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Direttore: Vincenzo Di Guida

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14 Ottobre 2019

Trieste, 2 agenti uccisi: è già polemica


Il gip ha convalidato il fermo di Alejandro Augusto Meran, dominicano di 29 anni, con l’accusa di duplice omicidio di due agenti della questura di Trieste.

Il fatto di sangue è avvenuto venerdì pomeriggio proprio negli uffici della Questura di Trieste, dove lo straniero era stato portato a seguito di un fermo.

Inspiegabilmente l’immigrato, che sembra non fosse ammanettato, è riuscito a sottrarre le pistole prima a un agente e poi a un secondo agente, uccidendo due poliziotti e ferendone altri.

Due pallottole hanno ucciso l’agente Pierluigi Rotta, 34 anni originario di Pozzuoli (NA), colpito al lato sinistro del petto e all’addome; tre hanno invece colpito mortalmente il secondo agente scelto, Matteo Demenego, 31 anni, sotto la clavicola sinistra, al fianco sinistro e alla schiena.

In totale sarebbero stati esplosi ben 23 colpi prima che l’uccisore potesse essere neutralizzato dai colleghi degli poliziotti uccisi.

La vicenda ha inizio al mattino di venerdì 4 ottobre a Trieste quando viene rapinato uno scooter a una donna.

Nel pomeriggio arriva in questura una telefonata in cui uno straniero d’origine dominicana sostiene d’essere il fratello maggiore del rapinatore, che a suo dire soffre di problemi psichici, e si rende disponibile alle Forze dell’Ordine per il recupero del mezzo rubato.

Gli agenti, sulla base della telefonata, si recano a casa del rapinatore straniero che viene fermato e accompagnato in questura dal fratello maggiore.

Arrivati all’ufficio prevenzione generale l’autore della rapina, pare non fosse ammanettato, chiede di andare in bagno e nel movimento riesce a sottrarre (con modalità non specificate nella lunga nota della questura) la pistola d’ordinanza in dotazione all’Agente Rotta. Impossessatosi dell’arma, lo colpisce con due spari.

Il collega di Rotta, l’Agente Demenego, si precipita nella stanza da cui provengono gli spari e viene a sua volta colpito tre volte.

Nel frattempo il fratello del rapinatore, forse impaurito dagli avvenimenti, si barrica in un ufficio e poi scappa nei sotterranei della questura dove poi viene bloccato da alcuni poliziotti.

Intanto l’omicida tenta di guadagnare l’uscita ma si trova davanti un ulteriore agente. Il dominicano non esita un istante e apre il fuoco anche contro di lui facendolo stramazzare a terra e così impossessandosi della sua arma di servizio.

Armato di due pistole l’omicida guadagna l’uscita della questura, armi in pugno, esplodendo altri colpi, almeno una quindicina secondo alcuni testimoni, nei confronti di chiunque entrasse nel suo campo visivo. Infatti viene colpito alla mano sinistra ancora un ulteriore agente.

Una volta fuori dall’edificio, il fuggitivo cerca di impossessarsi di una volante ma viene finalmente intercettato da alcuni poliziotti che rispondono al fuoco colpendo l’uomo e riuscendo a renderlo inoffensivo disarmandolo.
Constateranno, poi, che una delle pistole era aperta e col serbatoio vuoto mentre l’altra aveva il cane armato.

A valle di un fatto così eclatante non poteva non scoppiare immediatamente una violenta polemica su come sia possibile che un fermato riesca ad avere così libertà in una questura da impossessarsi con facilità dell’arma di ordinanza di un agente.

Il SAP, il Sindacato Autonomo di Polizia, ha commentato l’accaduto come segue: “Le fondine avevano problemi” – “nella vicenda ci sono stati problemi con le fondine – “Al primo agente è stata sfilata la pistola perché aveva una fondina vecchia, in quanto quella in dotazione gli si era rotta. Al secondo agente ucciso, la fondina sarebbe stata strappata dalla cintura quando ormai era già in terra ed inerte a causa delle ferite per i colpi esplosi con la prima arma”.

Ma il Dipartimento di Sicurezza, ossia l’Organo dirigenziale della Polizia, non ci sta e replica che non c’è: “Nessuna prova sulle fondine inadeguate” – “Allo stato attuale degli accertamenti, in assenza di testimoni e documenti video, è priva di fondamento ogni arbitraria ricostruzione della dinamica che ha portato alla sottrazione dell’arma del collega ucciso per primo”.

In realtà le lamentele sull’inadeguatezza delle fondine (e dell’equipaggiamento in generale) in dotazione agli Agenti di Pubblica Sicurezza è cosa orami annosa e subito il pensiero va a Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso dal balordo americano a Roma, solo perché i succinti abiti estivi borghesi non consentono d’occultare la voluminosa pistola d’ordinanza (NDR: è la stessa per polizia e carabinieri) e le norme attuali non prevedono un equipaggiamento flessibile, ossia che tenga in considerazione le effettive esigenze degli operatori di Pubblica Sicurezza, specie se fuori servizio o in servizio ma in abiti civili.

Si sarebbe potuto evitare questa ennesima tragedia? Forse, ma non con l’ipocrito buonismo all’italiana che di fatto impedisce l’uso previdente dei mezzi di contenzione.
Secondo il codice di procedura penale italiano, infatti, l’utilizzo delle manette durante la procedura dell’arresto di un soggetto è, in linea di principio, vietato e risulta prescritto, in deroga, solo in alcune ipotesi tipiche previste dalla legge, come ad esempio, ai sensi della legge 26 luglio 1975 n. 354, come modificata dalla legge 12 dicembre 1992 n. 492, in occasione della traduzione di soggetti eminentemente pericolosi.

Naturalmente è lasciata alla valutazione degli operatori decidere la pericolosità dei fermati e degli arrestati col rischio di vedersi poi incriminati per abuso d’autorità, come previsto e punito dall’art. 608 (abuso di autorità contro arrestati o detenuti).

Non così in altre nazioni, come ad esempio gli Stati Uniti, dove invece l’utilizzo delle manette è obbligatorio in tutti i casi in cui una persona è fermata o arrestata e quindi esse vengono utilizzate sempre e comunque prescindendo, cioè, da valutazioni personali dell’operatore.

Sarebbe forse bastata una norma cautelativa come questa anche da noi, ossia un po’ meno d’ipocrito buonismo e un po’ più di sano pragmatismo, per impedire la morte di Pierluigi e Matteo.

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