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21 Gennaio 2021

Industria siderurgica – Statisti e nani


E così la frittata è stata finalmente fatta.
Dopo mesi, anni di tentativi, dopo che i vari governi fantasma della sinistra inesistente hanno più volte cercato di distruggerlo, finalmente il più cialtrone dei governi degli ultimi trent’anni ha dato il colpo di grazia all’ultimo baluardo dell’economia italiana: quel polo siderurgico che è oggi il più grande d’Europa dopo la caduta – come birilli di un bowling continentale – di impianti colossali come quelli di Vickers, Techint/Tenaris e Thyssenkrupp e, nel nostro piccolo, Bagnoli, Terni, Bolzano, Aosta e Piombino.
L’acciaio europeo è in crisi, si sa. Oggi il maggiore produttore di acciaio al mondo è la Cina, di gran lunga al primo posto con 808.4 milioni di tonnellate di acciaio grezzo prodotte nel 2016 (4.6 milioni di tonnellate in più rispetto al 2015), seguita da Giappone (104.8), India (95.6), Stati Uniti (78.5) e Russia (70.8). La Germania si trova solo al settimo posto con 42.1 milioni di tonnellate mentre l’Italia è all’undicesimo con 23.4 (in crescita rispetto alle 22 registrate nel 2015). E’ impressionante notare come degli oltre 1600 milioni di tonnellate di acciaio grezzo prodotte nel 2016 dai primi 50 paesi del mondo, poco meno della metà, provengano dalla sola Cina. Il che la dice lunga su un probabile futuro monopolio contro cui nessuno sta pensando di correre ai ripari.
Ma i cervelloni del M5S sostengono adesso che è più conveniente comprare l’acciaio in Cina: costa meno ed è di migliore qualità.
Nulla togliendo all’affermazione per quanto concerne l’aspetto economico, immagino che il giudizio qualitativo sia stato espresso a seguito di indagini metallografiche sugli acciai cinesi e su quelli di Taranto, perché in caso contrario ci troveremmo di fronte a uno o più buffoni che parlano a vanvera di cose che non sanno. Invece siamo qui di fronte a dei veri statisti, gente illuminata, che agisce solo per il bene della Nazione a costo di perdere poltrone e prebende.
Citiamo infatti il ministro Di Majo, il quale ha recentemente (dopo la batosta umbra) commentato che i politici pensano alle urne, mentre gli statisti pensano alle generazioni future.
Peccato che dal basso della propria modestia il futuro ex inquilino della Farnesina abbia scordato di citare la fonte di questa massima, ossia un altro cialtrone par suo che per cinquant’anni ci ha legati al carro della DC spremendoci come arance mature nascondendo le nefandezze di cui si era macchiato negli anni della guerra e nell’immediato dopoguerra: Alcide de Gasperi.
Ma si sa: tra ominicchi ci s’intende, tanto che il buon Giggino sta inanellando una fesseria dopo l’altra, grazie alla complicità dei suoi accoliti. Aveva già iniziato a far danni da ministro del lavoro (un ossimoro vivente!) fallendo miseramente le trattative ai tavoli di Whirlpool, Comital, Embraco e Pernigotti (vi sembra poco?). Aveva poi continuato prendendo per i fondelli i “rider” con una nonchalance degna di un Fregoli: per eliminare il cottimo lo ha inserito nel decreto; infatti l’art. 47bis comma 3 recita ora: “i lavoratori di cui al comma 1 (i rider, NdR) possono essere retribuiti in base alle consegne effettuate purché in misura non prevalente”!
La farsa era quindi continuata con le rivendicazioni sulla buona riuscita dell’istituto del Reddito di Cittadinanza, salvo poi tacere il fatto che l’osservatorio per il Mezzogiorno ha recentemente annunciato che questa ‘paghetta’ sta allontanando ancor più i disoccupati dal lavoro, mentre i cosiddetti navigator forse non hanno ancora doppiato le colonne d’Ercole perché non si vedono nemmeno scrutando l’orizzonte.
Nel frattempo, il più grosso gruppo industriale italiano, che già aveva scavalcato l’oceano e aveva spostato in USA buona parte del suo baricentro mentre portava in Lussemburgo la sede legale per meglio fregare il fisco italiano, stringe accordi rivelati solo adesso per farsi comprare dai soliti francesi, che insieme a indiani e cinesi si stanno accaparrando a spizzichi e bocconi l’intera Penisola (per inciso: ma siamo proprio così fessi da chinarci a raccogliere il sapone ogni volta che passa un francese nelle vicinanze?). Un’operazione del genere non si fa in due giorni, ed è impossibile attuare un simile movimento di capitali internazionali senza che gli Stati coinvolti ne vengano a conoscenza prima ancora che i piani diventino definitivi. Naturalmente in tutti questi mesi il Ministero del Lavoro non si è accorto di nulla, così nella ricorrenza dei defunti abbiamo potuto inserire anche la FIAT, che non morirà di certo, ma spiccherà il volo per altri lidi con la benedizione di gran parte del mondo politico-economico.
Come si può ben vedere, la cecità di Di Majo e soci è totale: non solo sono incapaci, ma non riescono nemmeno a capire che dei buoni consiglieri sono alla base di un governo composto da poche decine di zucche (siamo ad Halloween…) che non possono vedere e prevedere tutto. Ma tant’è: uno statista non ha bisogno del consiglio dei comuni mortali.
Ma il meglio del repertorio Giggino lo teneva in serbo per il botto finale: infatti la trattativa con Arcelor Mittal, che stando a lui era stato il suo capolavoro, salvando 11.000 posti nel comparto pugliese, si è ora rivelato il boomerang che temevamo: la compagnia franco-indiana ha avviato le procedure per lasciare l’Italia rinunciando al piano industriale e restituendo l’ex-ILVA al governo.
Va detto che il piano era stato scritto a quattro mani (sei, otto, fate voi) col governo stesso e fatto digerire agli investitori grazie alla mossa dello scudo penale, che in un Paese civile non avrebbe nemmeno dovuta essere messa in campo.
E’ infatti logico che chi subentra in un’impresa non sia responsabile dei danni provocati (all’ambiente o alle persone) dai proprietari precedenti, soprattutto se agisce per mettere in sicurezza l’azienda operando al contempo un ripristino ambientale. Ma nel paese di Pulcinella occorre sempre guardarsi le spalle, soprattutto se il capo del governo regionale è il guru delle cozze pelose, quel Michele Emiliano magistrato in aspettativa “sine die” grazie ad un impegno ad interim poliennale in politica, dove si è assunto il ruolo di guastatore e battitore libero contro piattaforme, gasdotti e siderurgie varie.
Per questo motivo la nuova proprietà aveva posto la condizione per la quale fosse prevista la non punibilità dei suoi manager per le colpe dei Riva e dei successivi manigoldi.
Non era una condizione particolarmente gravosa per il governo, che accettò di buon grado vedendo balenare la possibilità di chiudere un accordo dato ormai per perso.
Chiudere Taranto vorrebbe dire perdere la faccia, non solo l’acciaio, e i politici nazionali sanno bene che chi permetterà la chiusura perderà le elezioni per i prossimi vent’anni.
Non chiudere, non riuscendo verosimilmente a trovare una nuova proprietà, significherebbe un prestito-ponte sulla falsariga di quelli reiterati ad Alitalia. Ma se Bruxelles già mal sopporta questi ultimi, nel caso di un’azienda che fa sicuramente ombra alla siderurgia germanica opporrebbe il veto adducendo la scusa degli aiuti di Stato (di cui pare possa giovarsi sono l’asse Micron-Culon).
L’alleanza giallo-rossa sarà tutto quel che volete ma non è certo così sprovveduta da non capire quanto dannosa possa diventare una situazione come questa.
E’ facile ottenere voti tra chi non ha lavoro: basta prometterlo. Per cui la politica del dopo-ILVA sarà un mercato delle vacche dove ciascun immarcescibile politico tirerà l’acqua al proprio piccolo mulino incurante della povertà dilagante in tutta l’area che diventerebbe un Far West dall’esito elettorale imprevedibile.
Per questo Arcelor Mittal era un’ancora di salvezza, e i governi che hanno trattato con i franco-indiani ci speravano proprio di salvare Taranto e le proprie poltrone. E invece la doccia scozzese è arrivata. Perché? Perché due irresponsabili come Zingaretti e Renzi (sono parole di Carlo Calenda, non certo un uomo di destra) hanno pensato che lo scudo fosse un impedimento per la caccia alle streghe che hanno in mente di portare avanti. Perché in Italia serve sempre un colpevole da portare in piazza, e sembrava tanto facile mettere la corda al collo ai nuovi padroni, non potendo dare la colpa al solito Salvini.
Ma i nuovi padroni – più furbi di loro – nelle pieghe del contratto hanno infilato una clausola di cui, forse, nessuno si era accorto e per la quale loro acquistano sì, però se poi ci ripensano possono restituire la patata bollente al governo senza pagare penali o rimetterci nemmeno l’utile della gestione sostenuta.
In pratica la moderna versione del gioco del cerino.
Peccato che in questo caso a scottarsi saranno oltre diecimila famiglie, c’est à dire un bacino di circa 100 mila voti che immancabilmente alla prossima occasione prenderanno la via del centrodestra. Il quale, com’è ovvio, sta alla finestra e guarda sornione gli avvenimenti. Ma gli statisti, come detto, non pensano alle urne.
Forse loro no, ma gli italiani sì.

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