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7 Luglio 2020

Apologia della Luger svizzera


Questo brano apparve come postfazione al volume “Parabellum – Storia e tecnica delle Luger Svizzere” ben 25 anni fa. La sua incredibile attualità, anche alla luce di recenti episodi, mi ha spinto a riproporlo ai lettori di Weekly Magazine.

Perché amiamo le armi?
Sicuramente tutte le armi in generale, e le pistole in particolare, rivestono nella mente di ognuno un ruolo molto particolare, legato da una parte ai giochi dei ragazzi e dall’altra a situazioni ancestrali che riportano alla mente scimmieschi conflitti a suon di mazzate con bastoni e ossa di dinosauro.
Certamente dietro ad esse c’è l’innata volontà dell’uomo di superare ogni ostacolo frapposto tra lui e il progresso, di dominare il mondo e i proprî simili.
Io non credo molto alle filosofie e ai discorsi di sociologi e psicologi (che in gran parte si oppongono ad una cultura delle armi) i quali pontificano di complessi infantili irrisolti e di improbabili proiezioni del pene, di cui l’arma è considerata un’estensione. E le donne che amano le armi? Se mi vengono a dire che esse considerano la pistola come una proiezione del pene paterno allora credo proprio che siano loro i maniaci da psicanalizzare! Le loro considerazioni trovano in me lo stesso rispetto che riservo a chi descrive la caccia come uno sport. Io sono cacciatore convinto, e posso asserire che nello sparare ad un cervo o ad una pernice non c’è proprio nulla di sportivo. E’ un modo di essere, un’attività dell’uomo, così come le armi di per sè rappresentano – anzitutto – un’attività umana. L’arma è prima di ogni altra cosa un oggetto meccanico, che può essere apprezzato o meno per la sua fattura e per la genialità del concetto che sta alla base del suo funzionamento. Che poi essa serva anche ad uccidere è un fatto assolutamente secondario. Sono gli uomini che uccidono gli uomini, e per far ciò si servono di coltelli, bastoni, veleni, sedie elettriche, corde, sacchetti di plastica (ah, il progresso!), animali feroci, mani nude, forza di gravità e molte altre cose, tra cui le armi. Ma queste ultime, prese di per sè stesse, sono solo oggetti e nulla più. Esse rappresentano essenzialmente l’uomo, nel suo sviluppo, nel suo modo di vivere, e devono essere utilizzate – siano esse destinate alla guerra, alla caccia o al tiro al bersaglio – quali testimoni silenziosi ma privilegiati dell’epoca alla quale appartennero. In pratica l’arma non è che una rimarchevole fonte storica alla quale attingere per meglio interpretare gli avvenimenti ad essa connessi.
Ma allora perchè proprio le Luger svizzere? In un certo senso le pistole di Georg Luger rappresentano la perfezione dell’arte armiera di quel periodo e forse di tutta la storia delle armi da fuoco. Non è possibile scendere in dettagli per spiegarlo. E’ un po’ come il miracolo di Lourdes: “Per chi non ha fede nessuna spiegazione è possibile, per chi ha fede nessuna spiegazione è necessaria”. E tra tutte le Luger, le svizzere sono senz’altro le migliori, quasi il prodotto di un’artefice superiore. Non è il caso di tirare in ballo discorsi sulla divinità: il concetto di perfezione terrena esiste comunque al di qua del confine tra umano e superumano. Qui non si tratta certo di un’opera divina, tuttavia è sicuramente tra le migliori opere dell’ingegno umano che peraltro – secondo la catechesi cattolica – è guidato dalla mano del Signore. Ciò almeno nelle opere buone, ma come abbiamo visto in precedenza un’arma non è nè buona nè cattiva e tali aggettivi si applicano semmai all’utilizzatore. Pertanto, dividendosi il mondo tra buoni e cattivi, ne deriva implacabilmente che le armi potrebbero servire anche come mezzo di difesa, per la ben nota ragione che se qualcuno vi punta contro una pistola e vi chiede dei soldi, non necessariamente vuole vendervi la pistola.
Le Parabellum svizzere sono, a mio modesto avviso, ciò che in campo armiero più si avvicina alla perfezione. Altri modelli di Luger possono avere più fascino, forse più valore, grazie magari ad una maggiore rarità o ad un contenuto storico più denso di significato, ma essi – paragonati alle svizzere – fan tornare alla mente la storiella Zen con cui mi voglio congedare.
Un giorno l’allievo prediletto di un grande fabbricante di spade volle provarsi a superare il suo maestro. Così fabbricò una spada bellissima, ne forgiò la lama piegando e ripiegando infinite volte l’acciaio, poi la temprò ed infine la affilò in maniera impeccabile.
Egli poi prese la sua spada, andò al ruscello e ve la piantò nel mezzo. E le foglie portate dalla corrente venivano tagliate a metà non appena sfioravano la lama della spada.
Allora il maestro, senza scomporsi, prese una delle sue spade, la portò al ruscello e la piantò nel mezzo della corrente.
E le foglie portate dall’acqua del ruscello ne schivarono la lama.

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