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24 Settembre 2020

Togliatti: se non assassino, almeno complice


Non è raro che persone nate e cresciute in Italia abbiano servito o ancora servano governi stranieri. Si tratta, per la maggior parte, di individui la cui provenienza familiare o culturale fa ascrivere più ad un’altra nazionalità che a quella italiana. Ciò in parte può giustificarne il comportamento che, tuttavia, se non moralmente è legalmente condannabile.
Tuttavia un esempio assolutamente non giustificabile di massima dedizione al servizio della causa di un altro Paese ce lo ha donato Palmiro Togliatti. Amico e sodale di Gramsci e in seguito Segretario dell’Internazionale Comunista nel 1937, da quell’anno Togliatti prende dimora in Russia per tornare in Italia nel 1944 come ministro nel governo Badoglio. Nominato in seguito ministro di Grazia e Giustizia tra il 1945 e il 1946, assume la dirigenza del Partito Comunista Italiano.
Di Togliatti sono note molte malefatte, commesse in proprio o con la complicità di altri membri del suo partito, tra cui Napolitano e Cossutta. Quando nel 1964 muore, anche in memoria dei servizî resi all’ebreo georgiano Josif Vissarionovic Djugasvili, detto Stalin, il governo sovietico fa cambiare nome alla città di Stavropol in «Toljattigrad». A titolo di curiosità ricordiamo che oggi in tale città, noto centro petrolifero, è attivo uno stabilimento automobilistico della FIAT.
Nel corso della Seconda guerra mondiale l’Italia inviò sul fronte russo il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), a cui fece seguito, su pressione di Mussolini, l’8a Armata Italiana in Russia, meglio nota come ARMIR, costituita in gran parte da Alpini.
Di essi molti non tornarono. Quanti? Difficile da stabilire con precisione. Giulio Bedeschi, autore di “Centomila gavette di ghiaccio” ricorda alcune cifre:
“Quando si parla dei 74.800 ‘non tornati’, si fa riferimento ai militari dell’ARMIR, schierati sul fronte al Don nell’inverno ’42-’43 fra 229.005 uomini che componevano l’Ottava Armata Italiana, impegnati quindi nelle disastrose battaglie di quell’inverno e nella ritirata che le concluse”. Indicativamente dalla Russia tornò un Italiano su due e delle sole Divisioni Alpine tornò in Italia un Alpino su dieci.
Occorre poi ricordare un’altra fonte (Luca Vaglica, I prigionieri di guerra italiani in URSS. Tra propaganda e rieducazione politica “L’Alba” 1943-1946, Prospettiva Editrice, Civitavecchia 2010, p. 5), la quale afferma che «su circa 70.000 soldati italiani catturati dall’Esercito Rosso dopo la disfatta dell’ARMIR, 10.087 furono rimpatriati, ovvero solamente il 14%. Tale percentuale risulta spaventosamente bassa soprattutto se confrontata con le percentuali di prigionieri di guerra italiani rimpatriati dalle altre potenze belligeranti: il 99% dagli Stati Uniti e dalla Francia ed il 98% dalla Germania e dall’Inghilterra». Anche su questo punto le cifre discordano, ma, ad ogni buon conto, che ha importanza ha sapere se la percentuale dei morti nei campi di concentramento sovietici fu del 70% o del 90%? Stiamo comunque parlando di migliaia di persone scomparse e le cifre presentano comunque troppi zeri. Rimane quindi inalterata la colpa dell’eccidio, e l’orrore per migliaia di persone uccise. Ricordiamo le micidiali ‘marce del Davaj’ (di cui scriveremo un’altra volta) in cui perirono migliaia di persone costrette a marciare anche per 15 ore al giorno nella neve ricevendo cibo un paio di volte la settimana. Chi si fermava veniva immediatamente denudato, quindi falciato con una raffica.
Perché accadde? Molti libri sono stati scritti sull’argomento, quasi tutti validi; lasciano invece perplessi quelli che propugnano la bontà degli agenti italiani comunisti nonché l’umana utilità del giornale “L’Alba” (di cui dirò più avanti). Oltre alla brutalità con cui il governo sovietico trattava i prigionieri, e senza scendere nei dettagli riguardo la brutalità di molti suoi soldati, qualcuno non desiderava che italiani non pentiti e non indottrinati al pensiero comunista tornassero in patria. Soprattutto non dovevano tornare coloro i quali si erano ribellati all’indottrinamento, che erano la maggior parte.
Ecco che cosa pubblica Riccardo Baldi nel sito da lui curato www.cuneense.it dedicato alla Campagna di Russia della 4a Divisione Alpina Cuneense: «Nel 1992, qualche anno dopo l’apertura degli Archivi di Mosca, lo storico Franco Andreucci, scopre una lettera scritta da Palmiro Togliatti, sotto lo pseudonimo (o fu vigliacheria?) di Ercole Ercoli, il 15 febbraio 1943 a Vincenzo Bianco, allora funzionario del Komintern. In quella lunga lettera Togliatti risponde alle varie questioni politiche sollevate dal Bianco. Al terzo capitolo (vedi pagine 7, 8 e 9) della lettera, dove Bianco evidentemente chiedeva a Togliatti di fare qualcosa per i tanti prigionieri italiani nei Gulag russi, la risposta di Togliatti è a dir poco agghiacciante: “…L’altra questione sulla quale sono in disaccordo con te, è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te, o quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso la Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi e ti spiego il perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantista del fascismo. Non nella stessa misura che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali, è penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti. Quanto più largamente penetrerà nel popola la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia…”.
La lettera suona ancora oggi come una campana a morto. Nei ‘gulag’ i sovietici si premurarono di operare la rieducazione politica dei prigionieri, anche attraverso la pubblicazione di giornali. Coadiuvati da comunisti italiani pubblicarono “L’Alba. Per un’Italia libera e indipendente. Giornale dei prigionieri di guerra italiani in Unione Sovietica”: «Il giornale riusciva a raggiungere tutti i campi disseminati nell’intera Unione Sovietica e dal 1945 anche quelli che ospitavano gli italiani, già prigionieri dei nazisti in Germania, “liberati” dai russi nella loro avanzata e trasferiti nelle retrovie ucraine e bielorusse in lager sovietici istituiti dopo la liberazione di quei territori. Il comitato di redazione di quel giornale vantava nomi illustri di antifascisti comunisti italiani quali lo stesso Togliatti (che si firmava con gli pseudonimi di Ercole Ercoli o Mario Correnti), Vincenzo Bianco, Giovanni Germanetto, Ruggero Grieco, Giulio Cerreti, Anselmo e Andrea Marabini, Romolo Rovera, Luigi Longo, Edoardo D’Onofrio. Dopo i primi quattro numeri sotto la direzione di Rita Montagnana, allora compagna di Togliatti, il giornale fu poi diretto fino all’agosto del 1944 da Edoardo D’Onofrio, infine da Luigi Amaldesi e Paolo Robotti» (Vaglica L., op. cit., pp. 177-178).
Edoardo D’Onofrio, nato a Roma nel 1901, nel 1921 passò dal Partito Socialista al Partito Comunista d’Italia e l’anno successivo si recò a Mosca al IV Congresso dell’Internazionale. Nel 1943 venne incaricato dal Partito Comunista Sovietico di dirigere il lavoro politico tra i prigionieri italiani. Nel 1948 fu oggetto di una campagna di stampa che lo indicava come aguzzino dei soldati italiani prigionieri di guerra in Russia. Questo perché si rimase indignati dal fatto che il personaggio, deputato alla costituente nei seggi del PCI, stesse per essere eletto senatore della Repubblica Italiana. D’Onofrio denunciò gli autori degli scritti, ma perse la causa e dovette pagare le spese processuali. Nel 1954 fu oggetto di un’ulteriore campagna di stampa, ma ugualmente fu eletto Vicepresidente della Camera. Nel numero unico “Russia”, edito a cura dell’UNIRR (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia) si legge, a firma di Domenico Dal Toso, Luigi Avalli, Ivo Emett e altri:
«D’Onofrio durante la sua permanenza nei campi di concentramento di Oranki e di Skit, assistito dal Fiammenghi e alla presenza di un Ufficiale dell’N.K.V.D., ha sottoposto ad estenuanti interrogatori i prigionieri italiani detenuti in quei campi; non si trattava di semplici conversazioni politiche, come ipocritamente il D’Onofrio vorrebbe far credere, ma di veri e propri interrogatori di carattere politico che spesso duravano delle ore e durante i quali veniva messo a verbale quanto il prigioniero rispondeva (…) Immediatamente dopo la visita di D’Onofrio in quei campi, alcuni dei prigionieri italiani che in quei giorni erano stati sottoposti ad interrogatorio furono allontanati e rinchiusi in campi di punizione e ancora oggi alcuni sono trattenuti nei campi di concentramento di Kiev. (…) Simili procedimenti avevano il duplice scopo di far crollare prima con lusinghe e poi con esplicite minacce (“non ritornerete a casa”; “lei non conosce la Siberia?” allusioni alla famiglia, carcere e simili) la resistenza fisica e morale di questi uomini ridotti dalla fame, dalle malattie, dai maltrattamenti a cadaveri viventi e guadagnare l’adesione degli altri prigionieri intimoriti dall’esempio della sorte toccata a questi.»
(tratto da “Russia”, pag. 7. Consultabile su internet ai siti che riportiamo nelle fonti.
Dopo tali dichiarazioni D’Onofrio denunciò per diffamazione gli Autori e il processo ebbe inizio nel maggio 1949, durando tre mesi con 33 udienze, i cui atti sono tutti consultabili. Ecco uno stralcio del verbale relativo alla prima giornata del processo:
(…)
A domanda del presidente, Dal Toso precisa che il signor D’Onofrio, comunista, si qualificò di professione “cospiratore”.
Presidente: — Come, come?…
Dal Toso: — Sì, sì, professione “cospiratore”. Così ci disse. Egli era accompagnato da un ufficiale della polizia russa. Prima ci parlò a lungo della patria lontana, delle nostre case, delle famiglie, provocando la comprensibile commozione dei presenti. Poi ritornò per farci firmare il famoso appello al popolo. Il cap. Magnani, che era a capo della nostra comunità, rispose a nome di tutti che i soldati e gli ufficiali italiani erano legati da un giuramento al Re e che quindi mai avrebbero potuto firmare un appello del genere. D’Onofrio andò su tutte le furie e la sua reazione fu immediata. Il capitano Magnani fu chiamato dal D’Onofrio ed ebbe con lui, presente un capitano russo, un colloquio durato due ore Al termine di esso il Magnani aveva il viso stravolto. Il giorno successivo veniva trasferito in altro campo e da allora non s’è saputo più nulla di lui se non che fu rinchiuso in un campo di punizione. D’Onofrio aveva detto: “Al capitano Magnani ci penso io”.
(…)
Non è dato a sapere se per questo atto di puro eroismo il capitato Magnani sia mai stato insignito di alcuna onorificenza militare. Certo lo dovrebbe essere.
Per rendere un’idea ancor più precisa delle nefandezze di cui questi signori si resero quantomeno complici, riporto quanto scritto nel 1958 dall’Ufficio del Legato Italiano presso la Commissione Speciale dell’O.N.U. . I dati si riferiscono al periodo 1950-1957 e cioè dalla istituzione della Commissione fino alla VII Sessione della stessa – secondo le segnalazioni fatte dai Governi:
Militari e civili della Germania Occidentale rimpatriati dall’URSS, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Romania e altri paesi: 30.000 (circa).
– Militari e civili del Giappone, rimpatriati dalla URSS, Cina, Australia, Filippine e altri paesi: 34.000 (circa).
– Militari e civili dell’Italia, rimpatriati dalla URSS, Polonia, Albania, Jugoslavia ed altri paesi: 101.
Inoltre:
Prigionieri della Germania detenuti in URSS: 68.
Prigionieri del Giappone detenuti in URSS: 1.300.
Prigionieri dell’Italia detenuti in URSS: /.
Prigionieri dei quali è stata provata la cattività in URSS, non rimpatriati e dei quali si ignora la sorte: Germania 100.000 (circa); Giappone 8.000; Italia 1396.
Dispersi in URSS: Germania 1.200.000 (circa); Giappone 370.000; Italia 63.654.
L’URSS si rifiutò sempre di collaborare per ristabilire la verità dei fatti. La gente benpensante è libera di “benpensare” ciò che più desidera, ma il dato di fatto dell’eccidio premeditato rimane: «Purtroppo la mortalità continuò ad infierire sia per le epidemie, portate e diffuse dai nuovi arrivati, sia per il persistere di trattamenti al di sotto della soglia di sopravvivenza» (Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, CSIR – ARMIR. Campi di prigionia e fosse comuni, Stabilimento Grafico Militare, Gaeta 1966, p. 1). E i nostri servi di regime, prima di profferire parola, si leggano i vari fascicoli del Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra e U.N.I.R.R. “Elenco Ufficiale dei prigionieri italiani deceduti nei lager russi”. Soprattutto la si smetta di ripetere a pappagallo che molti soldati italiani, e soprattutto Alpini, preferirono fermarsi spontaneamente in Russia mettendovi su famiglia. E per tal motivo non rientrarono in patria.
«È stato artificiosamente costruito un rifiuto psicologico nei confronti di tutto ciò che riguarda la partecipazione italiana in Russia. Non se ne parla. Non se ne deve parlare! Ci si scontra con l’incredulità, con la negazione teorica che ciò che è avvenuto in Russia non sia mai avvenuto. Non sono valsi i sublimi eroismi personali e collettivi, non sono serviti a nulla le sofferenze ed i sacrifici, né la morte sul campo o in prigionia a sollevare quella cappa di piombo che ha seppellito i morti ed i vivi. La sconfitta subìta e le circostanze che l’hanno provocata sono servite a sconfessare non solo i maggiori responsabili – il che sarebbe giustificabile – ma anche gli incolpevoli protagonisti che hanno soltanto compiuto sino in fondo il loro dovere. Intere generazioni di uomini ligi al proprio dovere sono state annientate senza che di loro sia rimasta traccia.» (Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra e U.N.I.R.R. op. cit., p. 9).
Come scrive Gianluca Padovan su “Sinistra Nazionale”: “Ricordare è il primo sforzo che si deve compiere per sapere chi siamo e conoscere il vero volto di chi abbiamo davanti quando ci parla: soprattutto se si tratta di un cosiddetto politico. Se il Corpo degli Alpini ha suscitato sempre e ovunque stima e rispetto, dalla parte opposta abbiamo un individuo che la nostra storia patria non ha ancora condannato. Costui non si è battuto per gli interessi e il bene del proprio popolo, ma per le mire espansionistiche di uno straniero. Se Togliatti ha detto e fatto ciò che i documenti comprovano è anche e soprattutto perché in Italia una larga schiera di sostenitori e di fiancheggiatori lo hanno protetto: questi individui, a mio parere, sono ancora peggio. Conosciamoli tutti e non dimentichiamoceli. In un’Italia doppiogiochista e corrotta la figura del Soldato onesto e dell’Alpino disturbano le coscienze e per certi versi incutono timore: sono l’immagine del cittadino che fa il proprio dovere, che onestamente si batte. Il giorno che questo cittadino sarà stanco di vessazioni e condanne a morte, che cosa succederà? Se decine di migliaia di Soldati e di Alpini non sono tornati alle loro case al termine della guerra si devono ringraziare soprattutto i comunisti italiani e coloro i quali li hanno appoggiati e difesi. Almeno che questo venga scritto a chiare lettere sui libri di storia che i nostri figli leggeranno nei giorni a venire.”
Certamente Togliatti, D’Onofrio, Fiammenghi & C. meriterebbero ulteriori, numerosi e circostanziati articoli riguardanti la loro ‘umanitaria’ attività. C’è da augurarsi che qualcuno lo faccia.
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Fonti:
Ufficio del Legato Italiano presso la Commissione Speciale dell’O.N.U. per i prigionieri di guerra, Note e documenti riguardanti i militari italiani prigionieri e dispersi in Russia, Milano 1958, pp. 44-45
Alessandro Frigerio “Reduci alla sbarra” (Mursia 2006)
documentario “1949. Reduci alla sbarra – Il caso D’Onofrio” della regista Emanuela Rizzotto (Produzione Fast Rewind, 2009).
www.bibliotecapersicetana.it).
www.cuneense.it,

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