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14 Ottobre 2019

La grande abbuffata (1a parte)


ECCO COME PRODI HA REGALATO A DE BENEDETTI E CRAGNOTTI LA SME, CHE RIUNIVA TUTTE LE ATTIVITÀ AGROALIMENTARI DELL’IRI

Gira in Rete il filmato di una studentessa di Bologna, Cristina, di «Rethinking economics» che alquanto arrabbiata si rivolge a Romano Prodi in questi termini: «Non possiamo dimenticare che lei, come presidente dell’Iri, ha svenduto il patrimonio economico italiano. Lei partecipò in prima persona alla nascita dell’euro, come premier e come presidente della Commissione europea. Lei ha svenduto il nostro futuro in cambio di cosa? Abbiamo ottenuto la libertà di andare all’estero a fare i camerieri o di vivere una vita di precarietà e miseria. Le chiedo che riconosca i suoi errori e magari ci chieda anche scusa».
Il grido di Cristina non è fine a se stesso ma urla a tutto il mondo il disastro che il “Mortadella”, con l’ottima compagnia di Mario Draghi, Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Monti, ha causato al nostro Paese.
La svendita dell’agroalimentare dell’IRI è però solo una portata dell’immenso banchetto che ha visto tra i commensali i soliti amici: Unilever, De Benedetti, Benetton, passando per tutto il sottobosco affaristico della Dc e poi dell’Ulivo. Il caso SME è l’iconica raffigurazione dell’incapacità di quelli che sono diventati miti del mondo economico, «prenditori» protetti da Confindustria e foraggiati da un sistema bancario complice, in azione dal 1985 al 1994. All’ombra della SME – un agglomerato che andava da Motta a Cirio, da Bertolli ad Autogrill, dai surgelati ai supermercati, che nel 1985 fatturava oltre 800 miliardi di lire e dava utili consistenti – si sono consumate vendette cruente, scontri all’ultimo sangue tra industria e mondo delle coop, il tutto in un guazzabuglio di toghe che hanno seguito docili il corso degli eventi politici. Più si consolidava l’idea del Professore alla guida dell’Ulivo, più i tribunali si occupavano non del disastro prodotto da Prodi, ma di chi aveva cercato di contrastarlo. Dalla svendita SME sono derivati i due più grandi scandali finanziari della Repubblica italiana: i crac di Parmalat e di Cirio, che hanno stroncato i risparmi di oltre 100.000 italiani, con un buco di oltre 8mila miliardi di lire, dando un colpo mortale alla credibilità internazionale del sistema finanziario italiano.
Furono i risparmiatori i veri pelati di Stato, non le conserve che Prodi ha svenduto a Cragnotti, senza passare dal via. Ma ovviamente oggi nessuno ne parla più perché protagonisti di quei casi furono Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi, protettissimi dalla Dc e molto amati da Prodi.
Complice ne fu Cesare Geronzi, il patron di Banca di Roma (che fu creata apposta per fare da pronta cassa per le svendite prodiane) condannato a 4 anni al termine di un processo durato “solo” 15 anni. Dalla disgraziata svendita della SME è derivata la perdita di centralità del nostro agroalimentare. Ed è bene sapere che se c’è il caporalato al Sud, se chi produce latte non ce la fa a tirare avanti, se la grande distribuzione è diventata intoccabile e strozza gli agricoltori, se Francia e Spagna hanno fatto banco sulle nostre eccellenze agroalimentari, tutto questo va sul conto di questa operazione. La storia è complessa e ci vide lungo Bettino Craxi che al di là della damnatio memoriae costruita dagli ultimi epigoni del Pci, diventati improvvisamente liberisti, ebbe a dire nel 1997 dall’esilio di Hammamet: «Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre; l’Europa per noi, nella migliore delle ipotesi, sarà un limbo, nella peggiore sarà un inferno.
La cosa più ragionevole era pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht. Perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa, l’Europa ha bisogno dell’Italia e l’Italia è un grande Paese».
Sembra la chiosa alla protesta di Cristina, e Craxi fu colui che impedì che Prodi regalasse a Carlo De Benedetti tutto l’agroalimentare italiano per una cifra quattro volte inferiore al valore poi realizzato (probabilmente meno della metà del valore reale).
La complicità tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982, quando Prodi viene nominato presidente dell’IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di Repubblica addirittura De Benedetti ne è l’unico editorialista, quindi gli articoli se li scrive persino lui stesso (pensa un po’che obiettività)!
L’attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico compito: svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati. De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente tali società al loro reale valore di mercato (di solito 20 volte il loro prezzo d’acquisto) a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Prodi, per 7 anni guidò l’IRI dello Stato, concedendo tra l’altro incarichi miliardari alla sua società di consulenza “Nomisma”, con un evidente conflitto di interessi.
Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell’IRI risultò dimezzato per la cessione di importanti gruppi quali Alfa Romeo a FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi. La Ford aveva offerto 2.000 miliardi in contanti per l’Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1.000 miliardi, per giunta a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.
Le privatizzazioni dell’IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop Rosse) complici del professore, anche se “svendere” un ente pubblico a un decimo del suo valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una “svendita” è un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.
Giocando sulle parole e sull’interpretazione dello statuto dell’Ente, Romano Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985). La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l’enorme falso in bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984».
La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.
Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fans tutt’oggi si vanta tantissimo che durante i suoi 7 anni alla presidenza dell’IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici. La verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che realizzò invece perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici della Sinistra.
Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.p.A. di diritto privato e quindi i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali.
La conferma di tutto questo si trova nell’indebitamento dell’Istituto, salito dal 1982 al 1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a 45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.
Lo stesso D’Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando lasciò l’IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. In un articolo di quel periodo Paolo Cirino Pomicino rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!
Ma torniamo all’aprile del 1985, quando Bruno Visentini, repubblicano, viene avvertito da Giancarlo Elia Valori (il grande capo della SME irizzata) che Prodi, arrivato alla presidenza dell’IRI già da 3 anni, voleva fare un regalo a Carlo De Benedetti e battezzò l’affare come «quel pasticciaccio brutto di via Veneto».
C’era il leit motiv alimentato bene da Prodi che comprava pubblicità sui giornali: lo Stato non può né sfornare i panettoni né fare i pelati, nonostante Pietro Armani, vicepresidente dell’IRI in quota Pri, e Giancarlo Elia Valori dimostrassero – bilanci alla mano – che la SME si avviava a produrre buoni utili.
Ma nel frattempo Carlo De Benedetti con la CIR si era comprato la Buitoni – Perugina per 160 miliardi. Un anno dopo la rivenderà alla Nestlé per 1.600 miliardi e si guadagnerà il soprannome di CoBaVe che sta per Compra Baratta e Vendi. Il fatto che il gruppo Buitoni-Perugina sia poi stato spolpato e ridotto ai minimi termini, non interessa più a nessuno.
Prodi ha in testa il modello tedesco e per inseguirlo distruggerà l’economia italiana. Così vuole dare la Sme a De Benedetti per costruire un solo polo dell’agroalimentare. I due si mettono d’accordo in gran segreto – Prodi avvertirà solo Clelio Darida, allora ministro DC delle Partecipazioni statali – per una cifra ridicola: De Benedetti offre meno di 1.107 lire ad azione quando la quotazione è di 1.275.
Il 29 aprile del 1985, nelle stanze di Mediobanca, Prodi e De Benedetti firmano, presente Enrico Cuccia, il preliminare d’acquisto: la Buitoni-Perugina rileva dall’Iri il 31% di Sme per 397 miliardi e un ulteriore 13% di azioni viene valutato 100 miliardi. L’operazione fu giustificata con il fatto che la SME aveva bisogno di capitali a cui l’IRI non poteva far fronte e che De Benedetti avrebbe dato vita a un grande gruppo alimentare nazionale, fondendo la SME con la Buitoni Perugina. Il prezzo era del tutto incongruo per un gruppo che fatturava circa 4500 miliardi, che lavorava in utile di 50 miliardi netti.
Poi nel 1986 Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anziché centinaia come normalmente si fa) a trattativa privata, svenderà il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME appunto, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La cosa non passa del tutto sotto silenzio: Giorgio Napolitano, allora comunista, fa il diavolo a quattro e parla di furto, Craxi si mette di traverso e blocca tutto sottolineando la non congruità del prezzo in sede di Consiglio dei Ministri. Infatti l’accordo preliminare prevedeva il passaggio di mano di oltre il 44% del capitale della SME dietro un corrispettivo di 437 miliardi di lire (497, considerati gli interessi per la diluizione in 4 rate). Inoltre, al prezzo simbolico di 1 lira, la Buitoni avrebbe acquisito anche la consociata SIDALM (Motta e Alemagna), avente un valore d’avviamento negativo. Il prezzo convenuto, come detto, equivaleva ad una valutazione di 1.107 lire per ciascuna azione SME, nel momento in cui la loro quotazione in borsa era di 1.275 lire. Quindi, prescindendo da ogni valutazione sull’enorme potenziale dell’industria alimentare italiana, uno sconto in partenza di 168 lire ad azione, più o meno il 13%.
Si organizza una cordata alternativa composta da Silvio Berlusconi, Ferrero e Barilla. La vendita sfuma e ne nasce un contenzioso che va avanti 13 anni e su cui si incardinerà anche il famoso «processo Sme» che vedrà il Cavaliere sul banco degli imputati per quasi 10 anni. Secondo la Procura di Milano, Berlusconi aveva comprato le sentenze per impedire il trasferimento della Sme a De Benedetti. Cesare Previti e il giudice Renato Squillante furono condannati, Berlusconi completamente assolto. Ma, mentre Berlusconi incominciava a cercare compagni di strada, al consiglio d’amministrazione dell’IRI giungeva già una prima offerta in aumento: 550 miliardi, offerti da uno studio legale milanese a nome di un gruppo rimasto anonimo. Seguiva l’offerta del sodalizio Berlusconi-Barilla-Ferrero, quantificata in 600 miliardi, ed altra offerta di pari importo da parte della Lega delle Cooperative. Ultima offerta, infine, da parte della Cofima per 620 miliardi.
A quel punto, però, il governo riconsiderava l’intera vicenda e decideva di non vendere più, né a De Benedetti né ad altri, né per 437 miliardi né per 620. Bettino Craxi aveva ottenuto il suo scopo – evitare che la SME venisse svenduta al peggiore offerente – e rilanciava sul tavolo della grande politica: conservare la SME al patrimonio nazionale, ed anzi rafforzarla con adeguati investimenti per farne un grande polo agro-alimentare che fungesse da volano per l’agricoltura italiana.
Tuttavia nel 1992 Craxi veniva travolto dal ciclone “mani pulite” e costretto a dimettersi. Il progetto di creare un grande polo agro-alimentare aveva fatto, nel frattempo, discreti passi in avanti, ma si scontrava adesso con le nuove parole d’ordine che seguivano alla crisi del comunismo internazionale. Queste nuove parole d’ordine erano: globalizzazione dell’economia, fiducia dei mercati, riforme “strutturali” e, naturalmente, privatizzazione. Fra le prime ad essere destinate alla privatizzazione, ovviamente, erano le industrie alimentari, con conseguenze che – a modesto parere dello scrivente – si sono poi dimostrate catastrofiche per gli interessi nazionali.
C’erano stati, frattanto, alcuni passaggi che avranno una forte incidenza anche sulle privatizzazioni del settore agro-alimentare: nel giugno 1992 l’agenda delle nostre privatizzazioni era stata discussa in un summit fra banchieri inglesi e manager pubblici italiani che si era svolto a bordo dello yacht reale “Britannia” ancorato al porto di Civitavecchia. Nel settembre di quell’anno la lira era stata svalutata del 30%, la qual cosa avrebbe determinato uno sconto di eguale valore su tutti i pacchetti azionari che saranno ceduti negli anni seguenti; nel 1993, infine, Romano Prodi era ritornato alla presidenza dell’IRI, dove rimarrà fino all’anno successivo.
Ma la seconda vendita di Sme, avvenuta nel 1993 quando alla presidenza dell’IRI c’è Franco Nobili che decide di vendere il gruppo a pezzi, nessuno ha invece indagato: se ne vanno così Italgel, GS, Autogrill, e Cirio-Bertolli-DeRica.
La SME già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale era di 3.100 miliardi. A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte d’appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all’unanimità! Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con una pubblica offerta d’acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti) l’ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.
Intanto scoppia Tangentopoli: Antonio Di Pietro arresta Nobili. Se l’IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobili) lo fece per soli 17 mesi.
Nobili resta in galera due mesi e poi viene completamente scagionato, ma tanto basta per far tornare all’IRI il Professore e lui, trovandosi lo spezzatino bell’e pronto, si balocca con la svendita della Sme. Purtroppo per lui (e non solo) fa colossali errori ed enormi favori.
Il primo favore è per la Nestlé: le vende Italgel per 680 miliardi quando Nobili ne aveva già concordati 750. Il secondo lo fa ai soliti Benetton. Ci sono in ballo gli Autogrill e i veneti, che già pensano ad Autostrade e si portano a casa i ristoranti insieme ai supermercati GS. Ai Benetton vanno anche i ristoranti Ciao, il marchio Pavesi e proprietà immobiliari.
Tutto per 740 miliardi. Rivenderanno i supermercati al gruppo francese Carrefour – di fatto aprendo le porte dell’Italia alla grande distribuzione d’Oltralpe per 5.000 miliardi di lire.
Secondo due procure, Perugia e Salerno, ai Benetton alla fine sono rimasti in tasca poco meno di 5.000 miliardi di lire e la rete Autogrill.
Ma lo scandalo vero è la privatizzazione della CDB (Cirio-Bertolli-De Rica). Prodi la mette a bando per un valore di 380 miliardi, la metà di quello stimato dagli advisor.
Si fa avanti subito la Granarolo (Legacoop), ma Prodi sa già a chi vuole vendere. Il Pci cerca d’impallinarlo ma lui resiste: i pomodori sono per Cragnotti, il latte per Tanzi, ma serve un intermediario per non farla troppo sporca.
Compare così un pupillo di Ciriaco De Mita: Carlo Saverio Lamiranda da Acerenza. La sua cooperativa Fisvi raggruppa produttori di pomodori e ha un capitale sociale di 50 milioni di lire! Eppure Prodi prosegue con Lamiranda, che si fa dare da Cesare Geronzi una fideiussione da 50 miliardi!
Prodi assegna alla Fisvi le quote e prima che la finanziaria delle coop agricole lucane abbia pagato una sola lira Lamiranda gira la Bertolli (il più prestigioso marchio di olio d’Italia) alla Unilever per 253 miliardi. Unilever, di cui Prodi è stato consulente fino a poco prima di tornare all’Iri, rivenderà poi agli spagnoli guadagnandoci un centinaio di miliardi.
Con i soldi di Bertolli, Lamiranda paga la prima tranche all’Iri, poi costituisce con Cragnotti la Sagrit girandogli la Cirio. L’affare viene fatto, presente Prodi, nell’ufficio di Cesare Geronzi, che di fatto presta a Cragnotti, attraverso Lamiranda, i soldi per comprare la Cirio e il latte. Cragnotti poi girerà a Parmalat il latte, realizzando una plusvalenza fittizia che è alla base del crac di Cirio e Parmalat.
Lamiranda resta con pochi spiccioli, ma soprattutto finirà processato: il classico pesce piccolo che paga per tutti. Il 24 febbraio del 1996 Prodi riceve un mandato di comparizione dal pm romano Giuseppe Geremia per abuso d’ufficio.
Geremia a novembre chiederà il rinvio a giudizio, ma di quel procedimento si sono perse le tracce. Come nessuno ha mai indagato su quanto denunciato dal Telegraph. Secondo il quotidiano britannico nel 1994 Unilever fece un bonifico di 4 miliardi alla società di studi economici Asa di Romano Prodi e della moglie Flavia, tramite Goldman Sachs. Perché? A nessuno è mai interessato saperlo, che strano.
Come a nessuno è interessato sapere che dalla privatizzazione a spezzatino inventata da Nobili lo Stato incassò più di 2.000 miliardi: dieci anni prima Prodi voleva dare la Sme a De Benedetti per una cifra quattro volte inferiore.
Ma soprattutto a nessuno interessa che, Smembrata la Sme, la grande distribuzione oggi non è più italiana: la Parmalat è di Lactalis e la Bertolli è degli spagnoli. E tutti lucrano sui nostri agricoltori. Ha ragione Cristina: «Hanno svenduto il futuro in cambio di che cosa?».
E pensare che durante Tangentopoli Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica Scalfaro, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.
Vediamo ora alcuni dei più grossi affari che hanno visto all’opera gli amiconi Prodi e De Benedetti.
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(Segue la prossima settimana)
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Fonti:
Paolo Barnard – attivismo.info
Carlo Cambi – La Verità
Michele rallo – La Risacca (TP)
“Bettino Craxi. Una storia tutta italiana” di Enzo Catania
www.docplayer.it/105360168-La-crociera-del-britannia.html
www.dagospia.com/ecco-come-prodi-regalo-a-de-benedetti-e-cragnotti-la-sme-da-quella-svendita-sono-derivati-i-181970
www.it.wikipedia.org/wiki/Vicenda_SME
su google digitare: “Prodi and Be Benedetti”

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