
Alla promessa venne associata un’ulteriore linea programmatica, sintetizzata con le parole “dziś, jutro, pojutrze” (oggi, domani, dopodomani). Lottare oggi per l’indipendenza polacca, preparare l’insurrezione generale per liberare domani la nazione ed organizzare dopodomani la ricostruzione del Paese, una volta finita la guerra. Le Schiere Grigie vennero divise in gruppi, a seconda dell’età e del sesso, con diverse mansioni e responsabilità. I più piccoli, dai 12 ai 14 anni, furono raggruppati nell’Organizzazione Zawisza (dal nome dell’eroe medievale polacco Zawisza Czarny), dove, oltre allo studio obbligatorio, potevano prepararsi a svolgere mansioni sussidiarie, in attesa dell’insurrezione. Gli Scouts più grandi, quelli tra i 15 e i 17 anni, vennero addestrati nelle “Scuole di Combattimento”, per compiere attività di sabotaggio, propaganda e raccolta di informazioni, ricevendo una solida formazione militare di base, pur continuando a studiare, così da essere pronti a rivestire posizioni di vertice nella classe dirigente della futura Polonia indipendente. Infine, i giovani dai 17 anni in su furono preparati al combattimento, come truppe d’assalto e come quadri dell’esercito clandestino. Le “Guide Scout”, le ragazze cioè, inserite nell’organizzazione segreta “Unione del Trifoglio”, si dedicarono al supporto logistico, come infermiere, come addette al vettovagliamento, all’istruzione dei bambini, all’aiuto agli ebrei, al sostegno degli ex prigionieri ed alla cura dei feriti. Tutto ciò, non fu cosa da poco, considerando lo spietato nemico nazista.
In quegli anni furono condotte con successo operazioni particolarmente audaci, come l’assalto alle celle della Gestapo nella capitale, con ventotto Giovani Esploratori che riuscirono, non senza perdite, a liberare venticinque prigionieri polacchi, tra cui due importanti capi partigiani. Sempre gli Scouts ottennero la cattura di numerosi ufficiali delle SS, ritenuti colpevoli di efferati crimini contro la popolazione civile, come il Brigadeführer Franz Kutschera, un nazista austriaco divenuto Capo della Polizia e responsabile, in prima persona, dell’eccidio di centinaia di ostaggi, giustiziato dalle forze della resistenza, a raffiche di mitra, davanti al quartier generale delle SS, il 1° febbraio 1944. Per rappresaglia i tedeschi uccisero trecento cittadini, scelti a caso. L’eroismo della Schiere Grigie ed il loro valore in combattimento toccarono l’apice durante la sfortunata rivolta di Varsavia, scoppiata nell’agosto del ’44 e conclusa, dopo sessantatré giorni di feroci scontri, con la sconfitta dell’esercito clandestino ed i massacri indiscriminati di civili, perpetrati dagli uomini (più delinquenti comuni che militari) delle Brigate SS “Dirlewanger” e “Kaminski”, quest’ultima composta da mercenari cosacchi al soldo dei tedeschi. Alla rivolta parteciparono oltre ottomila, tra Scouts e Guide, combattendo in prima linea. Furono tra gli ultimi ad arrendersi. Nel gennaio 1945, l’Armata Rossa entrò a Varsavia, dopo essere rimasta ferma, mesi e mesi, davanti alla capitale per ordine di Stalin, che non aveva alcun interesse ad aiutare gli insorti polacchi, fedeli ad un governo, in esilio a Londra e decisamente anti-comunista. La Polonia, comunque, era finalmente libera dai nazisti.
Le Schiere Grigie uscirono dalla clandestinità, abbandonarono la “copertura” ed iniziarono a fare proseliti, per dare il loro contributo alla rinnovata nazione, come pretendeva la loro “Promessa”. Ma i momenti di soddisfazione e di serenità, giunti con l’insediamento del governo comunista, voluto dai russi, non durò molto. Come racconta la giornalista statunitense naturalizzata polacca, Anne Applebaum, nel suo scritto “La cortina si ferro” del 2012, il Partito prese sotto di sé il controllo di tutte le formazioni giovanili, riunendole in un’unica organizzazione, denominata “Unione della Gioventù Polacca”, eliminando ogni forma di pluralismo, sostituendo i vecchi dirigenti con propri personaggi politici e modellando i gruppi sugli storici “Pionieri Sovietici” (ispirati, nelle forme e nei motti, allo scoutismo, ma ricondotti alle elaborazioni pedagogiche marxiste, post rivoluzionarie del 1917). Nel 1956, morto Stalin, gli Scouts tornarono a essere una realtà relativamente indipendente e saldamente legata al cattolicesimo, rimanendo, tuttavia, nell’ambito degli organismi giovanili del partito comunista.
Negli anni ’80 alcuni dirigenti passarono nelle file di “Solidarnosć”, lo storico movimento sindacale indipendente, fondato a Danzica da Lech Walesa, che ebbe una fondamentale importanza nella caduta del potere sovietico.
Quando il Papa Santo, Giovanni Paolo II, ritornò in patria nel 1987, per quella tanto agognata visita pastorale, furono gli Scouts della sua terra a comporre la “Scorta d’Onore”.
Stava nascendo, in quegli anni, una nuova Polonia. I Giovani Esploratori, eredi delle “Schiere Grigie”, offrirono il proprio contributo, continuando ad onorare il loro giuramento e la “Promessa” particolare, pronunciata solennemente da quei piccoli grandi eroi in clandestinità, sotto la minaccia delle micidiali armi tedesche.

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