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28 Settembre 2020

A 39 anni dal sisma, c’è ancora da fare


Erano le 19.35 di domenica 23 novembre 1980 quando la terra iniziò a tremare forte in Irpinia.
In pochi minuti ci furono 2.914 morti (secondo le fonti più accreditate), 8.848 feriti e circa 280.000 sfollati.
Numeri da capogiro in un sud totalmente impreparato a gestire una tragedia di queste dimensioni.
Paesi come Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Senerchia, Calabritto e Santomenna in pochi secondi furono cancellati dalla cartina geografica e ridotti a cumuli di macerie.
Anche a Napoli, relativamente distante dall’epicentro del sisma, vi furono danni e morti: in 52 morirono nel crollo d’un intero fabbricato nella zona di Poggioreale. Le perizie, poi, misero in luce che al posto del cemento non c’era che poco più della sabbia.
Dunque tanti danni e tanta paura che, addirittura le persone ricordano ancora vividamente.
Dalla rete ecco alcune testimonianze spontanee di chi c’era e non ha potuto dimenticare:

Arianna:
Ricordo quella sera, ero seduta e mia nonna aveva preparato uova ad occhio di bue.. I piatti iniziarono a ballare sulla tavola ed il lampadario oscilla a come un pendolo! Ero piccola ma il ricordo di quella sera è stampato nella mia mente come se fosse accaduto ieri.

Stella:
Mia nonna non capì che fosse un terremoto e gridò ai suoi 5 figli (mia madre e i miei zii, ragazzini) di scappare fuori casa perché era esplosa una bomba sotto al palazzo. Il boato le ricordò la guerra. I giorni seguenti furono trascorsi fuori nelle campagne, non ci si avvicinava alle case. La capitale del terremoto fu Sant’Angelo dei Lombardi, ma anche da noi nel Sannio restano ancora oggi zone urbane abbandonate, come il borgo fantasma di Apice vecchia.

Fabiana:
E chi se lo può dimenticare… Mia sorella si salvò per puro miracolo. Aveva 9 anni ed era davanti alla TV, che era in un grande mobile che occupava tutta la parete. Con la scossa il mobile si ribaltò. Ma in quel momento mio padre era in piedi vicino alla poltrona dove era seduta mia sorella. Vide il mobile rovesciarsi e fulmineamente tirò indietro mia sorella. Ovviamente appena finì la scossa uscimmo di casa. Quando rientrammo due ore dopo era ritornata la luce e trovammo la poltrona schiacciata dal mobile che si era rovesciato sopra.

Ricordi di vita familiare interrotta da un evento naturale, spaventoso e reso ancora più drammatico nelle conseguenze da un patrimonio edilizio vecchio e non antisismico quando non edificato al risparmio come nel caso del palazzo napoletano crollato.

Inutile dire che l’appello de “Il Mattino” (“Fate presto”) rimase del tutto inascoltato.
Non fece presto né la macchina dei soccorsi, del tutto inesistente e impreparata a gestire una maxi emergenza di tale portata, e neppure presto avvenne la ricostruzione delle zone distrutte dal sisma.
Quando si iniziò a parlare di ricostruzione il Commissario straordinario per l’emergenza On. Zamberletti, il padre della Protezione Civile italiana, dispose l’erogazione dei primi contributi onnicomprensivo cui seguirono la legge 219/1981 e successive altre determinazioni portarono una pioggia di quasi 60mila miliardi di lire in Irpinia.
Furono soldi che, in parte, ingrassarono le cosche del malaffare.
Una ricostruzione, si diceva, assolutamente non rapida al punto che nel 2016, ossia dopo ben 36 anni dal terremoto, altri 17 milioni di euro sono stati stanziati dalla Regione Campania ai Comuni colpiti dal sisma.

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