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27 Settembre 2020

ILVA, era già tutto previsto?


A costo di sentirmi dare del prevenuto e del malfidente, voglio qui esprimere un dubbio che mi assale da qualche giorno, e cioè che il pasticcio dell’ILVA sia stato freddamente pianificato.
Pensiamoci un momento: Mittal Steel Company N.V. è un colosso Indo-Britannico abituato a grandi produzioni che si confronta da anni coi grandi gruppi cinesi.
Arcelor era un grosso gruppo siderurgico a conduzione francese nato dall’incorporazione di altre società spagnole e lussemburghesi.
Di indiano nella compagnia è rimasto solo l’azionista Lakshmi Mittal, che fa il presidente e abita a Londra, mentre il gruppo è retto da un AD francese, come francese è gran parte dell’azionariato. Dunque i francesi trattano l’acquisto dell’ex-ILVA con vari governi uno più imbelle dell’altro e trovano terreno morbido nel porre le loro condizioni.
Nel frattempo la Francia sta – da anni – acquisendo marchi italiani prestigiosi, immobili, zone turistiche, aree di pesca e quant’altro. Trova però un ostacolo nella grande forza manifatturiera di questo Paese. E allora che fa? Organizza un colpo gobbo per levarci in un botto l’1,5% del PIL!
Nel frattempo si scopre la famiglia Riva, che tanto santa non è, ha fatto un buco impressionante nei conti dell’ILVA, acquisita anni prima dal carrozzone parastatale Deltasider, ex-IRI – ex-Italsider, ex-ecc., che negli anni ’80 fu guidata da Prodi (e già questo dovrebbe far pensare…). Così lo Stato si riprende lo stabilimento senza tanti complimenti e lo mette all’asta cercando compratori adeguati (o così sembrerebbe).
La siderurgia italiana è sempre stato un buco nero nonostante l’altissima qualità dei nostri acciai, vuoi per l’alto costo della manodopera, vuoi per i costi non indifferenti di bonifica e messa in sicurezza di impianti nati nel dopoguerra, vuoi ancora per cause meno nobili come il dover presentare conti in rosso allo Stato perché così volevano i politici per meglio intrallazzarci.
Così, smembrata l’Italsider, l’impianto di Taranto diventa il polo siderurgico più importante d’Italia e il secondo in Europa (oggi figurerebbe addirittura al primo posto.
Questo naturalmente da fastidio ai concorrenti europei, e nel grande abbraccio amoroso tra Francia e Germania è facile ipotizzare un accordo per togliere dai piedi il molesto concorrente italiano. ThyssenKrupp non può fare giochetti, date le sue enormi dimensioni che farebbero subito irrigidire l’Antitrust e data la sua presenza già poco gradita in Italia dopo l’incidente di Torino coi suoi sette morti.
Così mandano avanti ArcelorMittal, pressoché sconosciuta ai nostri governi, che fa un’offerta allettante e presenta un piano allo Stato italiano per salvare l’ILVA dalla chiusura. Dopo mesi e mesi di trattative, cordate fantasma che alla fine sono solo fumo negli occhi, si giunge a un accordo e i francesi entrano a Taranto con la promessa di bonificare e riparare ai danni che in anni e anni i Riva hanno continuato a permettere.
Chiedono anche (e ottengono) il famoso scudo penale, che altro non è che la garanzia di non essere incriminati per reati commessi da altri soggetti prima del loro arrivo. Come già detto in altra sede, ciò sarebbe quasi sottinteso, se non fossimo in un Paese dove nulla dev’esser sottinteso.
Passano i mesi e tutto sembra andare per il verso giusto, tanto che ci si appresta al grande passo: dall’affitto dell’impianto si dovrà passare alla cessione definitiva.
Giorni fa, invece, a seguito del tiramolla sulla legge di stabilità ArcelorMittal volta le spalle al secondo governo Conte e minaccia di mollare tutto.
Il motivo è molto semplice: lo sfacciato voltagabbana preteso dai grillini più intransigenti, i sanculotti del Parlamento italiano, che a tutti i costi vogliono eliminare il sacrosanto scudo penale per la loro innata sete di sangue che pare li porti a cercare un colpevole per ogni evento o azione, pur se naturale e lampante. C’è il sole? Cerchiamo il colpevole! Soffia in maestrale? Troviamo il colpevole! E via farneticando.
Dunque ArcelorMittal oggi minaccia di chiudere e spegnere tutto. E se nessuno interviene lo farà, statene pur certi! È perfettamente inutile che il governicchio giallorosso (i romanisti mi scuseremmo) minacci azioni legali: è proprio ciò che vogliono i moltofranco-pocoindiani per allungare i tempi e ottenere il risultato sperato: la chiusura definitiva dell’impianto di Taranto.
Il responsabile pro-tempore del MISE, Mr. Stefano Zerossoluto Patuanelli dice che non possono stracciare l’accordo. E se lo stracciano che si fa? Fate guerra alla Francia e magari all’India? Ma non fatemi ridere! La verità è che ance stavolta vi fate prendere per le palle da un pugno di puzzolenti pastori delle Ardenne vestiti a festa, la cui massima arguzia intellettuale è stata forse quella di inventare il bidet per poi non usarlo a casa loro!
Che poi, a ben vedere, basterebbe così poco per mandare in vacca i loro progetti. Basterebbe che lo Stato (quello vero, quello con le palle!) si riprendesse l’ex-ILVA a costo di usare la forza pubblica, mentre pare che nei giorni scorsi a ispettori governativi sia stato addirittura impedito l’accesso all’impianto pur se le ispezioni – anche a sorpresa – sono previste dall’accordo. Nessuno ha alzato la testa, nessuno si è inalberato contro la prepotenza di chi sa di poter comandare a casa nostra grazie a istituzioni in mano a ottusi ominicchi che pensano solo alle proprie poltrone.
Abbiamo un capo del Governo praticamente commissariato da Mattarella, dato che non è in grado di sbrigare i dossier che si ammassano sul suo tavolo. Il “Giuseppi” di Trump ha dimostrato come egli sia un perfetto sconosciuto nel mondo della politica internazionale, e il neofita Di Majo al posto del navigatoMoavero Milanesi alla Farnesina non ha fatto che peggiorare la situazione.
Adesso se da un’ambasciata o da una cancelleria si vuole parlare con qualcuno si fa direttamente il numero del Quirinale. A palazzo Chigi si telefona solo per gli auguri, mentre la linea del ministero degli Esteri è muta per paura di sentirsi dire: Nepal? Mi faccia il piacere, quello Stato non esiste!”
Ma se il turafalle internazionale è un ruolo già visto per un Presidente della Repubblica, quello di “pacemaker” della politica industriale è una novità assoluta.
La scorsa settimana ha convocato Conte a rapporto. Non potendogli dire “cosa” dovrebbe fare (perché lo possono decidere solo il Governo e il Parlamento) lo ha comunque esortato a fare tutto quanto necessario. Più chiaro di così: a Giusè, rimetti ‘sto scudo e non se ne parli più, avrebbe voluto urlargli il Presidente. Invece, vista l’inutilità della predica e l’inettitudine conclamata di un premier e di un esecutivo che continuano a litigare su sardine e altri animali, si è visto costretto a prendere le redini della diligenza prima che questa andasse a sbattere. Ha convocato i sindacati al Colle per far capire all’urbe e all’orbo che per lui la faccenda ILVA è della massima priorità, e lo ha ribadito lo scorso mercoledì all’assemblea ANCI dei sindaci italiani, dove ha dichiarato che la soluzione della crisi di Taranto “è di primaria importanza per l’economia e il lavoro italiani”.
Dopo parole e atti di questa portata ci si aspetterebbe che un maglio pesantissimo schiacciasse come uno scarafaggio questo governicchio di incapaci. E sarebbe ormai tempo. Quindi, cacciati i somari siano le maestranze a garantire la gestione temporanea dello stabilimento pugliese: ritengo che un operaio siderurgico sia senz’altro più capace di un ministro a far funzionare un altoforno o un treno laminatoio! Se manca il minerale, basta il coke per tenerlo acceso, anche mesi, mentre se lo si spegne senza impoverirlo gradatamente (come forse vogliono gli attuali gestori!) si ottiene solo un blocco di ghisa alto quindici metri e largo dieci che nemmeno con la dinamite si riuscirebbe a demolire.
Nel frattempo, per favore, si faccia un’analisi seria della situazione ambientale, perché non è accettabile che in anni e anni non sia mai stata fatta luce sulla reale condizione di Taranto e dell’aria che i tarantini respirano!
Infine, garantita la sussistenza e gli approvvigionamenti, l’impianto dovrà essere gestito dallo Stato attraverso un meccanismo che preveda la compartecipazione agli utili dei lavoratori, i quali finalmente potranno veder migliorare la loro condizione.
Concludendo, ribadisco che quanto qui esposto in merito a una possibile azione concertata dai mangiarane per impoverire ancor più il nostro Paese è solo una mia ipotesi, una teoria se vogliamo, e come tutte le teorie deve essere dimostrata e verificata. Ma, come tutte le teorie, ha diritto di essere presa in considerazione finché non sia stata falsificata.

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